Sfida tra due idee d’Europa. E la destra agita il caos

Europa
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L’obiettivo di Weber è il protagonismo italiano con le carte e i conti in regola E dopo aver imposto l’austerità dov’è finito il piano Juncker per la crescita?

C’è davvero uno spettro che si aggira per l’Europa che crede di essere nel 2011, quando l’Italia era un problema e il governo di Roma un generatore automatico di spread? Quattro anni dopo, con molti compiti a casa fatti e rifatti, la situazione è completamente diversa ma è probabile che nelle algide stanze dei palazzi brussellesi non tutti se ne siano resi conto: o che forse non si ammetta la possibilità che l’Italia si dimostri in grado di risalire la china e tantomeno che ogni tanto ricordi ad alta voce di avere qualche carta, e non il tradizionale cappello, in mano.

Forse questa autonomia dell’Italia dà fastidio. Eppure a guardar bene c’è qualcosa di “igienico” nella mega-polemica europea di questi giorni che contrappone la tecnopolitica di Bruxelles al governo di Roma, e cioè che in controluce, ma nemmeno tanto, viene allo scoperto la mai seppellita differenza fra due idee diverse d’Europa – anzi, diciamola più banalmente: fra destra e sinistra. Quando ieri il presidente del gruppo del Ppe Weber si è alzato nell’aula di Strasburgo per dire che «Renzi sta mettendo a repentaglio la credibilità dell’Europa a vantaggio del populismo» si è visto plasticamente dove germogli l’offensiva contro chi (il governo italiano) sta mettendo in piazza tutta l’insoddisfazione per la mancata attuazione del progetto per il quale Juncker aveva chiesto e ottenuto i voti dei socialisti europei.

Populismo? Ma non scherziamo. Populismo è alzare muri, sospendere Schengen, sforare i parametri, e Roma non è imputabile di alcuna di queste scelte che al contrario maturano sovente in ambienti politici e di governo non lontani dal popolarismo europeo. La destra di Weber, appunto. Populismo è non riuscire a governare il problema dell’immigrazione, rispetto al quale ogni paese sta facendo come gli pare, e tantomeno di chiudere la stagione di cieca austerità in favore di una politica economica di respiro, come pure Juncker aveva solennemente annunciato con il mitico Piano per la crescita, una valanga di miliardi che non si sa dove siano ruzzolati – pare passato un secolo ma era solo un anno fa. Renzi e i socialisti gli credettero, e lo votarono, e ci collaborano tuttora. Ma siamo ancora qui a aspettarli, miliardi e crescita: o non si può dire senza ledere la maestà non tanto del Presidente ma della tecnostruttura di Bruxelles?

Già, perché la sensazione è che a Bruxelles in questi giorni la patata bollente sia un po’ scivolata dalle mani della politica a quella della tecnica, dai leader agli staff, cioè laddove la responsabilità è più defilata, opaca, nascosta: è l’eterno problema della democrazia,quello della leggibilità delle scelte politiche. Cosa vuol dire, per esempio, quell’allusione obliqua di non meglio precisate «fonti» ad un’Italia nella quale «non si sa quali siano gli interlocutori» quando, come ha detto Gentiloni, da noi c’è un legittimo governo e autorevoli ministri? Una frase polemica che non solo «arma la mano» di quegli speculatori legittimati a seminare confusione sui mercati ma che getta discredito su un Paese fondatore. Non è propriamente populismo ma qualcosa che gli assomiglia o che ne è il progenitore: si chiama caos. Ed è esattamente contro il caos che la sinistra si batte. È la destra tecnocratica, populista, leghista, lepenista che vuole un’Europa disarticolata, dove vince il più forte e chi se ne frega degli altri, dove si alimentano gli squilibri e generano paure di massa.

Ed è in questo spazio stretto fra incapacità di governo e antieuropeismo che la sinistra gioca il suo ruolo che, guarda caso, coincide con gli interessi dell’Italia. Renzi su questo schema di ragionamento non molla. Venerdì incontrerà gli europarlamentari del Pd per fare il punto della situazione, e lavorerà in tutte le direzioni per difendere il ruolo dell’Italia dinanzi a chi «impaurito da questo nuovo protagonismo italiano, preferirebbe averci più deboli e marginali, come purtroppo è spesso accaduto in passato. Se ne facciano una ragione: l’Italia è tornata, più solida e ambiziosa». Non siamo dunque nel 2011, per ragioni economiche e per ragioni politiche, e d’altra parte anche a Bruxelles sanno che è meglio non scherzare col fuoco perché si finisce con lo scottarsi le dita. Non siamo alla fine del berlusconismo, siamo in un altro film. Le “incomprensioni” da una parte e dall’altra si possono affrontare e chiarire solo in un modo: con la politica, e nella trasparenza, noncon le veline o le frasi a effetto. Il rischio non è che ci rimetta Matteo Renzi, il rischio è che ci rimetta l’Italia e appresso a lei l’Europa.

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