Sergio Castellitto terapeuta cura i mali di vivere in tv

Dal giornale
L'attore Sergio Castellitto, in posa durante il photocall per la presentazione della seconda stagione della serie televisiva ''In Treatment'', alla Casa del Cinema di Roma, 20 novembre 2015. ANSA/GIORGIO ONORATI

Lunedì torna su Sky la seconda edizione di “In Treatment”: un linguaggio attento e preciso e, come pazienti, Licia Maglietta, Maya Sansa, Michele Placido, Isabella Ferrari e Viola di “Suburra”

In treatment”: vere e proprie sedute di analisi in tempo reale. Un terapeuta, i suoi quattro pazienti, anzi cinque perché una seduta è di coppia, il suo supervisore e uno studio. Tutto qui. Torna, dal 23 novembre, l’apparente semplicità del format più bello e complesso della tv. Ogni giorno, alle 19.40, su Sky Atlantic. Tornano il dottor Mari, uno strepitoso ed intimo Sergio Castellitto, la coppia in crisi Giannini- Bobulova e l’analista dell’analista, Licia Maglietta. Grande l’attesa per il resto del cast composto da Michele Placido, Isabella Ferrari, Alba Rohrwacher, Maya Sansa e Greta Scarano, agli onori della cronaca per l’interpretazione della tossica Viola in Suburra. Fin dalla prima stagione, quello del dottor Mari è un successo. Ma è un appuntamento impegnativo quello con l’analisi in tv, quasi una vera terapia: si devono rispettare gli orari cinque giorni su sette e si deve chiedere alla concentrazione uno sforzo aggiuntivo perché la serie va in onda nella fascia preserale, quando l’attenzione prende un po’ di respiro, tra gli impegni quotidiani e il telegiornale, apparecchiando la tavola. Ma, a giudicare dai risultati, In treatment pare una vera e propria cura. Per la televisione stessa. Dopo gli adrenalinici serial dedicati al crimine, dopo i reality ed i talent, Sky torna all’uomo e alla sua centralità.

Psicanalisi per un vasto pubblico

Ma come può la tv, da sempre costruita su “caratteri” al limite dello stereotipo che gli consentono allo spettatore un meccanismo di immedesimazione, abbandonare la consueta lente di ingrandimento per il microscopio dell’analisi senza rinunciare ad un pubblico vasto? E come può la scienza della psicoanalisi riuscire ad ambientarsi in tv, mezzo di comunicazione di massa per eccellenza? Nell’epoca della rete, degli sms, della velocità di comunicazione, nell’epoca in cui anche il cinema ha sostituito la trama con il mero ma dinamico susseguirsi di azioni e colpi di scena, la tv torna ad utilizzare il linguaggio più antico, aprendo le porte al teatro e al suo linguaggio. E anche se sembra un paradosso, visto che il teatro vive una crisi che sembra insanabile, è proprio questa la sua carta vincente. Il rapporto tra teatro e televisione non è nuovo. Sì, perché fin da suoi albori, la tv assolve a una funzione pedagogica e l’arte drammatica copre buona parte del palinsesto. Un primato che, purtroppo, oggi spetta a una tv privata. Un rapporto che, nel 1975, dopo la messa in onda dello storico Orlando Furioso, capolavoro di Ronconi, si salda in maniera sostanziale sancendo la nascita del teatro per la tv, ben diverso dal teatro in tv. Uno sforzo immane per un tentativo riuscito solo per metà. Ma una via segnata. E anche l’analisi non è nuova in tv. Ospitata, di fatto, attraverso il cinema, proiettato verso l’inconscio da un’attrazione fatale. Dallo storico Freud, passioni segrete, di John Huston, al più recente A Dangerous Method di Cronenberg, passando per Hitchcock. Da sempre il cinema racconta l’analisi. Un racconto per immagini. Qui, invece, tutto è diverso. In treatment è la tv che non si fa scrupolo di utilizzare e mescolare diversi elementi di forza: che si tratti di cinema, teatro o psicoanalisi. Perché è così che nasce la televisione, come mezzo inclusivo. Del cinema non tiene poi molto: abbandona l’azione, la scenografia e gli effetti speciali; abbandona soprattutto il suo schema narrativo. Smette di mostrare. Nulla, tranne la seduta stessa, accade nello studio del dottor Mari. E nulla di ciò che viene detto viene mai mostrato davvero. Ma, del cinema, la tv si tiene i primi piani. Gli occhi, si sa, sono lo specchio dell’anima. E se non è lecito confondere anima ed inconscio, in In treatment quegli occhi hanno il loro valore.

Il rapporto con il teatro

Col teatro In treatment mostra subito un rapporto più stretto. Più naturale. La prima cosa che colpisce sono le parole. Parole dense. Pesanti. Sorrette solo dall’espressione dei volti. Eccolo qui il teatro. Perché è dal dialogo che nasce il dramma. Non serve nient’altro. Niente racconti. Soprattutto niente racconti per immagini. Solo libere associazioni. Solo linguaggio. Ed è una lingua che non rappresenta la realtà, quella dell’analisi, ma si fa realtà essa stessa: quella dell’inconscio. Mi pare che qui questa realtà la si possa percepire davvero. Perché non c’è niente a distrarci. A suggerirci. Nessuna immagine a cui appigliarci. E’ una dimensione intima, privata, particolare, quella della seduta terapeutica che sui apre a quel tratto di universalità che solo il teatro sa restituire davvero. In parte credo sia merito dei nostri attori. Di quel gene teatrale che alberga in loro. Forse proprio per questo ho trovato il serial americano meno convincente. Fuori dalle tecniche dello star system, quella di Castellitto e dei suoi “pazienti” è l’espressione di una capacità improvvisativa che mette l’attore in rapporto costante, diretto e profondo col personaggio e col pubblico. Nessuna finzione scenica da mandare a memoria. Ma una verità cercata in ogni Monica Granchi gesto e in ogni momento. E’ il teatro ad insegnarci questo. Non servono orpelli o effetti speciali a fare di un personaggio un personaggio autentico. Il teatro, dove una corona basta a fare un re e un fazzoletto rosso è una ferita mortale, ci avvicina alla parte meno esteriore e più profonda dei suoi personaggi: quella universale; quella che tutti possiamo riconoscere. Ed è questa recitazione a rendere giustizia all’analisi in tv. Alla capacità che l’introspezione ha di scovare l’universale dentro il particolare. E’ solo così che il transfert psicoanalitico tra paziente e medico non dico che si realizza ma trova una relazione con il sentimento che lega spettatore e attore. Un sentimento che si riesce ad accendere con In treatment. E se l’elemento indispensabile della concentrazione pare in qualche modo riavvicinare al cinema, in realtà la serialità dell’appuntamento e l’impossibilità dello spettatore di saltare le sedute per una completa comprensione della fiction fanno del format un

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