Sì, No, forse: perché nella sinistra Pd il referendum costituzionale resta in standby

Riforme
Roberto Speranza con Gianni Cuperlo nell'Aula della Camera durante l'esame degli emendamenti alla riforma costituzionale, Roma 20 gennaio 2015. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

Nella sinistra dem attendono un segnale da Renzi (e dalle amministrative)

Dichiarazioni, proteste, mani tese, post “avvelenati”, aperture durante le ospitate in tv. Per il momento, è solo tanto rumore per nulla. Sulla posizione della sinistra Pd riguardo alle riforme costituzionali, infatti, a fare testo è ancora la lettera firmata da Roberto Speranza, Gianni Cuperlo e Sergio Lo Giudice un paio di settimane fa, in coincidenza con l’approvazione definitiva del testo alla Camera. Un modo per spiegare il sì espresso in aula e al contempo non dare per scontato nulla in vista di ottobre.

Da allora, l’unico fatto rilevante è stata la decisione di gran parte dei parlamentari della minoranza dem di non firmare la richiesta di referendum, come invece fatto dai colleghi della maggioranza interna. Una questione di principio (“Questo compito spetta alle opposizioni”) che non ha creato alcun problema concreto, ma che comunque non è andata giù a Renzi, che l’ha interpretata come l’ennesimo segnale di guerriglia interna.

Nella sinistra dem non c’era in realtà intenzione di esasperare troppo gli animi, almeno non in questa fase. Anche perché una decisione chiara su come comportarsi in autunno non è stata ancora presa. E non è affatto escluso che si finirà per andare in ordine sparso, così com’è già successo di fronte al quesito del 17 aprile, anche se aprevalere stavolta sarebbero i No. Soprattutto se il premier dovesse decidere di lasciare qualche forma di libertà di voto anche a ottobre, legittimando in qualche modo la posizione degli oppositori alla riforma. È quello che sperano all’interno della minoranza, ritenendolo “un modo per tenere dentro il partito anche chi non è d’accordo con l’impostazione data da Renzi alla riforma”, alleggerendone i tratti denunciati come “plebiscitari” dalla minoranza.

Da ogni parte, comunque, si aspetta il passaggio delle amministrative prima di compiere le mosse decisive. Anche la costituzione dei comitati per il Sì, con Maria Elena Boschi primissima promotrice, procede a rilento: a prevalere per il momento sono le iniziative sparse rivolte a spiegare la bontà della riforma, con l’impegno di costituzionalisti e politici, ma i nomi più di richiamo (soprattutto quelli ‘trasversali’) rimangono ancora coperti.

La minoranza non ha mai nascosto di condizionare il Sì autunnale anche a una modifica dell’Italicum, con l’assegnazione del premio di maggioranza alla coalizione, anziché alla lista. E da questo punto di vista, si guarda con attenzione ai ballottaggi del 19 giugno: uno scontro Pd-M5S, che si trasformerebbe in una sorta di Pd-contro-tutti, rischierebbe di portare a una débâcle dei candidati dem. Renzi si convincerebbe allora a intervenire sulla ‘sua’ riforma elettorale? Lui ripete di no, ma a sinistra non disperano.

 

 

In questo contesto, si è fatto notare il post con il quale ieri Stefano Di Traglia (storico portavoce di Pier Luigi Bersani) annunciava su Huffington Post il suo No al referendum di ottobre. “Un modo per riportare il discorso sul merito”, spiega l’autore a Unità.tv. E infatti il testo è molto dettagliato nello spiegare le ragioni politiche (non politiciste) della scelta. Di Traglia nega qualsiasi coinvolgimento di Bersani (“gliel’ho detto, certo, ma lui ancora non ha deciso cosa fare”), ma la sua vicinanza con l’ex segretario e il richiamo in diversi passaggi ad argomenti molto sensibili per chi ha condiviso quella stagione (il modello delle autonomie locali, le critiche all’intervento della Bce del 2011, l’opposizione alla demagogia del ‘fare presto’ che non necessariamente si traduce in ‘fare meglio’, i dubbi su un “mai sperimentato semi-presidenzialismo del premier”, solo per citarne alcuni) trasformano inevitabilmente il post in un paletto ben piantato dalla parte del No.

Una posizione, come detto, che non coincide – almeno per ora – con quella ufficiale della minoranza. Non ricoprendo ruoli politici o istituzionali, infatti, Di Traglia può permettersi salti in avanti che altri stanno ben attenti a compiere, per evitare che si trasformino in salti nel baratro. Così come Enrico Letta, dall’altra parte, ha potuto preannunciare il suo Sì senza preoccuparsi di smarcarsi dall’opposizione quotidiana a Renzi, che certo non lo vede coinvolto dal suo buen retiro parigino.

Il rapporto diretto con il premier, variabile trascurabile per alcuni, può non esserlo invece per parlamentari e dirigenti del partito, che hanno la necessità di essere più prudenti, di mantenersi in bilico su uno stretto crinale, senza scivolare verso la rottura definitiva, né verso un’adesione troppo piatta alle istanze renziane. Oltre alle obiezioni di merito (modifiche all’Italicum, legge per l’elezione diretta dei senatori, nuovi regolamenti parlamentari e tutela delle minoranze), ancora una volta saranno quindi decisivi i margini che il leader dem vorrà concedere ai suoi oppositori interni: coinvolgere attivamente i più dialoganti nella campagna per il Sì e legittimare in qualche modo anche chi sceglie il No può offrire una via d’uscita (quasi insperata) alla minoranza, spingere su ‘con me o contro di me’ la costringerebbe invece a scivolare una volta per tutte da una parte o dall’altra, non senza possibili danni collaterali. Per questo, non resta che attendere.

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