Sinistra non è una parolaccia

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Il ricordo dei ragazzi massacrati a Suruc per parlare di cos’è, e cosa dovrebbe essere oggi, la sinistra

Il mondo frettoloso e cinico non si è fermato neanche un attimo a guardare le fotografie dei volti dei ragazzi di Suruç. Lo show deve andare avanti e si gira pagina, senza capire, senza dare un senso alle cose, persino senza più frequentare virtù , come la pietà, oltre le quali la vita è il tripudio del cinismo. Quelle foto di trentuno ragazzi che sorridono, che coltivavano mille progetti, che sognavano il loro futuro, che amavano, avevano delle famiglie che li aspettavano , dovrebbero essere affisse per sempre nel cuore di ciascuno.

Erano giovani socialisti, che si erano riuniti per poi andare a Kobane, per una esperienza di volontariato. Volevano costruire una biblioteca e un campo giochi in mezzo alle macerie di quella città martoriata. Tra di loro si è infiltrata una ragazza della stessa età che, carica di odio per giovani come lei, si è fatta esplodere. Vittima anche lei, l’assassina.

Quei ragazzi innocenti erano il nemico, uno dei generi prediletti in questo tempo di pensieri chiusi e deboli. Il nemico da eliminare , del cui sangue sparso poter gioire. Anche se è un sangue quasi bambino, come quello degli adolescenti di Suruç.

Il mondo in cui qualcuno si sente depositario del diritto di tagliare le teste che non la pensano come lui, il mondo in cui l’identità sovrasta il dialogo, è un mondo privo di futuro.

Ma lo è anche, bisogna cominciare a dirselo forte, la nostra civiltà opulenta e egoista, senza anima, senza pietà e, in definitiva, senza speranza. Spettatori, ormai persino distratti e annoiati, e non cittadini.

La mia generazione ha pianto per i suoi coetanei arrestati e torturati a Santiago, per i ragazzi garrotati nella Spagna Franchista, per Ian Palach, morto per la libertà . Davamo, per la loro libertà, il nostro tempo e la nostra passione. Le sole cose che avevamo. La nostra vita e la loro, si sono intrecciate.

In fondo, nella sua dimensione di massa, non era internazionalismo, era cuore. Non era ideologia, era voglia di essere vivi.

Il mondo globalizzato, piccolo, interdipendente; il mondo in diretta, senza distanze, capace con il tasto “invio” di collegare istantaneamente i lati del globo; il mondo in cui siamo tutti “amici”, rischia in definitiva di essere il suo contrario. Una terra desolata, con molta solitudine e molta indifferenza.

L’opposto dell’amore non è odio, è l’ indifferenza. L’opposto dell’arte non è il brutto, è l’indifferenza. L’opposto della fede non è eresia, è l’ indifferenza. E l’opposto della vita non è la morte, è l’indifferenza.” Lo ha scritto Elie Wiesel, che ad Auschwitz ha avuto il numero A-7713 stampato sul braccio con l’inchiostro dell’indifferenza della gente del suo tempo.

E Martin Luther King , ucciso dai razzisti a Memphis: “Ciò che mi spaventa non è la violenza dei cattivi; è l’indifferenza dei buoni.”

Se vogliamo misurare la moderna indifferenza con uno dei nuovi indici del successo e dell’attenzione pubblica, i click sui prodotti messi in rete da You Tube, possiamo registrare che nessuno dei filmati ripresi a Suruç ha più di 150.000 visualizzazioni, mentre ne ha più di 2 milioni e mezzo quello così definito: “Gatto in cerca di coccole alle prese con una padroncina che si concede troppe pause”.
Invece bisogna vederle, quelle riprese. Vedere quei volti, sentire il boato dell’esplosione che interrompe gli slogan di quei ragazzi desiderosi di difendere la libertà di tutti. Andavano a Kobane, uno dei tanti luoghi che il mondo fa finta di non vedere. Erano lì per noi, non per loro.

Ragazzi di sinistra. Ragazzi che avevano deciso di essere nel mondo, insieme. Erano loro fratelli, così lontani e così diversi – e questa è la meraviglia – quelli che si erano riuniti a Utoya, esattamente in questi giorni di Luglio, quattro anni fa.

Furono uccisi, sessantanove ragazzi del Partito Laburista Norvegese, da un estremista di destra perché, secondo lui, quei ragazzi di sinistra, con le loro idee di inclusione e dialogo stavano favorendo, come disse Breivik “”una decostruzione della cultura norvegese per via dell’immigrazione in massa dei musulmani”.

I giovani di sinistra di Suruç sono stati invece sterminati proprio dall’integralismo islamico che li ha puniti così perché minacciavano , difendendo la libertà di Kobane e i diritti dei curdi, quella unicità fondamentalista che è l’obiettivo dell’Isis: un mondo di un solo colore, di una sola religione. Un mondo in cui chi la pensa diversamente è un miscredente. Da eliminare.

I ragazzi di Suruç e di Utoya, fratelli di un’Europa possibile, volevano solo salvare l’arcobaleno del mondo.

Erano di sinistra, quei giovani.

Fermiamoci per un attimo su questa parola.

Parola che sembra imbarazzare, che è diventato difficile pronunciare, parola che sembra desueta. Una parola morta, sepolta dalle macerie del Novecento.

Il suo significato comune è stato stravolto. Sinistra, anche per i suoi tragici errori, è diventato così un sinonimo di vecchio, di illiberale, di conservatore.

La vera innovazione sarebbe un “altrove ”, senza identità perché senza progetto, un affastellarsi casuale di sollecitazioni tese ad inseguire una società in precipitoso mutamento che, invece, proprio per questo avrebbe bisogno di una inedita armonia: decisioni brevi e pensieri lunghi, insieme.

Quell’altrove è, per me, il Partito Democratico, nato non per esclusione di ciò che lo ha preceduto, ma per dare basi larghe, e potenzialmente maggioritarie, ad un progetto di radicale innovazione sociale e culturale.

Un sentimento comune, valori condivisi, sono necessari se si vuole davvero cambiare il mondo.

La storia della sinistra, lo so, è stata costellata di errori. Alcuni terribili e imperdonabili, perché avevano a fare con la libertà.

Ma la sinistra migliore, è stata, nel cuore di milioni di esseri umani, in primo luogo una aspirazione alla libertà, a ogni libertà. Libertà dal bisogno, dalla discriminazione razziale, dalla oppressione dei diritti, dalle discriminazioni di sesso e di opinione, libertà dai regimi.

La sinistra migliore ha combattuto per una società aperta, inclusiva, perché a tutti fossero date pari opportunità nella vita di mostrare talento e capacità.

E, nell’usare l’espressione “sinistra migliore” non mi riferisco, in questo caso, solo a chi è stato capace di coniugare nel modo giusto libertà e giustizia, rispetto alla tradizione ideologica comunista, ma penso a quella percezione diffusa, nel cuore e nella mente di tante persone, che ha fatto scegliere loro di sentirsi di sinistra.

Essere di sinistra significa concepire la moralità pubblica come un valore fondamentale. Sapendo che questo dovrebbe essere un valore universale e non esclusivo. E sapendo che anche a sinistra , ormai, si è fatta strada la più pericolosa delle distorsioni: la trasformazione del potere in fine.

Essere di sinistra oggi significa, per me, volere combattere le ingiustizie che discriminano e mettono in conflitto gli uomini, significa volere una società aperta, dinamica ma capace di non lasciare mai solo nessuno, significa assumere, come diceva Bobbio, l’obiettivo di una società capace di esaltare “più ciò che rende gli uomini eguali che ciò che li rende diseguali”.

E Vittorio Foa ha scritto, alla fine del Novecento, “Proprio in questo secolo è stata superata la vecchia contrapposizione tra libertà e democrazia, tra libertà ed eguaglianza. A noi giovani antifascisti sembrava assolutamente chiaro che si può essere liberi solo se si eliminano i fattori fondamentali, sociali, culturali, della diseguaglianza.”

La sinistra è un punto di vista, una sensibilità, un sistema di valori. E’ guardare il mondo pensando di includere, di dialogare, di promuovere libertà e diritti.

Per questo è una parola bella, viva, grande. Sinistra non è una parolaccia.

Dunque liberarsi di questa parola , facendola cadere nell’oblio, è un grave errore.

Come lo fu, nella tortuosa vicenda italiana, pensare esaurito il filone, ancora oggi vitale, dell’azionismo e del socialismo liberale.

Ma un torto grande alla parola sinistra lo fa anche chi la usa come alibi per la conservazione. Chi la riduce ad un brandello di stoffa usurato dalle lunghe battaglie del Novecento. Chi mortifica la sinistra in un ruolo di testimonianza, in una identità chiusa tutta tesa a difendere ciò che è.

Sinistra e conservazione sono una contraddizione in termini.

La sinistra è cambiamento, lo è stato sempre nell’animo delle persone che in essa hanno creduto. Ridurla ad una funzione di testimonianza, settaria e ideologica, portarla a ritrovare i campi delle sue sconfitte, lo statalismo e la rigidità sociale, finisce col togliere fascino e modernità ad una parola viva.

La sinistra del no permanente all’innovazione non è sinistra.

La grande sfida della sinistra del duemila è, incontrando altre culture, portare quel punto di vista, quel sistema di valori dentro le mutate condizioni strutturali della società. Non omologarsi alla destra, non accettare l’indistinto, non essere recinto chiuso e identitario. Anche per questo è necessario che si completi la transizione del socialismo europeo, davvero in crisi , verso un campo più largo, capace di accogliere forze e culture altre.

La sinistra aperta, la sinistra migliore. Quella che alla libertà ha sempre creduto, che ha esteso diritti e che ha cercato di armonizzare crescita economica e pari opportunità sociali.

Ho sempre detto che il pensiero democratico, che proprio questi valori persegue, è la sinistra del duemila. Non cambio idea. Né rimozione , né conservazione.

Cambiamento radicale, nel segno della libertà di ciascuno. Ciò che avevano nel cuore i ragazzi di sinistra di Suruç e di Utoya.

Ciò che dobbiamo avere nel cuore noi, se non vogliamo perderci.

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