Salvini soffia sugli euroscettici per scalare il centrodestra

Centrodestra
Matteo Salvini all'interno della libreria Borri Books presenta il suo libro "Secondo Matteo", 31 maggio 2016 a Roma.
ANSA/ MASSIMO PERCOSSI

In Italia la Lega cavalca il clima anti-Ue per lanciare un’Opa su FI

I primi effetti del Brexit si vedono anche in Italia. Apre sotto auspici diversi rispetto a una settimana fa il cantiere del centrodestra fortemente voluto da Matteo Salvini per “rifondare” una coalizione litigiosa e ridotta a brandelli. E mentre le elezioni amministrative non erano andate per il Carroccio secondo le aspettative, dato che non aveva sfondato nelle regioni “rosse”e si era confermato irrilevante al Centro-Sud, la scelta anti-Ue degli inglesi ha ridato nuova linfa alle ambizioni del tandem verdeoro.

Fallita insomma l’Opa ostile sui cugini azzurri, Salvini ci riprova in salsa europea. È cominciata a Parma la ricostruzione del centrodestra: Salvini anfitrione e king maker, idee chiare sulla squadra («Non vogliamo chi ha fallito in passato»), il programma (meno tasse e burocrazia, ma soprattutto nel mirino c’è l’immigrazione), possibilmente il cambio di nome. E come convitato di pietra la leadership, oggi ancora più contendibile dopo che FI alle comunali è scesa in molti posti sotto la percentuale a due cifre.

Al cantiere nessuno ha la forza di sottrarsi. C’è lo stato maggiore di Forza Italia, dai capigruppo parlamentari mai così distanti Paolo Romani e Renato Brunetta, al plenipotenziario dell’ex Cavaliere Giovanni Toti. C’è Fratelli d’Italia, guidata da Giorgia Meloni, desiderosa di rivincita dopo essersi vista scippare il ballottaggio a Roma per colpa dell’ap – poggio di Silvio Berlusconi ad Alfio Marchini.

Ci sono monadi dell’ex Casa delle Libertà, oggi in cerca d’autore: Raffaele Fitto, che ha rotto con il partito litigando prima con Angelino Alfano e poi con Denis Verdini, ma oggi potrebbe ritrovarsi al loro fianco: c’è Gianfranco Rotondi, navigato post-democristiano che vuole rimanere a galla anche in questa fase di transizione; ci sono pezzi di Ncd, spaventati dall’Italicum che se non cambia annichila le piccole formazioni. Tutti ascoltano, Salvini dà la linea.

Ed è quella di un populismo sfrenato, ringalluzzito –come Marine Le Pen in Francia, Wilders nei Paesi Bassi, gli austriaci che hanno appena sfiorato la presidenza della Repubblica – dall’improvvisa possibilità che l’odiata unione Europea si disintegri per mano inglese. Il leader della Lega spinge sull’acceleratore del nazionalismo e dell’ostilità verso gli immigrati clandestini, e pazienza se tra i primi effetti del Leave oltremanica c’è l’addio dell’Ukip all’Europarlamento. Con il paradosso che primo a disintegrarsi sarà proprio il gruppo di cui fanno parte i padani sui banchi di Strasburgo.

Salvini sa benissimo che l’Italia non è la Gran Bretagna, e che a orientare le scelte dei cittadini sarà la crisi economica più che la paura dell’ondata migratoria. Come sa che la Costituzione proibisce i referendum sui trattati internazionali, di talchè anche uno di natura consultiva, come in Gran Bretagna, non potrebbe essere indetto. Ma sono considerazioni di realpolitik prive di impatto immediato: adesso l’onda ostile a Bruxelles è molto potente e va cavalcata.

Anche perché se non lo farà lui ci saranno i Cinquestelle all’ennesima capriola. E dunque, la posizione è quella della richiesta di revisione dei trattati europei, da quello di Lisbona sulla redistribuzione delle quote di migranti a quelli più strettamente economici. Si tratta di spingere Forza Italia, dove Berlusconi ha sempre ammiccato a queste tentazioni (dai tempi di Tremonti) lungo il crinale dell’euroscetticismo. Facendola scivolare in posizione sempre più subalterna, approfittando dell’estrema debolezza politica dell’ex premier. Gli azzurri, da parte loro, non sembrano in grado di fare argine in maniera convinta. Toti si è detto d’accordo sull’idea di rivedere le convenzioni. Daniela Santanché e Renato Brunetta hanno posizioni anche più barricadere.

La verità, però, è che Forza Italia si ritrova ancora una volta senza guida, senza indicazioni di cammino e senza compattezza. Pericolosamente al limitare di un campo – quello del populismo euroscettico – già presidiato non solo dall’arrembante e ubiquo Salvini ma anche dei Cinquestelle, molto più in grado di entrambi di incanalare la protesta verso l’establishment, le euroburocrazie e, alla fine dei conti, le ineguaglianze sociali. Anche perché per la Lega, neo-orfana di un proprio gruppo, sarebbe assai più facile abbandonare l’Europarlamento rispetto agli azzurri che fanno parte della grande famiglia dei Popolari. Il rischio, dunque, è che il cantiere finisca come le comunali: con un centrodestra spaccato a metà come una mela che si cannibalizza da solo.

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