Siamo pronti al modello Israele?

Terrorismo
Una foto fornita dalla polizia israeliana mostra l'autobus attaccato a Gerusalemme, 13 ottobre 2015.
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I cittadini sono disposti a rinunciare a privacy e libertà per maggiore sicurezza? I governi sono pronti al salto di qualità? In molti evocano la ricetta di Tel Aviv

“Se in Belgio continuano a mangiare cioccolato, a godersi la vita e ad apparire come grandi liberali e democratici non saranno mai in grado di riconoscere e sconfiggere il terrorismo islamico”. A parlare è il ministro dei Trasporti e (soprattutto) dell’Intelligence israeliano Israel Katz, all’indomani degli attacchi che hanno colpito a morte Bruxelles. Una dichiarazione che ha fatto discutere ma che fotografa, molto meglio di tante parole, il bivio che si sta ponendo davanti alla strada non solo del Belgio ma dell’intera Europa. I cittadini europei sono disposti a sacrificare parte della loro libertà per un salto di qualità dal punto di vista dei controlli e della sicurezza? I governi europei sono in grado di rendere operativo questo salto di qualità?

Quanto successo a Bruxelles, ancora più dei fatti di Parigi del 13 novembre scorso, è una plastica dimostrazione di inadeguatezza dei servizi (e quindi dei governi) europei. Incapaci di misurare a e affrontare adeguatamente la minaccia terroristica, inchiodati sulle profonde lacerazioni che dividono ancora un’Europa sempre più indecifrabile. Tanto che, come sostiene il quotidiano di Tel Aviv Haaretz (non certo il più intransigente, anzi), i leader del vecchio continente, a differenza degli Stati Uniti e Israele, non hanno compreso che la minaccia dello Stato islamico non è destinata a sparire da sola. Solo un cambio di paradigma immediato potrà dare risultati nel medio periodo.

Lo stesso Bibi Netanyau ha già fornito il pieno appoggio di Israele per aiutare l’Europa ad orientarsi in questo scenario a suo modo inedito. E c’è addirittura chi, come il direttore del Foglio Claudio Cerasa (forse neanche tanto provocatoriamente) chiede al primo ministro israeliano di commissariare la sicurezza del nostro continente: “Date a Netanyahu le chiavi d’Europa, chiedete ai Tusk e compagnia varia di astenersi per qualche mese dal mettere bocca sulla sicurezza del continente e solo così forse ci renderemo conto non solo che il terrorismo deve cambiarci, eccome, ma anche che il terrore che attacca l’Europa è la stessa espressione della guerra che l’islamismo ha dichiarato da anni all’unica democrazia che è riuscita a vincere la sfida con il terrore: Israele”.

Certo, politicamente, geograficamente e socialmente Israele e l’Europa non sono due elementi paragonabili tra loro, ma il vuoto in cui hanno fatto breccia i terroristi prima a Parigi e poi Bruxelles, in un modo o nell’altro deve essere riempito. In questo senso, spiega Ely Karmon, dell’Istituto per il Contro terrorismo dell’Idc di Herzilya, il modello di sicurezza israeliano dal punto di vista tattico può aiutare. Più controlli, più armi, più esercito per le strade, intelligence più radicata e invasiva. Meno privacy, meno libertà e soprattutto meno serenità. Perché la prima cosa che differenzia oggi Israele dall’Europa è consapevolezza di essere dentro una guerra sui generis, mai vista prima. Ma pur sempre di guerra si tratta.

Per essere pratici, di cosa parliamo quando evochiamo il modello Israele? Partiamo dall’aeroporto. Il principale scalo del Paese è il Ben Gurion di Tel Aviv. L’area dell’aeroporto è protetta ad un perimetro esterno all’interno del quale non si entra se non si è ‘verificati’. Il personale addetto a questo anello è addestrato specificamente per controllare le persone che a qualsiasi titolo sono o sembrano sospette. Così come avviene ai check in dove ci sono persone, che non si vedono, con questo compito. I punti visibili di controllo al Ben Gurion sono 11 con un anello di controllo che parte proprio dal check point iniziale che dista alcuni chilometri all’ingresso vero e proprio degli edifici dello scalo. “In termini di sicurezza aeroportuale – spiega l’ex capo della sicurezza per l’autorità aeroportuale israeliana Pini Shif – gli europei sono indietro di 40 anni rispetto a noi“.

C’è poi la vita di tutti i giorni. A Tel Aviv e dintorni, per esempio, è impensabile entrare in un teatro di medie dimensioni (come può essere il Bataclan), in uno stadio, in un museo, in un’università, senza passare attraverso un metal detector. Certo, davanti a un terrorista che sale su un autobus imbottito di tritolo e decide di farsi esplodere c’è poco da fare, non si può controllare tutto. Per questo, sottolinea ancora Ely Karmon, diventa centrale il controllo del territorio. “In Israele è in piedi da anni un sistema di intelligence, attraverso lo Shin Bet (l’ala dei servizi che si occupa degli affari interni, il Mossad si occupa dell’estero, ndr) che copre l’intera estensione del Paese. Non è tutto ovviamente rose e fiori e non sempre l’esito è scontato. Ma in Belgio, come ha dimostrato la vicenda Salah, ci sono interi quartieri a prevalenza musulmana del tutto fuori controllo”. E questo è un problema che tocca alla politica risolvere.

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