Scuole di scrittura: fenomenologia di un pregiudizio

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Boom di scuole di scrittura: la scrittura creativa può essere insegnata?

C’è stato un momento, anni fa, in cui mi sentivo circondata da attori e registi. Chiunque conoscessi mi parlava di film, provini, le interminabili trafile per trovare un agente e soprattutto del temuto nemico comune. Una schiera di avversari esigua ma potente, capace di trasformare la vita di ognuno in un pianto senza fine: i raccomandati! A quel punto, solito cipiglio di chi la sa lunga, facce rassegnate e sospiri. Ovunque posassi il mio sguardo scoprivo pubblicità di accademie teatrali e corsi di recitazione: “Vuoi entrare nel mondo dello spettacolo? Abbiamo i numeri giusti. Chiamaci.” Insomma, la sensazione di un assedio.

Da quando ho iniziato a scrivere, ho l’impressione che una cospicua parte di quei camerieri, studenti, all’occorrenza tutto fare, col pallino del cinema abbiano fatto la valigia e si siano trasferiti altrove. Capita sempre meno di sedermi a cena e beccare la tipa che monologa sull’importanza del Metodo Strasberg.

Da mesi, invece, nell’infinita moltitudine del mondo virtuale, non faccio altro che imbattermi in annunci di scuole di scrittura. Delle due l’una: o sono così scontata da tarare le mie scelte professionali sulle mode del momento, oppure sono tanto egomane da soffermarmi su ciò che mi interessa, sorvolando a occhi chiusi sopra al resto. Sta di fatto che i corsi di scrittura sembrano essersi moltiplicati. “Grandi professionisti del settore” scendono in campo per divulgare i trucchi del mestiere, di continuo e da ogni dove.

Approcci e tecniche diversi per vendere, più o meno, la stessa solfa. Si passa da incontri con autori affermati in cui ricavare le basi per orientare i primi approcci – minime nozioni che aiutino a schivare le grandi ingenuità – a scuole che si fondano su metodi rigorosi. Alcuni, poi, sbandierano l’intento di far luce attraverso la scrittura sullo stato più cavernoso della coscienza altrui. E qui torna in mente la tipa di prima, che siede a cena e intona il suo straripante monologo, stavolta sull’impellenza di raccogliere i frammenti della memoria, conferire loro un ordine, capirsi a fondo e vivere meglio.

Le domande che mi assillano sono due: 

1) La scrittura creativa può essere insegnata? Il talento, che è imprescindibile, ha bisogno di una componente ambientale per germogliare? Esiste una relazione fra corredo genetico ed educazione? Allo stesso modo in cui le persone violente, cresciute in condizioni sfavorevoli, hanno più possibilità di trasformarsi in serial killer?

2) Sarà che sono prevenuta io?

Sì, è la risposta alla prima domanda. Il talento ha bisogno di formarsi attraverso l’esercizio. Il mito romantico dell’ispirazione intesa come un istante magico in cui la mente si eccita e crea è soltanto un mito. Altrimenti converrebbe meditare invece di intestardirsi su un capitolo. E sì, è la risposta alla seconda domanda. Lo ammetto, sono prevenuta. Anzi, lo ero. Guardavo a queste scuole con diffidenza, e nei casi peggiori con manifesta antipatia. Da qui la mia decisione: mi sono iscritta a un corso di scrittura.

“Scrivere è investigazione attorno all’io che ci è sconosciuto. È antidoto contro l’angoscia”, leggo sul manifesto firmato da Emanuele Trevi e Leonardo Colombati. Eccoli lì: circospezione e distacco. Ma faccio finta di niente. Mi presento al primo incontro con taccuino stretto al petto e una palpitazione simile a quella che provavo se chiamata in cattedra da un professore. Adocchio la platea. Molto eterogenea. Immaginavo una classe di aspiranti scrittori giovani e boriosi, eppure sbagliavo. Mi basta una lezione per scoprire che, delle persone in sala, a coltivare il desiderio di fare lo scrittore è una sparuta minoranza. Quasi tutti si trovavano lì per altro. Maturare una diversa sensibilità come lettore. Oppure continuare a scrivere per conto proprio, con una nuova consapevolezza. Quindi? Voler scrivere non significa puntare a fare lo scrittore? A quanto pare sì. Cercare nella scrittura l’eco della propria esperienza, in molti casi si tratta di questo.

“Ho buttato giù dei racconti” mi dice la signora accanto. E aggiunge: “vorrei imparare perché mi diverte”. Vero? Falso? Sembra sincera. La mia diffidenza si stempera. Di colpo, mi rendo conto che tutta quell’odiosa propaganda della creatività non è l’unica strada possibile.

– Le storie si raccontano con una tecnica.

– Show, don’t tell.

– Costruisci un climax.

– Cattura il lettore.

Non c’è stato niente del genere, per fortuna. Ma qualcosa di più complesso che aveva a che fare col nostro bisogno di trattenere il presente. Coltivare la propria memoria, e l’immaginazione. In mezzo al prima e al dopo, per ognuno, scorre qualcosa di inafferrabile. Chi scrive tenta l’azzardo: prova a catturarlo. Gli da una forma e, così facendo, sospende il tempo e diventa padrone del movimento. Dolce illusione di possesso. A fine lezione, mentre cercavo una sigaretta, ho pensato che avevo torto a essere prevenuta. E ho capito che scrivere non è una roba da scrittori, non sempre.

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