Se il cuore crolla insieme alla mia terra. Il romanzo di Annalisa De Simone

Letteratura
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Recensione de “Non adesso, per favore”, secondo romanzo della giova scrittrice romana

L’assenza del tuo amore che c’era e non c’era. L’assenza del tuo mondo – la tua città, la tua casa, la tua famiglia – che c’era e non c’era. Tirate una riga fra le due cose e rimarrete come sgomenti di fronte a pezzi di vita che crollano. Difficile separare la banalità e l’irripetibilità di un’esistenza, di una storia, o di un evento naturale. Il crollo, i crolli: accadono sempre, e bisogna affrontarli in qualche modo. Come avrete capito, è difficile sintetizzare questo bel romanzo di Annalisa De Simone, Non adesso, per favore (pagine 162, euro 17,00, Marsilio) che è in lizza per il premio Strega, opera seconda di questa giovane scrittrice dalla scrittura esatta nella sua ansia di scandagliare gli abissi del proprio animo.

Il sole e la luna I crolli, dunque. Uno è evidentissimo, forte, anzi atroce, è quello portato dal terremoto dell’Aquila, L’Aquila che è realmente la città della scrittrice, L’Aquila da dove la famiglia e la protagonista Annalisa scappano la notte del 6 aprile 2009 per rifugiarsi in una casetta sulla costa – e meno male che il previdente padre l’aveva comprata, questo padre così commovente nella sua incomprensibile durezza di modi: «Ho sentito il boato e ho aperto gli occhi, era cavernoso, tipo un tuono che viene dal basso, la stanza era sommersa dal nero, il letto mi sbalzava da tutte le parti, non so quanto sia durato ma sembrava non finire mai, ho gridato forte…». Ecco, L’Aquila che casca a pezzi è la metafora della vita quando non è vita, e soprattutto L’Aquila è così lontana, lontana dalle cose reali di Annalisa, che vive a Roma, editor in una piccola casa editrice, velleità di scrittrice, ragazza presumibilmente bella a cui capita una cosa che è capitata milioni di volte eppure sempre diversa.

Questa cosa è l’incontro con un uomo, u n uomo più vecchio, un romanziere di un certo successo, ma l’amour fou che divampa nella prima parte del libro non ha portato altro che al ritrarsi di lui, e alla stupefatta malinconia di lei. E giù frasi molto belle, ad afferrare l’incomprensibile: «La luna si nasconde dietro una striscia di nuvole, gioca a fare la schiva e si accovaccia dentro al buio. Vive di luce riflessa la luna, è dolce illusione come certi pensieri. Preferisco la sincerità del sole. Il sole non usa espedienti e tanto meglio, allora. Con te sono stata più luna che sole?». Allora lui se ne sta a Roma, lei all’Aquila, sms rapidi e telefonate senza molto senso, il rivedersi un’ultima volta e poi la sorprendente conclusione finale: ma chi sia veramente lui, chi sia veramente lei non è facile da capire, anzi, non è dato capire. Siamo dunque di fronte ad un romanzo drammatico, scritto benissimo come da una giovane scrittrice non ti aspetteresti, con vaghi echi americani in sottofondo e un lodevole impegno letterario sull’esercizio della memoria (non può essere casuale una citazione di Proust), un romanzo che ci lascia domande nella testa di quelle senza risposta, ma la letteratura in fondo a questo serve.

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