Senza investimenti non c’è futuro per l’Italia

Economia
Una veduta del porto di Genova, oggi 07 luglio 2011. Un nuovo accosto lungo 640 metri ed un incremento dello spazio a terra di oltre 63 mila quadri per una superficie totale del terminal di oltre 300 metri quadrati. Sono i numeri della nuova banchina che verra' realizzata in porto, nell'area di ponte Ronco e ponte Canepa, oggetto del sopralluogo effettuato stamani dal presidente dell'Autorita' Portuale, Luigi Merlo, e dal Presidente della Regione Liguria, Claudio Burlando.
ANSA//LUCA ZENNARO

La strategia del governo aveva un piano per tutti e tre i tipi di investimento cruciali per l’Italia: pubblici, privati ed esteri. Ecco cosa serve ora

Perché in economia sono particolarmente importanti gli investimenti? E perché, in questa fase, sono cruciali per l’Italia?

La prima domanda ha una risposta semplice. Gli investimenti sono importanti perché hanno allo stesso tempo sia un effetto di domanda (se un’azienda compra un nuovo macchinario, sta domandando un bene da un produttore che lo avrà costruito) che di offerta (aumenta la capacità produttiva, quindi la possibilità di produrre beni e servizi anche in futuro).

E anche la seconda domanda ha una risposta piuttosto semplice. L’Italia ha da almeno due decenni un problema di offerta grosso come una casa (bassa partecipazione al mercato del lavoro, scarsa accumulazione e mobilità di capitale e scarsa crescita della produttività) e si sta riprendendo solo ora da un brutto shock negativo di domanda, conseguente alla Grande Recessione.  E’ per questo quindi che dopo il piano di stimolo dei consumi (80 euro, diminuzione del carico fiscale su famiglie e imprese), l’attenzione dei governi del Pd si è presto spostata sulla necessità di favorire una robusta ripresa degli investimenti. Anche perché in un paese in cui non si investe, per definizione, non si crede più nel futuro.

Gli investimenti sono di tre tipi: pubblici, privati e esteri. La strategia del governo aveva un piano per tutti e tre. Su quelli pubblici, si è agito soprattutto con la rottamazione del Patto di Stabilità Interno per gli enti locali e con un massiccio piano di investimenti soprattutto nel campo delle infrastrutture di trasporto; su questo versante, tuttavia, i risultati non sono ancora in linea con le aspettative e con le necessità. Per  stimolare gli investimenti privati si è scelta soprattutto la strada di consistenti sconti fiscali: con l’ “super-ammortamento” e con “l’iper-ammortamento” si sono concessi generose riduzioni di tasse  a imprese che acquistano macchinari (40% di sconto fiscale), particolarmente se afferenti a nuove tecnologie (in questo caso lo sconto è del 150%). Su questo versante, al contrario del precedente, i risultati cominciano a vedersi chiaramente: mentre dal 2012 al 2014 gli investimenti fissi lordi registravano pesanti diminuzioni rispetto all’anno precedente (rispettivamente, -9.3%, -6.6%, -2,3%), nel 2015 e nel 2016 hanno ripreso ad aumentare (+1.6% e +2.9%); in particolare nel 2016, per la prima volta dopo molti anni, ripartono anche gli investimenti nel settore delle costruzioni (+1.1%)[1]. Per il prossimo futuro  “tutti i principali previsori si attendono un’espansione degli investimenti nel biennio 2017-2018”[2]

E per quanto riguarda gli investimenti esteri? Qui la strategia era semplice: fare in modo che all’estero tornassero a considerare l’Italia un posto dove valesse la pena investire. Rientrano in questo obiettivo le riforme del mercato del lavoro (Jobs Act) e del capitale (banche popolari e “pulizia” del sistema bancario), le semplificazioni fiscali per gli investimenti dall’estero, la riforma della pubblica amministrazione e del sistema formativo. Ma soprattutto, l’idea di un paese stabile, serio, credibile.

Andiamo a vedere com’è andata[3].

Nel 2015, ricevevamo un flusso di investimenti esteri diretti pari a 19 miliardi di dollari, piazzandoci diciottesimi nelle classifica mondiale dei paesi destinatari.
Nel 2016, ne abbiamo ricevuti ben 29 miliardi, per un aumento del 52,6% rispetto all’anno precedente. Grazie a questo aumento, abbiamo scalato cinque posizioni in classifica, diventando il tredicesimo paese destinatario di flussi di investimenti.

E se fossero tutti investimenti finanziari, di tipo speculativo? A dire il vero, una semplice occhiata alla nostra bilancia dei pagamenti[4] tende ad escluderlo. Guardando il conto finanziario (che registra i movimenti finanziari in entrata e in uscita dal paese) vediamo che gli “investimenti diretti” (cioè quelli effettuati per acquisire una responsabilità gestionale e per acquisire un legame durevole con l’impresa) passano dai 11,706 miliardi del 2015 ai 25,032 miliardi del 2016 (erano 14,638 nel 2013).

Significa quindi che nel 2016 il flusso di denaro investito da soggetti esteri in Italia per partecipare direttamente ai processi produttivi (e creare quindi lavoro, sviluppo, benessere) è aumentato di oltre il cinquanta per cento.

Tutto bene dunque? Non proprio. Lo stock di investimenti esteri è ancora basso: meno della metà di quello francese, poco più del 40% di quello olandese e irlandese, poco più del 60% di quello spagnolo.

Cosa manca?

Sul piano economico, una coraggiosa riforma del diritto fallimentare e – soprattutto – del diritto amministrativo (che a mio parere è il vero terreno su cui si gioca il cambiamento strutturale di alcune dinamiche del paese), oltre ovviamente al proseguimento dell’opera di riduzione della pressione fiscale e di riforma dei meccanismi di formazione professionale. Mai va dimenticata, poi, l’esigenza di combattere illegalità e corruzione, i principali freni alla competitività economica.

Sul piano più generale, beh. Si investe in un paese se lo si considera in grado di dotarsi di una stabilità politica. Se si è sicuri che, a urne chiuse, sia chiaro chi ha vinto, chi governa e con quale programma. Se la classe politica che vince le elezioni ha pronta squadra e programma, sui quali ha ricevuto il mandato popolare in modo chiaro e netto. Senza giochini o alchimie spacciate per “abilità politica”, senza ammucchiate confuse scambiate per “coalizioni inclusive”, senza poteri di veto di formazioni politiche minuscole scambiati per “assenza di arroganza”.

Ma questa, si sa, è un’altra storia.

 

[1] Fonte: “L’Italia nell’Economia Internazionale” – Rapporto ICE 2016-2017, cap.2, tavola 2.1
[2] Fonte: Banca d’Italia, Bollettino Economico del Luglio 2017, pag.21.
[3] Fonte: “L’Italia nell’Economia Internazionale” – Rapporto ICE 2016-2017, cap.2, tavola 1.6
[4] Fonte: “L’Italia nell’Economia Internazionale”. Rapporto ICE 2016-2017, cap.2, Tavola 2.2.

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