Scintille tra D’Alema e Gentiloni alla Festa de l’Unità

Festa de l'Unità

L’ex premier spinge per “rilanciare il centrosinistra”, ma il ministro lo ammonisce “la tua strada ci porta a perdere di nuovo”

INVIATO A MILANO – Doveva essere un confronto sul ruolo della sinistra europea, ma sul palco della Festa de l’Unità Massimo D’Alema e Paolo Gentiloni sono finiti inevitabilmente per scontrarsi sul Partito democratico e la sua prospettiva politica. Da una parte, l’orientamento più marcatamente di sinistra rappresentato dall’ex premier, dall’altra la necessità di allargare lo spettro degli elettori cui rivolgersi, sostenuta dal ministro degli Esteri.

Ma soprattutto in questi giorni, non può che essere l’immigrazione il punto di partenza su cui innestare il confronto sulle politiche dell’Ue e della famiglia politica socialista. “L’Europa è stata totalmente impreparata ad affrontare un’emergenza prevedibile”, denuncia D’Alema a proposito dei profughi che attraversano il Mediterraneo, ma è anche vero che le tragedie che giorno dopo giorno si stanno moltiplicando, fanno emergere sempre più la necessità di una “europeizzazione del tema dell’immigrazione”, spiega Gentiloni, arrivato a Milano dopo aver partecipato a un vertice europeo sul tema.

Come dice Gentiloni, “a chi si interroga sulla differenza tra destra e sinistra, è evidente che essa oggi va ricercata sul tema dell’immigrazione”. Ma – prosegue il ministro degli Esteri – “è passata l’idea, anche in mondi a noi vicini, che su questa materia ti bruci le dita, che su di essa non è possibile fare un discorso riformista. Su questo anche noi del Pd dobbiamo alzare la testa in Europa, chiedendo che si faccia un discorso comune sul diritto d’asilo e sui canali per l’immigrazione”. Insomma – aggiunge David Sassoli, terzo protagonista del dibattito- “non dobbiamo fare come fanno molti socialdemocratici nei loro paesi”.

Ma se l’immigrazione è un punto di partenza, il confronto si sposta presto sui temi economici. Perché, spiega D’Alema, “il populismo vince per un effetto cumulativo: non solo per l’immigrazione, ma perché non riusciamo a dare risposte alla crisi, alla disoccupazione”. E allora l’ex premier lancia la sua sfida alla sinistra europea, stuzzicando il ministro degli Esteri che gli siede accanto: “Il riformismo di cui parla Gentiloni andava bene negli anni Novanta. Ma non siamo più nel tempo del New Labour: oggi il riformismo si misura nella capacità di creare crescita, una ridistribuzione equa del reddito, la riduzione delle disuguaglianza. La difficoltà del socialismo europeo sta in questo, il paradigma ordoliberista dei tedeschi continua a essere dominante e noi siamo esposti al populismo”. Un populismo che “oggi si chiama Podemos, non è più l’estrema destra”. E il Pd? “Anche la sinistra italiana sta dentro questi parametri”. Perché “può essere vero che sia la Merkel a decidere sul tema della crescita, ma non vedo il governo italiano impegnato con la spada in mano per difendere le proprie posizioni”. Quindi l’affondo più duro a Renzi: “Non dico che bisogna sempre ispirarsi al passato, ma nemmeno sputarci sopra per far finta di essere grandi”.

Gentiloni, ovviamente, non ci sta. Rivendica il ruolo dell’esecutivo guidato da Renzi (“La nostra battaglia l’abbiamo fatta, eccome. E abbiamo provato pochi alleati nei governi socialdemocratici”) e, pur negando qualsiasi nostalgia rispetto alle stagioni passate, ricorda che dopo i successi degli anni Novanta, “la sinistra non è riuscita a reggere la sfida”. Era, quella, proprio la sinistra che vedeva D’Alema tra i protagonisti. Le conseguenze di quelle sconfitte “sono difficili da superare”, a meno che – ricorda il ministro – non si rischi di fare la fine di chi “ha fatto un viaggio ad Atene per festeggiare la vittoria del sì al referendum e poi ha preso a male parole Tsipras, che ora almeno sta provando a salvare il proprio paese”.

L’incrocio tra la prospettiva europea e quella italiana porta D’Alema e Gentiloni a incrociare le spade senza risparmiarsi. Perché alla fine, ovviamente, è al Pd e al suo futuro che guardano entrambi. “Noi con chi andiamo alle elezioni: con Casini, Cicchitto e Verdini, o cerchiamo di rilanciare una prospettiva di centrosinistra?”, chiede il primo, che cita l’esempio spagnolo del Psoe, che sostiene tre sindache appoggiate da Podemos e così “cerca di arginare il populismo”. Il ministro degli Esteri replica: “La strada giusta è quella di ricostruire un centrosinistra vincente, capace di avere la maggioranza dei consensi”. Le alternative sono due: o “finiamo come siamo finiti nel 2013 (al termine della gestione bersaniana, ndr) a dover fare un’alleanza contro i populismi” o ci si richiude in “una sinistra di minoranza”. È questa lo sbocco che Gentiloni attribuisce alla strada tracciata da D’Alema (secondo il quale il Pd “ha perso due milioni di voti” tra le europee e i sondaggi attuali), che quindi per il titolare della Farnesina “è una strada sbagliata, dobbiamo avere il coraggio di dircelo”.

L’eco dello scontro con D’Alema arriva fino a palazzo Chigi. Da qui è il sottosegretario Luca Lotti a lanciare la sfida al presidente della fondazione ItalianiEuropei: “Se il presidente D’Alema ritiene di poter fare meglio di Renzi – scrive il braccio destro del premier – avrà la possibilità di candidarsi nel congresso del 2017. Lo attendiamo impazienti per un confronto con gli iscritti e con i partecipanti alle primarie. Fino a quel momento, tuttavia, parlano i fatti: grazie alla segreteria Renzi il Pd è al 40,8%; con buona pace dell’on. D’Alema, diciamo”.

 

(foto di Stefano Cagelli)

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