Satira, chi è la più coraggiosa?

Politica
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In Francia non ha pregiudizi, il suo motto è “Non abbiamo né Chiesa né padrone”. In Italia è stata quasi sempre schierata: di destra, di sinistra e spesso anche qualunquista

Ieri sera al teatro Puccini di Firenze si è svolta la serata in ricordo di Georges Wolinski, il grande disegnatore satirico francese assassinato con i colleghi di Charlie Hebdo il 7 gennaio di quest’anno. In un teatro strapieno si sono alternati sul palco una folta serie di amici e di operatori culturali legati alla figura del maestro francese. L’evento è stato organizzato da Sergio Staino e ha visto sul palco, oltre a Staino, altri nomi della satira italiana, da Altan a Ellekappa, Stefano Disegni, Melanton… e Milo Manara, Luca Raffaelli, Daria Galateria che ha intervistato la vedova di Wolinski, Maryse. Alcune strisce del nostro autore sono state recitate da Claudio Bisio e Sandra Bonzi. Riportiamo qui di seguito l’intervento di Goffredo Fofi.

La caratteristica più convincente della satira politica francese, rispetto per esempio all’italiana, è di non avere “ni Dieu ni maitre”, né chiesa né padrone. Di non rispettare nessun tabù e nessuna convenzione. Di essere, in sostanza, libertaria per vocazione e per definizione. Affonda le sue radici nella rivoluzione borghese – qualcosa che noi non abbiamo mai avuto – e si è confrontata con la durezza della storia e del potere, ma tollerata – in generale, non sempre – in ragione dei valori di quella rivoluzione. Non rispetta niente e nessuno, ma non ha pregiudizi, tanto meno quelli etnici e quelli sessuali. Da “Le canard enchainé” a “Hara Kiri” che si definiva “giornale bestia e cattivo” a “Charlie Hebdo” che ne è stato l’erede più convincente, ha commentato con coerenza, anche nei duri anni della guerra d’Algeria, i fatti e le idee, dopo la seconda guerra mondiale, e ci ha dato illustri maestri dell’irriverenza, da Siné a Topor a Wolinski e a tanti altri.
La satira politica italiana politica è stata quasi sempre schierata, si è sentita dalla parte del giusto e ha combattuto anche con mezzi bassi la parte opposta. È stata di destra o di sinistra o qualunquista, e ha toccato il suo peggio con Forattini e i comici del populismo piccolo-borghese, il suo meglio con Altan, Benni, una parte del “Male”, Vincino, Staino…
La miglior satira politica italiana ha avuto e ha una forte impronta antropologica. Le è mancato, rispetto a quella francese, di avere alle spalle una rivoluzione borghese e i valori dell’illuminismo. È comune oggi condannarli da parte di molti nuovi filosofi e guru accusandoli dei disastri del Novecento, che essi attribuiscono a nazismo e comunismo e quasi mai al capitalismo, in una visione assai povera e castrata del liberalismo. Volendo difendere il sistema di potere attuale (il migliore dei mondi possibili?) essi buttano a mare le ragioni di qualsivoglia rivoluzione, comprese quella borghese, senza la cui vittoria, peraltro, non avrebbero avuto voce.
Di coraggio, spregiudicatezza, libertà “Charlie Hebdo” ne ha dimostrati in abbondanza sin dalla nascita – che possiamo definire sessantottina come nel caso del quotidiano politico “Libération”. Di questo coraggio ha pagato tragiche conseguenze. Coraggio non vuol dire buon gusto, e anche “Charlie Hebdo” ha ecceduto talvolta in volgarità – e non penso tanto a quella sessuale cara a Wolinski ma proprio a quella politica – ma non mi pare, per esempio, che “Charlie” si sia mai dimostrato colpevole di pregiudizio razzista, anche questo in accordo a una tradizione che è quella dell’89 e dei suoi principi, e alla realtà di un paese che, di conseguenza, ha sempre accolto esuli e migranti. Anche la redazione di “Charlie Hebdo” e il personale di “Charlie Hebdo” erano – anzi sono, quel che ne rimane – interetnici e senza pregiudizi sulle diverse origini di ciascuno.
Più precisamente, “Charlie Hebdo” come “Libération” sono l’espressione di una cultura che si è imposta nel ’68, venuta dalla sua parte più intellettuale però legata in modi molto stretti a una tradizione, che possiamo definire tra socialista e trotzkista, con qualche influenza delle avanguardie politicamente più motivate.
Molte sono le colpe dell’Occidente nel modo di trattare gli altri popoli e nei modi in cui in passato e oggi ancora si sono intralciate e avvilite – in particolare negli anni del secondo dopoguerra – le possibilità di un’evoluzione democratica dei popoli arabi, e di questo si parla troppo poco. Si è seminato disprezzo, intrigo, rifiuto, più raramente paternalismo, e con la diffidenza che ne è derivata si raccoglie, in minoranze fanatizzate, il vento del rifiuto e dell’odio.
I limiti della nostra situazione, nello specifico italiano, sono più che evidenti: non abbiamo una sinistra degna di questo nome e convinta di esserlo, non abbiamo neppure una forte intellighenzia borghese democratica, con poche eccezioni quantomeno tra quelli che più scrivono e più parlano o sbraitano. Se una sinistra non rinasce, ben difficilmente potremo avere di nuovo una cultura di opposizione capace di indicare e trovare i modi della giusta convivenza con i nuovi cittadini, capace di reagire con saggezza di fronte ai disastri che incombono, alla ferocia dei fondamentalismi e alle ingiustizie delle nuove borghesie europee.
Si combattono i fondamentalismi anche e soprattutto se si combattono la disuguaglianza e i modi in cui essa si è affermata e si afferma, e se si sanno proporre i giusti terreni di conflitto e di scontro all’interno della nostra società, prima ancora che verso l’esterno. La satira politica ha un ruolo da svolgere importante nella lotta contro l’intolleranza e il fanatismo degli uni ma anche contro l’ipocrisia degli altri, della parte di cui ci troviamo oggi e qui, in Italia, a far parte anche se controvoglia.

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