Shakespeare, l’uomo che immaginò la modernità

Letteratura
William Shakespeare

Secondo Harold Bloom è stato “l’inventore dell’uomo”, ma forse ha dimenticato d’inventare se stesso. Di lui infatti sappiamo pochissimo

Il 23 aprile è la giornata mondiale del libro e del diritto d’autore: lo ha deciso l’Unesco, per celebrare così la data di morte di due grandi scrittori, Miguel de Cervantes e William Shakespeare. È una decisione che nasconde un pizzico di ironia: Shakespeare sarà davvero morto il 23 aprile del 1616, ovvero 400 anni fa? E sarà davvero, alla faccia del copyright, l’autore dei suoi drammi? Da queste domande ne sgorgano molte altre, tra cui quella decisiva: è davvero esistito un uomo di nome William Shakespeare, autore di un corpus di testi teatrali e di versi che fanno di lui, né più né meno, «l’inventore dell’uomo»?

L’idea è di Harold Bloom, uno dei più famosi critici letterari anglosassoni, e non è campata per aria: Bloom dimostra ampiamente che senza Amleto non esisterebbe Freud, e che senza i memorabili personaggi shakespeariani non avremmo il concetto di «personalità» e di responsabilità morale delle nostre azioni grazie alle quali siamo usciti, più o meno quattrocento anni fa, dal Medioevo. Shakespeare è, per dirla in breve, l’inventore – se non dell’uomo – della modernità. Senza di lui non saremmo quello che siamo: e la cosa buffa è che forse nemmeno lui era ciò che era. Ci ha inventati, ma potrebbe aver dimenticato di inventare se stesso. O forse, chissà, l’ha fatto nel modo più sofisticato e moderno: creando un puzzle al quale mancano moltissimi pezzi, lasciandoci una storia piena di omissis, regalando al futuro un personaggio inafferrabile e misterioso.

1 Un bardo analfabeta

Un film del 2011 ha giocato sapientemente su questo mistero. È Anonymous di Roland Emmerich, regista tedesco di kolossal ipertecnologici e ipermuscolari (Independence Day, Godzilla) che per una volta si è preso una vacanza “colta”. Basandosi su una sceneggiatura di John Orloff, Emmerich costruisce una narrazione molto articolata su un’ipotesi che potremmo definire “complottista”. Non arriva a dire che Shakespeare non è esistito: Shakespeare, nel film, c’è, ma è un attore-impresario del Globe Theatre quasi analfabeta e particolarmente rozzo. I drammi e le poesie vengono scritti da Sir Edward De Vere, personaggio storico (1550-1604), presunto amante (uno fra i tanti) della regina Elisabetta I, nobile eminente alla corte di Sua Maestà bandito però dopo una relazione adulterina. Il problema non era solo la gelosia, reale o presunta, di Elisabetta: De Vere era sposato con Anne Cecil, figlia di Sir William Cecil, ministro plenipotenziario della regina che, per inciso, era stato di fatto padre adottivo di De Vere dopo la morte del suo vero genitore. De Vere è noto, oltre che per questi maneggi di corte, per essere stato un poeta dilettante (pare non eccelso) e un generoso mecenate di teatranti e letterati.

2 L’ipotesi complottista

Qual è l’ipotesi di Emmerich e Orloff? Che De Vere abbia scritto tutti i testi di Shakespeare; che tali testi trabocchino di riferimenti alla vita politica e agli scandali di corte dell’epoca che solo un nobile poteva conoscere; e che De Vere li avesse affidati in prima battuta a Ben Jonson, importante drammaturgo dell’epoca, e che solo gli indugi di costui nel fare da prestanome avessero provocato l’autoproclamazione di Shakespeare come autore. A questo punto sarà bene dire che tale tesi, apparentemente assurda, non è di Emmerich, né di Orloff: l’ha formulata per primo John Thomas Looney in un libro, Shakespeare Identified, uscito nel 1920. Looney avrà anche un cognome bislacco (si traduce «pazzoide», «cretino»: le Looney Tunes sono i famosi cartoni animati della Warner con Bug’s Bunny, Titti e compagnia demenziale) ma questo non significa che debba per forza essere pazzo davvero. È stato uno studioso e uno scrittore, e la sua tesi ha trovato vari sostenitori. Del resto i dubbi non tanto sull’identità di Shakespeare – che bene o male è esistito, lo provano pochissimi documenti ma in modo inconfutabile – quanto sulla paternità del suo lavoro sono cominciati già nel XVIII secolo, e le opere sono state di volta in volta attribuite a Francis Bacon, a Christopher Marlowe e a svariati altri. Da allora gli studiosi si dividono in «stradfordiani» (quelli che credono alla verità ufficiale) e «anti-stradfordiani» (gli eretici). I secondi sono meno numerosi ma molto combattivi; i primi sono la maggioranza, ma hanno anche la pessima abitudine di considerare i secondi come degli imbecilli.

3 Il fascino del dubbio

Non saremo certo noi, oggi, a risolvere questo problema. Crediamo però che si possa, anche nei limiti di un articolo di giornale, affermare due cose. La prima: avere dei dubbi è legittimo, non tanto per la coerenza interna dell’opera shakespeariana o per le sue dimensioni, quanto per la sua densità e per la sterminata cultura che implica. Difficile pensare che un attore di quel tempo avesse non il talento – quello no, è ineffabile – quanto le competenze necessarie (tra le quali non guasterebbe la conoscenza dell’italiano) per scrivere quel po’ po’ di roba. La seconda: il dubbio è più affascinante della certezza. Per questo è bello pensare che Shakespeare, da grande uomo di teatro, l’abbia fatto apposta: lasciare buchi di ogni sorta perché, in futuro, qualcuno si divertisse a riempirli. Fosse così, avrebbe inventato anche Tom Stoppard, per dirne uno: mettere nell’Amleto due personaggi secondari con due nomi così belli come Rosencrantz e Guildenstern, e farli ammazzare in modo così sbrigativo e misterioso, sembra un’esca lanciata affinché un altro drammaturgo, quattro secoli dopo, inventasse una storia tutta per loro. Stoppard ci ha fatto anche un film, Rosencrantz e Guildenstern sono morti, Leone d’oro a Venezia nel 1990: assai bello. Inoltre, non lasciandoci alcuna informazione sulla sua vita ha permesso ai cineasti di inventarne versioni diverse, come quella di Anonymous o quella di Shakespeare in Love, in cui la genesi di Romeo e Giulietta è un amore simile a quello dei due veronesi. Viene da pensare che fra le invenzioni di Shakespeare ci sia anche il cinema!

4 L’invenzione del personaggio

Occhio: quest’ultima frase non è una boutade – non del tutto… Tra gli inventori del cinema, accanto ai fratelli Lumière (che in fondo inventarono solo la macchina per farlo, il cinema), ci sono sicuramente Giuseppe Verdi, Charles Dickens, Fjodor Dostoevskij, Victor Hugo, Daniel Defoe… e Shakespeare. Gli scrittori citati ci hanno messo la narrazione seriale, il feuilleton, la letteratura popolare. Verdi era un uomo di spettacolo e non c’è bisogno di spiegare come il cinema abbia avuto nel XX secolo il ruolo che il melodramma ha avuto nel XIX. Shakespeare rubava le trame da chiunque, quindi non gli possiamo concedere anche questo onore (non esageriamo!). Le trame vengono da molto più lontano, da Sofocle, da Plauto, da Terenzio. Ma Shakespeare, come si diceva prima, ha inventato il Personaggio, l’idea stessa di personaggio artefice dei propri destini e portatore di una concezione del mondo. Il cinema gli deve quasi tutto. Quantificare i film ispirati a Shakespeare è difficile, fidiamoci del principale database online (imdb.com) che elenca 1.149 titoli a lui ispirati. Molière, per citare uno bravo quasi quanto lui, si ferma – nello stesso database – a 256, Cechov a 426, Goldoni a 96. Omero ne ha solo 44 (però ha scritto solo due libri, poverino…). Probabilmente solo la Bibbia può sfidare Shakespeare, ma lì l’autore non chiede il copyright…

 

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