“Sempre meglio che lavorare”, i The Pills da internet al cinema: com’è il loro film?

Cinema
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Pregi e difetti della pellicola che proietta il trio sul grande schermo.

 

Sempre meglioSchermata 02-2457421 alle 02.08.20 che lavorare è l’adagio con cui il trio romano, The Pills, affronta la sua prima avventura cinematografica. Capaci di inventare un proprio linguaggio attraverso una web serie che ha conquistato la rete, i ragazzi sono approdati da internet alla televisione, per finire poi sul grande schermo in un percorso, dalla loro formazione ad oggi, durato in tutto una decina d’anni.
La forza della loro poetica sta nella rappresentazione senza filtri, quasi naturalistica, del modus vivendi di una certa tardo gioventù romana, integrata in un dispositivo di gag spesso surreali. In un’intervista di qualche anno fa si faceva riferimento a un debito di riconoscimento del trio nei confronti del film Ecce Bombo di Nanni Moretti e in effetti la rappresentazione di una generazione, oggi come allora, tagliata fuori dai centri nevralgici della società, leggermente marginalizzata, impossibilitata a trovare una precisa collocazione nel mondo echeggia anche in Sempre meglio che lavorare; con la differenza che mentre Moretti modellava il suo lessico direttamente sul formato cinematografico, i The Pills si trovano nella situazione di dover reinventare, o quantomeno adattare, il loro linguaggio a una nuova forma. 
La sfida era quella di funzionare al cinema con lo stesso grado di efficenza che nelle pillole online. 
Il filo conduttore che attraversa il lungometraggio è una profonda e interiorizzata negazione della crescita, vista come simbolica rinuncia a poter sognare: lavorare diventa l’incarnazione palese di questo spauracchio e assume i connotati di una parola tabù che Luca, uno dei tre protagonisti, non riesce quasi a sentir pronunciare; così come Luigi è assolutamente devastato dai sintomi dell’invecchiamento e parallelamente, con un divertente gioco di rovesciamento di prospettiva, Matteo si trova a fronteggiare un padre improvvisamente contagiato dal virus del giovanilismo. Questi tre percorsi narrativi si intrecciano nel film, che diventa una sorta di commistione di tre lunghi episodi dei The Pills; all’interno di ognuna di queste trame non è difficile ravvisare gli ingredienti che hanno reso celebre il trio: alcune uscite irriverenti e irresistibili, per esempio, “siamo i due Marò”, come battuta lasciapassare per accedere al quartier generale dei “bangla”; delle trovate ingegnose che contribuiscono a movimentare la pellicola, come spostare il fuoco della narrazione dal presente ad un passato popolato dai tre protagonisti preadolescenti; una colonna sonora di brani della nuova canzone italiana indie, che pulsano di un’emotività assolutamente speculare a quella del trio.
Però il film ha anche un problema che ne mina, in parte, la riuscita. Questa esilarante puntata della loro serie, intitolata ironicamente come un film di John Woo di fine anni ’90, è utile a spiegare di cosa si tratta.

Gli ingredienti della loro produzione in pillole seguono, spesso, un canovaccio più o meno esplicito; ad un certo punto della puntata si approda a una esasperazione caricaturale, che sfocia in un surrealismo piū o meno spinto: un dispositivo fondamentale in molte delle scene del trio. In questo caso, Luca non riesce a distinguere tra Giancarlo Magalli e l’amico Luigi, e il presentatore si cala goffamente nei panni del ragazzo romano, producendo un effetto comico. Lo spettatore è disposto a concedere una sorta di sospensione dell’incredulità, e questa fiducia che accorda al trio, tacito patto tra autore e fruitore, ha le sue radici nel concetto di tempo. Chi guarda l’episodio si lascia catturare non solo perché divertito dalla situazione, ma soprattutto perché, trattandosi di un formato breve, è disposto a seguire i The pills in questa buffa deriva surrealistica, aspettando l’imminente epilogo che risolva la situazione. 
La stessa ricetta viene usata in Sempre meglio che lavorare: Luca e Luigi, lungo tutta la narrazione, vivono continuamente questa dimensione che li porta sull’orlo di un eccesso caricaturale, li spinge ad avere reazioni anormali, come, ad esempio, la fobia di Luca al solo udire la parola lavoro. Ma reiterato per tutta la durata dell’opera, questo meccanismo finisce per smorzare progressivamente sia l’effetto comico che quella sorta di legame fideistico con lo spettatore al quale abbiamo accennato. Come quando si ripete meccanicamente uno scherzo che fa ridere le prime volte, ottenendo, alla lunga, l’effetto contrario. Il bombardamento di gag, così costruite, da una parte impedisce che la pellicola possa articolarsi con dei tempi propriamente cinematografici, dall’altra contribuisce a determinare una sensazione di arbitrarietà nello svolgersi degli eventi: come se ciò che accade non rispondesse a un disegno preciso. Si ha l’impressione, cioè, che gli avvenimenti che si succedono, montati in modo diverso, potrebbero mantenere inalterata la fisionomia del film; e, alla fine, questa indistinzione porta a un senso di ripetitività.
Torniamo per un attimo all’accostamento che abbiamo fatto con Ecce Bombo: c’è una scena, rimasta nell’immaginario collettivo, in cui Michele Apicella (Nanni Moretti) dà di matto in un bar, urlando, contro un signore che blatera frasi qualunquistiche, la mitica invettiva “te lo meriti Alberto Sordi”. Ecco, in Sempre meglio che lavorare, con una frequenza serrata, si susseguono episodi con un climax esasperante simile a quello della scena morettiana, con il risultato di depotenziare la portata iconica della performance. Laddove, in sostanza, in Ecce Bombo l’esplosione nevrotica rappresenta un unicum, che catalizza, in modo liberatorio, tutto quello che monta sottotraccia nel film, nell’opera dei The Pills si arriva continuamente a un’esasperazione rituale, che dopo un po’ finisce per svelare il proprio meccanismo. E dire che il trio riesce a essere del tutto convincente quando invece si dedica a una lieve distorsione del realismo, che non offusca, ma anzi è funzionale, a illuminare con acume una quotidianità riconoscibile.
Per questo auspichiamo che il talento dei ragazzi, fuori discussione e di cui abbiamo assaggi anche in questo Sempre meglio che lavorare, possa al più presto confluire in un lavoro che metta in risalto i loro punti di forza, allontanando un po’ le formule collaudate.

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