Sfida in tv, la posta di Hillary è la democrazia

Usa
trump-clinton

Domani il primo dibattito televisivo con Trump, mentre nei sondaggi si riduce il vantaggio di Clinton. Sul ring mediatico il duello con il Fascismo

San Francisco – Caro direttore, dire che la vigilia è nervosa è dir poco. Tutti quelli che conosco, ormai vanno a vedere i sondaggi di Nate Silver almeno quattro volte al giorno. E per Hillary stanno scendendo, non c’è niente da fare. È ancora in testa, ma il vantaggio si sta erodendo. Nate Silver, con il suo sito “538” è una celebrità nazionale perché ha azzeccato le ultime due elezioni di Obama, oltre che la sconfitta dei Warriors nella finale NBA. È vero che altri sondaggi danno le chances di vittoria di Clinton al 75 per cento, ma Nate Silver le assegna un modestissimo 60. Florida e Ohio, ieri in cassaforte, oggi sono in ballo.

Niente da fare: Trump sta risalendo, è più attivo, sta raccogliendo denaro. Ed è altrettanto vero l’opposto: Hillary ha sprecato il clamoroso vantaggio che aveva ottenuto dopo la convention democratica. Lì era sembrato che ci fosse stato il colpo del KO: tutto il paese aveva avuto un moto di ripulsa nei confronti di Trump per il suo razzismo, la sua aggressività, il suo linguaggio. Ma Hillary si è eclissata. Non si è fatta vedere nelle piazze, non è andata in tv, non ha convocato conferenze stampa. Fino ad arrivare al disastro di New York, quando è collassata in pubblico, sotto gli occhi del mondo, durante la cerimonia in ricordo degli attentati dell’11 settembre.

Era una banale polmonite, ma Trump ha immediatamente risposto insinuando che Hillary Clinton è in realtà una malata grave (cancro? epilessia? Alzheimer?), talmente disonesta che mente anche sulla propria salute. E la cosa gli ha portato punti. Domani, lunedì, arriva il momento della verità: ci saranno cento milioni di spettatori: ogni sospiro, ogni espressione, ogni battuta sarà rimandata a miliardi di social network e tutti sanno che da questa serata dipenderà l’ulti – ma fase della campagna elettorale. Ma non sarà solo uno spettacolare incontro di boxe. Qui è stato organizzato un ring mediatico tra Fascismo e Democrazia, come non si era mai visto nella storia dell’umanità.

Hillary Clinton è, tutto sommato, una «normale» candidata. In politica da sempre, già first lady, senatrice, segretaria di Stato, una fama di competenza e di maneggio del potere politico. Moderatamente progressista. Donald Trump, invece, è l’eterno, enigmatico, «populista» moderno. Un Catilina, un palazzinaro spregiudicato e bancarottiere, personaggio televisivo, icona sexy. L’uomo si è presentato contro «la casta», accusando tutti i politicanti di Washington di essere dei corrotti. Ha subito scelto il razzismo come tema dominante: la difesa dell’uomo bianco di fronte all’immigrazione messicana, alla violenza dei neri, ai maneggi della politica. Si è proposto come difensore strenuo del possesso delle armi, ha dichiarato guerra al Messico e alla Cina, ha promesso la deportazione di 11 millioni di illegali, ha chiesto poteri più ampi per la polizia e il divieto di immigrazione per i musulmani. In politica estera è un ammiratore di Putin, «uomo forte».

E soprattutto è un denigratore ossessivo del presidente Obama. A chi assomiglia? Si è detto a Berlusconi, a Mussolini, a Hitler. Di certo, non c’è mai stato un candidato alla presidenza americana che abbia usato linguaggio e concetti simili a quelli di Trump. Reagan, al confronto, era un vero gentiluomo.

Che base ha? I sociologi dicono che sono maschi bianchi, ignoranti, provati dalla crisi economica e dal lavoro andato a finire all’estero, terrorizzati dalla crescita demografica, e politica, dei nuovi immigrati. Sono una base fascista? Hillary Clinton ha candidamente detto che metà dell’elettorato di Trump lo è, e che sono persone «deplorevoli». Trump non lo ha negato, anzi. Di fatto, rappresenta una corrente che in America è sempre stata presente; per esempio, alla fine degli anni Trenta, un movimento, che si chiamava «America First», promosso dall’eroe nazionale Charles Lindbergh e appoggiato da pezzi grossi come l’industriale Henry Ford, si batteva contro l’immigrazione degli ebrei europei, appoggiava Hitler che aveva battuto il comunismo e restaurato l’ordine, propagandava una supremazia dei bianchi, dei biondi, degli azzurri contro i neri, gli scuri, i ricci. Insieme a loro, aveva un straordinario successo un prete cattolico, padre Coughlin – la voce flautata di Dio – che parlava per radio a milioni di persone, con quotidiani sermoni antisemiti, anti massoni, anti banche.

La democrazia di Roosevelt fu sul punto di soccombere a quel movimento, quando i giapponesi bombardarono Pearl Harbor e tutto cambiò. Donald Trump ricorda un po’ quel periodo di difesa bianca; anche nell’aspetto e nel linguaggio. Domani avrà il più grande palcoscenico che un populista fascistoide abbia mai avuto. Provocherà, insulterà, perché sa che la sua base vuole questo. Ad Hillary Clinton, una donna di 68 anni, toccherà difendere non se stessa, ma la democrazia. È stato Obama stesso a ricordarlo, tre giorni fa: «Queste non sono elezioni normali, oggi ci giochiamo la democrazia». Ad Hillary toccherà andare all’attacco. Ecco, domani sera, sarà come assistere a un dibattito tv tra Franklin Delano Roosevelt e quel caporale austriaco, di cui i suoi sostenitori americani dicevano: «Non capisco quello che dice, ma certo lo dice con molta convinzione». Un altro che parlava alla pancia.

Hillary Clinton ha il compito più difficile che sia mai toccato a una donna. Battere il fascismo in televisione. Prendiamo posto sul divano e facciamo il tifo. Il giornalista Enrico Deaglio da anni vive a San Francisco, California; cittadino americano, queste sono le sue prime elezioni presidenziali. Gli abbiamo chiesto “come si sente” alla vigilia del grande dibattito televisivo Clinton Trump

Vedi anche

Altri articoli