Siria, la via diplomatica passa da Teheran

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A group of women walking in Zaatari refugee camp in Jordan. The camp hosts around 85,000 Syrian refugees half of whom are women. Originally the camp was planned to host around 25,000 people, but the dramatic increase in refugee numbers in 2013 and early 2014 forced the camp to expand rapidly, creating an urgent need for more basic infrastructure. Oxfam is leading a master plan for the entire camp’s pipe water system from which 100,000 refugees will benefit. In addition, in 2014 more than 25,000 camp residents benefited from the organization’s integrated programmes in water, sanitation and hygiene.   ANSA/UFFICIO STAMPA OXFAM ++ NO SALES, EDITORIAL USE ONLY ++

Il governo italiano spinge per evitare i raid, considerati controproducenti. Intanto il presidente Rohani si dice disponibile a mediare, insieme all’Egitto

Uno spot che sa di illusoria, quanto pericolosa, scorciatoia militarista. Buono, forse, per mostrarsi leader “muscolari” di fronte all’opinione pubblica interna, ma quello spot “armato” non darà pace alla martoriata Siria e a un popolo in fuga dall’inferno. Un inferno creato da un dittatore senza scrupoli, Bashar al Assad, e da un “califfo” oscurantista e sanguinario, Abu Bakr al-Baghdadi. Si gioca alla guerra per non fare i conti con la politica, cancellando dalla memoria gli effetti devastanti prodotti da un’altra avventura militare praticata qualche anno fa in Libia.

L’Italia, spiega a “l’Unità” una fonte della Farnesina, ha scelto di praticare un’altra via: quella politico-diplomatica che punta al coinvolgimento di tutte le potenze regionali coinvolte, su fronti opposti, nella crisi siriana. E tra queste potenze, c’è l’Iran. «Non si tratta di escludere a priori lo strumento militare – rimarca la fonte – e d’altro canto il ministro Gentiloni ne ha più volte parlato apertamente, ma quello militare resta, per l’appunto, uno “strumento” e non il fine, perché la stabilizzazione dell’intera regione mediorientale non può che venire da un’intesa negoziale». Una strada faticosa, irta di ostacoli, ma l’unica davvero praticabile se si vuole porre fine ad una guerra, quella in Siria, che è ormai entrata nel suo quinto anno, con un lascito agghiacciante: oltre 300mila morti, 11 milioni di profughi, quasi 5 milioni di rifugiati all’estero.

Coinvolgere quanti oggi agiscono, direttamente o indirettamente, sul “teatro” siriano, è molto più produttivo che impegnarsi, come annunciato dal presidente francese Francois Hollande e dal premier britannico David Cameron, in raid aerei contro lo Stato islamico. L’affermare, come ha fatto il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che non è questa la via giusta per riportare la pace in Siria, non significa una fuga dalle responsabilità né il chiamarsi fuori da una riflessione, che deve essere europea, su come esercitare un’azione militare non solo nei confronti dell’Isis ma anche nella guerra ai trafficanti di esseri umani, gli schiavisti del Terzo millennio.

L’Italia, ribadiscono alla Farnesina e al ministero della Difesa, è pronta a fare la propria parte investendo, nel caso della lotta agli scafisti, uomini e navi. Ma occorre avere una strategia politica, che non è surrogabile con i bombardamenti aerei. Perché essi sono, al tempo stesso, troppo e troppo poco. Troppo, in rapporto alle ricadute negative che potrebbero determinare sul quadro politico-diplomatico mediorientale, e troppo poco, perché per sconfiggere militarmente l’esercito, perché tale è, del “Califfato” c’è bisogno di una massiccia operazione terrestre, che dovrebbe riguardare non meno di 60mila uomini per un periodo di tempo medio-lungo: ipotesi, questa, scartata dallo stesso Hollande e, ciò che più conta, dall’inquilino della Casa Bianca: Barack Obama. Vanno ascoltati gli studiosi. L’esercito dello Stato islamico è un «simbolo di forza, di conquista e di invincibilità, è organizzato intorno ad una struttura efficiente e perfettamente adattata al territorio», ha scritto in proposito Samuel Laurent nel suo libro in lingua francese dal titolo “The Islamic State”.

In queste settimane, la diplomazia italiana si è mossa su due direttrici: a livello europeo, nel far crescere tra i leader dell’Unione la consapevolezza che la questione rifugiati non poteva essere affrontata, e non solo per ragioni etiche, innalzando muri di filo spinato o blindando le frontiere, né delegando questa immane emergenza umanitaria ai Paesi più esposti, Italia e Grecia per quanto riguarda la rotta del Mediterraneo. La risposta venuta soprattutto da Berlino, sottolineano alla Farnesina come a Palazzo Chigi, testimonia la giustezza della posizione italiana. Ma l’altra direttrice, quella mediorientale, non è meno importante.

L’Italia ha puntato sull’Egitto del presidente al-Sisi come un soggetto fondamentale nel definire i nuovi equilibri mediorientali, e al tempo stesso ha rafforzato i contatti con l’Iran. E da Teheran sono giunti segnali importanti di disponibilità. «L’Iran si siederà a qualunque tavolo se l’incontro avrà come esito una Siria sicura, stabile e democratica». Ad annunciarlo è il presidente iraniano Hassan Rohani, prossimamente in visita in Italia. «L’Iran – ha spiegato Rohani, secondo quanto riportato dall’Irna, l’agenzia di stampa della Repubblica islamica – parlerà con chiunque debba parlare o negoziare, inclusi Paesi della regione e potenze mondiali. Quello che importa – ha concluso Rohani – non è il tavolo negoziale o chi vi siede intorno, ma raggiungere il risultato della pace e della stabilità nella regione delicata del Medio Oriente». Considerazioni che la diplomazia italiana giudica «incoraggianti, su cui lavorare». Con la consapevolezza che i raid anglo-francesi in Siria non serviranno a ridare un futuro al popolo siriano né a mascherare la drammatica sequenza di errori compiuti in questi anni dalla comunità internazionale, primo fra tutti aver avallato la guerra per procura in Siria.

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