Se “Homeland” sconvolge quanto la realtà

Dal giornale
Sebastian Koch as Otto During and Claire Danes as Carrie Mathison in Homeland (Season 5, Episode 2). - Photo:  Stephan Rabold/SHOWTIME - Photo ID:  Homeland_502_1760.R

La serie mostra i cambiamenti collettivi e individuali causati dal terrorismo, dalla paura e dalla necessità di sicurezza

In contemporanea con gli attentati di Parigi, è andato in onda su Showtime, il canale statunitense che produce la fiction Homeland, un nuovo episodio di una delle serie tv più seguite, amate e premiate degli ultimi anni. In Italia vedremo quella puntata su Fox (canale di Sky) l’11 dicembre.

Difficile parlare di fiction quando la realtà riempie il nostro orizzonte visivo ed emotivo. Fuorviante, se non insostenibile, evocare simulazioni e rappresentazioni, quando un tangibile “atto di guerra” ha colpito l’Occidente. Sconveniente, se non irresponsabile, scrivere di un prodotto della cultura di massa nel momento in cui il mondo è impegnato in decisioni storiche che determinano il nostro presente e il nostro futuro.

Eppure – proprio perché difficile e, forse, irresponsabile – potrebbe essere vantaggioso e doveroso parlare di finzione oltre che di analisi geopolitica per rielaborare ciò che sta accadendo. D’altronde, fin dalla notte dei tempi, l’uomo ha utilizzato la “finzione” dell’arte per affrontare le emozioni che la “realtà” imprime nel suo animo. Evocando le nostre ferite, le lenisce. Richiamando le nostre paure e i nostri traumi, li rielabora. Se l’analisi storica dei fatti parla del particolare, la finzione dell’opera d’arte parla dell’universale, ha scritto Aristotele nella Poetica. E, proprio per questo, la finzione può avere – oggi più che mai – un effetto sconvolgente che ci consente di elaborare le conseguenze traumatiche della realtà.

La puntata di Homeland, vista sul web, infatti, è stata preceduta da una scritta su fondo nero che, oltre ad esprimere massima vicinanza a tutti coloro che sono stati coinvolti negli attacchi di Parigi, avvertiva gli spettatori: «Alla luce di questi tragici eventi, ricordiamo al pubblico che Homeland propone contenuti che qualcuno potrebbe considerare sconvolgenti».

Potremmo permetterci una reazione quanto meno stupita (se non irritata): per quale ragione una banale fiction dovrebbe provocare una reazione sconvolgente a fronte di una realtà che – contemporaneamente – si sta rivelando ben più terrorizzante?

In verità, le ragioni che legittimano questo messaggio di avvertimento rivolto al pubblico occidentale sono innumerevoli. Innanzitutto, Homeland è una fiction che parla di sicurezza internazionale e di attentati terroristici: le azioni imitate dai personaggi della serie corrispondono alle azioni documentate dalla cronaca di questi giorni. Inoltre, le puntate della quinta stagione, attualmente in onda, sono ambientate in Europa e in Siria: gli scenari fatali verso i quali l’attenzione di tutto il mondo si sta forzatamente e inevitabilmente concentrando.

Ma tutto ciò non basta per giustificare il messaggio di avvertimento iniziale. Non bastano il tema del terrorismo e la location europea per rendere Homeland una fiction più «sconvolgente» della realtà, soprattutto per il pubblico europeo appena ferito dagli attentati di Parigi. C’è altro ancora. Homeland, infatti, non si limita a replicare e imitare i “particolari” eventi storici che stanno destabilizzando l’Occidente, condendoli con un’avvincente salsa pop. Homeland è sconvolgente perché mette in scena gli “universali” e pervasivi cambiamenti che questi “particolari” eventi hanno avuto, stanno avendo e avranno sulla nostra vita, sia a livello collettivo sia a livello individuale. Questa fiction televisiva, cioè, è sconvolgente perché mostra – senza la morbosa curiosità della cronaca e la faziosità rumorosa dei talk-show – quello che non vogliamo vedere. Facciamo un passo indietro per capire di cosa stiamo parlando. Homeland è una fiction basata sulla fortunata produzione israeliana Hatufim creata dello sceneggiatore Gideon Raff e tradotta negli USA con il titolo Prisoners of War. Nel 2011 il canale americano Showtime realizza questa nuova versione per il mercato occidentale affidandosi agli autori Howard Gordon e Alex Gansa, creatori della serie culto 24.

Il plot che ha aperto la prima stagione è concentrato sulla dialettica oppositiva tra i due protagonisti. Da un lato, Carrie Mathison, interpretata da Claire Danes: un’analista della CIA brillante e preparata, che si occupa di questioni di difesa nazionale con una dedizione maniacale. Dall’altro, Nicholas Brody, interpretato da Damian Lewis: un sergente dei marine catturato mentre era in missione in Iraq, un eroe nazionale che torna negli Stati Uniti dopo essere stato liberato dall’esercito americano dopo otto anni di prigionia.

Due limpidi simboli della guerra al terrorismo che – come i personaggi di una tragedia antica – sono presentati con i caratteri di un’ambigua duplicità. Carrie Mathison, l’agente segreto, è bipolare e prende psicofarmaci per normalizzare il suo disturbo. Nicholas Brody, il soldato patriota, nasconde la verità sulla sua detenzione irachena e sui suoi legami con i terroristi. Entrambi hanno una doppia vita, entrambi nascondono una parte del proprio passato, entrambi non dicono la verità sulla propria identità. Il sergente Brody è o non è un eroe che ha dato tutto, compresa la propria famiglia, per proteggere la sua “homeland”, la sua patria? E, al contrario, è o non è un traditore che si è convertito alla causa dei nemici che minacciano la sua patria? I sospetti dell’agente Mathison, invece, sono o non sono il frutto di episodi psicotici che mostrano inesistenti cospirazioni e complotti? Oppure le sue ossessioni sono lucide visioni di una realtà altrettanto malata e patologica?

E se le prime stagioni di Homeland hanno messo in scena l’inquietante scenario dell’America post 11 settembre, ora le cose sono cambiate. Nella quinta stagione non si parla più di Al-Qaeda ma di ISIS, non di Iraq ma di Siria, non di America ma di Europa. E la zona d’ombra delle ambiguità si è estesa fino a coprire l’intero orizzonte del visibile. L’universo di sospetti paranoici e di menzogne pericolose, di complotti internazionali e di attentati sventati è un ordine globale al quale non c’è alternativa.

Tutti inseguono e sono inseguiti. Tutti braccati. E in questa sconfinata zona d’ombra, l’intelligence e il terrorismo si lasciano guidare da una sceneggiatura immaginaria; rispondono alle esigenze di uno spettacolo globale che richiede “atti di forza” dimostrativi e simbolici dove finzione e realtà si confondono in un incessante gioco di specchi.

Ma quest’ansiogena dialettica tra normalità e patologia, tra amicizia e inimicizia, tra benevolenza e ostilità, tra alleanza e conflitto, tra impotenza e reazione parla di noi, ci riguarda, ci interroga e ci costringe a prendere posizione. In Homeland lo spettatore, insieme ai protagonisti, elabora in modo lucido e sistematico un sistema di credenze di tipo persecutorio. Una normalità contrassegnata dall’angoscia, dalla diffidenza, dall’inclinazione al pregiudizio e all’insicurezza.

Ecco, si mostra più evidente il carattere «sconvolgente» di questa “finzione” che sostituisce e, perfino, anticipa la realtà. Non è più un distopico futuro, ma un improvviso presente. E in questa profezia narrativa si nascondono le domande inquietanti alle quali la realtà odierna impone urgentemente di dare risposte.

«Democrazia in guerra» è un ossimoro che ormai dobbiamo accettare, come ha recentemente scritto Bernard-Henry Lévy? E come si combatte questa guerra «impensabile» senza stati e senza confini? Nella prima puntata della nuova stagione di Homeland i vertici della Cia chiedono all’agente Quinn: «Sta funzionando la nostra strategia in Siria?» E lui risponde lapidario: «Quale strategia? Mi dica qual è la strategia, e le dirò se funziona. Questo è il problema».

E qual è la dose di libertà che siamo costretti a barattare in cambio della sicurezza? Nella fiction, la Germania – per individuare le cellule terroristiche dell’ISIS presenti nel territorio tedesco – chiede aiuto alla CIA per bypassare le proprie leggi sulle privacy che limitano la possibilità di controllare i cittadini. Qual è, cioè, il confine oltre il quale l’esigenza di sicurezza mina l’identità stessa della democrazia da difendere?

E ancora, quali saranno le conseguenze fisiche e psicologiche, individuali e sociali, della dilagante paranoia – cifra patologica dei personaggi della fiction e comune sentire dei cittadini delle capitali europee in questi giorni? Sarà proprio la paranoia bipolare l’unica possibile normalità, americana quanto europea, con cui è necessario imparare a convivere – tra frustrazione e esaltazione, impotenza e mania – per poter sopravvivere senza soccombere? Non resta – come scrive Manzoni nell’Adelchi – che far torto, o patirlo?

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