Se lo sport diventa un dramma personale (e collettivo)

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Lo sport è in grado di regalare gioie e, allo stesso, tempo enormi delusioni collettive. Troppo pesanti, a volte, anche per le larghe spalle degli atleti

L’importante è partecipare“, diceva Pierre De Coubertin quando si inventò i Giochi Olimpici moderni, il più grande appuntamento di sport del globo. Una frase universale, che i bambini di tutto il mondo imparano ancora prima di cominciare l’approccio alla disciplina che in alcuni casi li farà diventare dei campioni. Una frase che è il simbolo delle Olimpiadi ma che non tutti gli atleti vogliono o possono veramente fare propria.

Per motivi diversi tra loro e con reazioni molto differenti, non l’hanno fatta propria, alcuni degli atleti italiani di punta ai Giochi di Rio.

Su tutti Federica Pellegrini, la “divina”. La miglior nuotatrice italiana di sempre, una delle star mondiali di questa disciplina, condannata a vincere da quando aveva 15 anni, non ha centrato l’appuntamento con la storia. Nessuno le chiedeva di vincere, neppure lei a se stessa. Doveva solo centrare una medaglia, anche la più “povera”, per salire sul podio olimpico dodici anni dopo la prima volta (Atene 2004), cosa mai riuscita a nessuna nuotatrice. Non ce l’ha fatta, come d’altronde le era successo quattro anni fa a Londra. La reazione di Federica ne ha messo in luce tutti i limiti caratteriali: incredula a fine gara, furente sui social network contro i critici, desiderosa di rivincita quando invece aveva annunciato che queste sarebbero state le sue ultime Olimpiadi. Incapace di perdere, altro che “l’importante è partecipare”.

Un discorso completamente diverso lo dobbiamo fare per Vincenzo Nibali, il ciclista italiano più forte, che ha sfiorato la medaglia per cui si è preparato per tutta la stagione. Forse per lo ‘squalo dello Stretto’, sfortunatissimo, fermato da una rovinosa caduta a 10 km dal traguardo che gli ha provocato la frattura di polso e clavicola, sarebbe stato meglio non partecipare proprio.

Altro campione, altra delusione. Clemente Russo, il due volte argento olimpico, il capitano della spedizione azzurra di pugilato, il simbolo di quello sport che, più di altri, contribuisce a salvare masse di giovani altrimenti condannati ad un futuro precario e difficile. Il gigante casertano, diventato un personaggio “televisivo” che va ben oltre il successo nel suo sport, voleva la medaglia, voleva l’oro. Si è fermato ai quarti, non l’ha presa bene. Ma più che con i pugni che gli ha tirato il campione del mondo russo Eugeny Tishenko se la prende con le valutazioni dei giudici. “E’ una vittoria della politica e non dello sport”. Tatanka se la prende anche con una gloria nazionale, quel Patrizio Oliva che a Mosca ’80 fu oro olimpico e che oggi commenta il match in tv: “Ora mi inc…con stupidi ex pugili che fanno i commentatori” dice Russo, che ora è atteso nella casa del Grande Fratello vip e potrebbe non essere l’unico progetto extra sportivo del pugile, ma non annuncia il ritiro: “Mi sento giovane sia fisicamente che mentalmente”.

Dalla scherma arrivano, nonostante le vittorie sia sul campo che fuori dei Garozzo e Di Francisca, altre due cocenti e mal accettate docce fredde. E se il 38enne Aldo Montano punta dito contro i giudici (anche lui con l’accusa di aver favorito l’atleta russo che l’ha eliminato), Arianna Errigo se la prende con il suo ex allenatore. La schermidrice brianzola era la grande favorita della vigilia nella sua disciplina. Una sua medaglia, insieme a quella di Elisa Di Francisca era data praticamente per certa. Ma la sua avventura è finita inaspettatamente molto presto, agli ottavi di finale. La sua rabbia si scaglia in parte contro se stessa – “non ho gestito la tensione” – in parte contro il suo maestro Giulio Tommasini, con cui si è separata a inizio anno: “È da gennaio che mi alleno da sola facendomi aiutare da chi aveva intorno – dice la Errigo – Sono convinta di quello che ho fatto. Per me deve esserci il rispetto reciproco. Se quello viene a mancare, puoi essere il maestro più bravo del mondo, ma io preferisco perdere una medaglia d’oro“.

C’è poi chi avrebbe voluto partecipare ma non ha potuto. Parliamo di due casi completamente diversi tra loro, anzi, in netta contrapposizione. Da una parte Alex Schwazer, il marciatore altoatesino condannato ad una squalifica di otto anni da tutte le competizioni per doping, dall’altra Gianmarco Tamberi, saltatore azzurro in odore di medaglia (una delle poche speranze italiane nell’atletica leggera) e costretto a saltare i Giochi di Rio per un infortunio alla caviglia capitatogli a poche settimane dall’inizio delle Olimpiadi. Tamberi è uno dei grandi accusatori di Schwazer (“si è dopato due volte, giusto punirlo”). Schwazer che, dal canto suo, continua a professarsi innocente. Dove sta la verità? Forse non lo sapremo mai.

Quel che sappiamo è che, chi in un modo chi nell’altro, tutti questi atleti italiani hanno vissuto e stanno vivendo quello che in gergo viene definito un dramma sportivo. Un’espressione di cui spesso si abusa in maniera del tutto inconsapevole. Si abbina la parola “sportivo” alla parola “dramma” per darne un’accezione meno pesante, specie se pensiamo a quelli che consideriamo dei “drammi veri”. Ebbene per questi ragazzi il dramma è perdere, deludere le attese. Più i campioni sono forti, conosciuti, vincenti, più reagiscono male se perdono (con alcune eccezioni, una su tutte Nole Djokovic). Perché “il dramma” non è solo il loro, ma anche un po’ il nostro, dei milioni di persone che ogni quattro anni si aspettano da loro gloria e vittorie. Troppo, anche per spalle così larghe.

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