Siria, Afghanistan, Iraq: così l’Italia è protagonista in Medio Oriente

Fronti italiani
Ultimo avvicendamento, ad Herat (Afghanistan), tra due contingenti militari italiani: i bersaglieri della Garibaldi tornano a casa e gli alpini della Julia si apprestano a chiudere la missione 'Resolute Support', 18 marzo 2015. A Camp Arena, il quartier generale italiano, si è svolta la cerimonia di passaggio di consegne tra il generale Maurizio Angelo Scardino, comandante della Garibaldi e del contingente multinazionale della Nato schierato nell'Ovest, e il generale Michele Risi, della Julia, che gli subentra.
ANSA/VINCENZO SINAPI

Tra impegno militare e diplomatico, il nostro Paese non si tira indietro (e gli alleati ringraziano). Parla Minuto Rizzo

Afghanistan, Iraq e Siria. Dal 2001 a oggi non c’è stato un solo momento in cui nella regione mediorientale non ci siano stati conflitti aperti. Dall’Italia è lontano, ma neanche troppo. La sua vocazione mediterranea e il retaggio di una certa politica estera, oltre alla rete di interessi creata dalla penetrazione economica delle imprese, contribuiscono a dare a Roma una proiezione su quelle terre. Alleviarne le tribolazioni è fondamentale e non solo perché quelle crisi sono generatrici di terrorismo, radicalismo, rifugiati politici e altri fattori meno visibili che toccano interessi nazionali e si insinuano persino nel vissuto quotidiano.

Ma l’Italia può giocare dei ruoli? Dove? Come? Ne abbiamo parlato con l’ambasciatore Alessandro Minuto Rizzo. Da vice segretario della Nato, carica che ha ricoperto dal 2001 al 2007, si occupò in modo particolare delle relazioni tra l’Alleanza e i Paesi arabi. Fu proprio in quegli anni che esplosero tra l’altro i conflitti in Afghanistan e in Iraq.

 

Afghanistan, cruciale per i rapporti con gli Usa
Cominciamo con l’Afghanistan. “Viene da dire, con una metafora calcistica, che siamo sull’1-1. Da un lato penso sia ormai del tutto scongiurata l’ipotesi di ritorno al potere dei talebani. Dall’altro, questo paese ha bisogno di una classe dirigente all’altezza. L’ex presidente Karzai e l’attuale, Ghani (nelle scorse ore è stato in visita in Italia), sono figure formatesi all’estero, hanno esperienza internazionale. Ma il Paese, nelle sue dinamiche politiche, segue modelli tribali, territoriali. Questo è in linea con il fatto che l’Afghanistan è uno Stato fatto da varie etnie e non ha mai avuto una reale unità. Ora ci sono istituzioni, si vota. È una bella scossa”. Insomma, il bicchiere è mezzo pieno e mezzo vuoto (e forse Minuto Rizzo tende a guardare più quello mezzo pieno).

Cosa può dare l’Italia? “L’Afghanistan è il paese dove facciamo di più e meglio. Abbiamo deciso di restare ancora sul terreno, con funzioni di addestramento (quindi con rischi bassi in termini di vite umane). Gli americani, di questo, ce ne sono grati. L’Afghanistan aiuta anche a tenere saldi i rapporti transatlantici. Ma al di là di questo, a Kabul siamo riconoscibili, tutt’altro che secondari”. Dipende anche dalle cose e dagli aneddoti della storia, che hanno sempre il loro senso. “Due re afghani sono stati in esilio in Italia e siamo stati il secondo Paese al mondo, dopo la Turchia, a riconoscere nel 1919 l’indipendenza dell’Afghanistan. In verità, Kabul era indipendente da prima, ma fino a quella data la sua politica estera veniva condotta dai britannici”.

Ciò detto: ma perché l’Afghanistan? Quali i motivi che ci impongono di restare, con tutto ciò che ne consegue in termini di spesa? Il fatto, secondo il nostro interlocutore, è che l’Afghanistan, oltre a essere generatore di fattori di crisi (basterà pensare anche alla sua enorme produzione di oppio) e crocevia di equilibri, è anche una vittima della storia. Occupazioni e guerre, faide e fanatismi lo hanno devastato, portando un’intera generazione alla fuga e deprimendolo così anche dal punto di vista degli intelletti, delle risorse umane. È uno Stato a rischio fallimento e va dunque aiutato, quanto meno se si crede nel principio della solidarietà internazionale.

 

Iraq, la centralità dei nostri carabinieri 
Se in Afghanistan  il fallimento è un’ombra incombente, in Iraq ha uno stato che tende al solido. “In Iraq l’Occidente, su impulso americano, ha compiuto scelte sconsiderate. Sono state liquidate in fretta strutture, sono state estromesse dal potere componenti nazionali. Il ricambio ha portato al potere gli sciiti, che non sembrano propensi a condividere e includere”.

L’Italia ha qualche carta da calare sul tavolo. I vecchi rapporti economici, ma anche il fatto che, nella prima fase della guerra, è stata chiamata in causa. Ha combattuto. “In politica funziona anche così. Il contributo offerto, sotto tutti i punti di vista, può essere speso”.

Eppure non sono gli eventuali dividendi il lato più interessante di questa storia, secondo Minuto Rizzo. La funzione che l’Italia può avere è quella di un soggetto stabilizzatore, non ostile, impegnato fattivamente. Nell’addestramento, innanzitutto. Con i carabinieri, volendo essere precisi. Sono presenti in Iraq, ma potrebbero essere impiegati con ulteriore convinzione, sostiene l’ambasciatore. “Ce li invidiano tutti, sono merce rara nel mercato delle missioni di peacekeeping. Il loro impiego sui teatri di crisi mondiale iniziò negli anni ’90, dopo la guerra di Bosnia. Ero consigliere del ministro della difesa, Andreatta. Si trattava di compiere un salto di qualità nell’impegno di peacekeeping e pensammo che avremmo potuto fare da capofila, in Europa, nella creazione di una forza composta dai nostri carabinieri e da altri corpi simili, come la guardia civile spagnola o la gendarmeria francese”. Avrebbe permesso di stare in Bosnia, dando alla presenza internazionale un volto meno militare, più civile. “L’idea non passò, ma noi i carabinieri li mandammo ugualmente. Andò benissimo”. Funziona anche in Iraq, ma si può fare di meglio.

 

Siria, senza armi ma con il dialogo
Nel Paese arabo si combatte una guerra dura, strana, pericolosa e allargatasi ormai a molte potenze, da quelle regionali a quelle mondiali. L’Italia ne resta fuori, non intende avventurarsi in questo grande guazzabuglio.

Qualcosa si può in ogni caso fare. Ecco perché. “Siamo un Paese mediterraneo, abbiamo una nostra riconoscibilità, in Siria ci sono molti cristiani». Oltre al presente, c’è il passato. «Possiamo dire che siamo sempre stati amici degli arabi e non li abbiamo mai bombardati, a differenza di altri in Europa”. Infine, l’Iran. “Paese chiave nella contesa siriana e nell’intera matassa del Medio Oriente. L’Italia vanta con esso relazioni importanti. Prima delle sanzioni eravamo in alto, molto in alto, nella graduatoria delle merci scambiate e degli investimenti”.

Tutto questo per dire che l’Italia, magari, potrebbe ospitare una conferenza internazionale sulla Siria, allargata a tutto il Medio Oriente. Un modo per fare il punto, curare la tela di contatti, contare e riscuotere. “Ma bisogna crederci. Nella politica, anche in quella internazionale, contano i fatti. Le cose che si producono, non quelle che si pensano”.

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