Se l’Italia mette in tavola un Pasto Buono

Dal giornale
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La Fao “arruola” il progetto della QUI Foundation, che da un’idea dell’imprenditore Gregorio Fogliani dal 2007 ha recuperato alimenti invenduti per 800mila pasti in sette città

Ora c’è anche l’imprimatur della Fao, sul Pasto Buono made in Italy. Del resto, i numeri stanno dalla parte di questo progetto, nato e cresciuto a Genova e poi esportato a Napoli, Milano, Firenze, Roma, Civitavecchia e Cagliari per far arrivare a chi ne ha bisogno il cibo invenduto di tavole calde, pizzerie, bar, gastronomie. Una realtà che nel 2014 ha tagliato il traguardo di 800 mila pasti recuperati e donati: 300 mila solo lo scorso anno, 500 mila dai suoi esordi al 2013.

Numeri che raccontano due cose: la buona idea alla base del progetto, e i bisogni “nascosti” di un Paese che, nel cuore dell’Europa, conta oggi 4 milioni 100 mila persone in povertà assoluta. Persone che dunque non hanno i mezzi per rispondere alle esigenze più basilari, a partire da quella del cibo. Eppure, in Italia come in altre nazioni sviluppate il loro numero cresce di pari passo a un ingente spreco alimentare, che rende ancora più intollerabile la loro condizione. Dei modi per arginarlo si parla oggi molto più di un tempo, ma i dati dicono che c’è ancora moltissimo da recuperare. C’è chi però ha cominciato a farlo da tempo.

Gregorio Fogliani, ad esempio. Genovese, imprenditore dagli esordi, Fogliani gestisce dei locali, poi nel 1998 intuisce le potenzialità delle convenzioni con ristoranti e bar e si butta nel settore dei buoni pasto con la società «QUI Ticket». Un nome che cresce allargandosi via via ai ticket elettronici e a servizi di welfare aziendale, fino a conquistare la leadership di settore come società a capitale interamente italiano. Ma c’è qualcosa d’altro che matura, una sensibilità («me l’hanno data le donne», assicura lui, «quelle della mia famiglia e quelle della mia impresa, che sono l’80% del personale»), che unita all’esperienza di gestore gli fa accendere i riflettori sull’enorme quantità di cibo rimasto invenduto a sera nei locali. Mentre fuori, nelle strade, c’è chi è costretto a rovistare nella spazzatura per mettere qualcosa nello stomaco.

Una contraddizione che Fogliani affronta in modo pragmatico. Nel 2007 nasce la QUI Foundation e va a bussare alla porta degli esercizi commerciali per metterli in contatto con associazioni, Caritas e Croce rossa dei vari territori, prima a Genova e poi nelle altre città: i volontari ritirano il cibo inutilizzato e lo consegnano a disoccupati, famiglie monoreddito, disabili, pensionati individuati dalle associazioni come bisognosi. «Il problema me l’ero posto già quando ero io steso un gestore – racconta allora Fogliani -: i miei genitori mi hanno insegnato che il cibo non si butta. E allora, perché non donarlo? Così anche chi non potrebbe permetterselo avrà pasti di qualità. Non solo avanzi», si infervora l’imprenditore».

«La nostra forza è stata quella di fare rete – continua – Sa quanti locali vorrebbero donare e non sanno come fare? Si fanno tante discussioni,invece ci vogliono fatti. E ci sono azioni che si possono intraprendere subito. A costo zero, senza nuovi fondi: basta valorizzare risorse che già ci sono, vorrei che tanti altri seguissero questa idea. Penso anche ai profughi: questo circuito potrebbe dare una mano anche a loro». Dal 20 novembre il Pasto Buono è stato inserito dalla Fao nel suo progetto Save Food, creato per far dialogare aziende, industria alimentare, ricerca, politica e società civile, sensibilizzando sui costi sociali generati dallo spreco del cibo. Per Fogliani il riconoscimento all’azione della sua Fondazione come una delle best practices in circolazione è certo una soddisfazione. Così come la sessantina di domande di studenti universitari che a Milano si sono offerti volontari per il progetto tramite University.it. Ma di una cosa non si capacita: «Potremmo fare venti volte di più». Gli ostacoli? Fiscali ma anzitutto legislativi, visto che può donare cibo solo chi lo tratta con un abbattitore della temperatura, apparecchio da 20-30 mila euro non proprio alla portata di ogni tavola calda. E per chi va contro le regole «ci possono essere conseguenze anche penali. In pratica, il contrario di quanto avviene in Francia: lì una legge recente punisce la grande distribuzione se non dona. Abbiamo provato a sollecitare una nuova normativa qui in Italia, non c’è stato nulla da fare. Spero che il governo intervenga su questo: si può fare davvero molto, solo liberando le energie in campo».

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