Salvini fermo nei sondaggi preoccupa la Lega. 5 rebus da risolvere

Politica
Da sinistra, il presidente del Veneto, Luca Zaia, il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, e il presidente della Lombardia, Roberto Maroni, nella sede della Lega Nord a Milano dove hanno incontrato la stampa al termine del consiglio federale, 12 ottobre 2015. ANSA / MATTEO BAZZI

Alla vigilia della manifestazione di Bologna, la crescita del Carroccio sembra sgonfiarsi. Il futuro del movimento si deciderà in queste settimane

L’appoggio incondizionato al pensionato di Vaprio d’Adda che ha ucciso il giovane albanese durante un tentativo di rapina (“altro che indagato, dovrebbe avere un premio”), l’invito, neanche tanto velato, all’evasione sul canone Rai, i continui (e un po’ vuoti) attacchi al governo sulla gestione del fenomeno immigrazione, la mitizzazione delle politiche della Russia di Putin, la forzata e stucchevole contrapposizione tra gli interessi dell’Europa (della Germania) e quelli dell’Italia e degli italiani. Matteo Salvini è tutto questo e il copione che sta seguendo, ormai da mesi, nelle sue compulsive apparizioni televisive, ha portato (secondo i sondaggi) la Lega a livelli mai raggiunti prima. Ora quegli stessi sondaggi testimoniano uno stallo, se non addirittura un calo. Salvini si trova davanti ad un passaggio cruciale per il futuro politico suo e del suo movimento.

Perché una manifestazione per bloccare l’Italia? Difficile da spiegare, anche per Salvini. La scelta dello slogan di quella che dovrebbe essere l’occasione di rilancio dell’azione politica della Lega si è rivelata decisamente infelice. Renzi, per fare un nome a caso, ha subito colto la palla al balzo: “L’Italia non ha bisogno di essere bloccata, è stata bloccata per vent’anni”. Lo stesso leader della Lega sta provando (un po’ goffamente) a correggere il tiro: “Non sarà una manifestazione per bloccare l’Italia ma per liberarla”. Niente bandiere di partito, una manifestazione aperta a chi si oppone al governo Renzi. Niente di nuovo, quindi. Ma il problema, specie per chi ha dimostrato che per un pugno di voti sarebbe disposto a tutto, rimane sempre lo stesso. Quei maledetti sondaggi.

Vedremo un Salvini meno aggressivo? Secondo molti addetti ai lavori sì. Lui, per ora, smentisce, e anche i fatti sembrano dimostrare il contrario. La creazione di una grande Lega nazionale che vada al di là dei confini della tanto amata Padania (icona geografico-politica ormai sparito dalla narrazione del Carroccio) ha imposto già un ripensamento. Adesso tocca capire come sfondare il muro del 15%, che per ora sembra il massimo risultato a cui la Lega può ambire. Una via potrebbe essere quella di abbandonare gli slogan “contristi” e abbracciare una linea più moderata, basata sui risultati di governo che a livello locale implicano la necessità di scendere a compromessi con la realtà. Anche per questo Salvini ha chiesto a due dei volti più moderati e maturi, Luca Zaia e Giancarlo Giorgetti, di affiancarlo nella sua attività di “invasione” dei salotti televisivi.

Immigrazione, c’è qualcosa dietro gli slogan? In questi mesi si è sentito di tutto: dai blocchi navali all’ormai mitico “aiutiamoli a casa loro” (salvo poi disertare l’aula quando si parla di cooperazione internazionale), dall’uso delle piattaforme petrolifere in disuso per ammassare i profughi alla proposta di chiudere a chiave le porte delle città. Slogan che hanno sortito l’effetto sperato (boom dei sondaggi) ma che sembrano aver esaurito il loro potenziale. E allora, anche qui, la Lega è davanti a un bivio: continuare a soffiare sul fuoco delle paure più recondite dei cittadini (arrivando per esempio a proporre incentivi per l’acquisto di pistole come ha fatto il sindaco di Varallo Sesia e noto showman al Parlamento europeo Gianluca Buonanno) o affrontare la realtà con più pragmatismo? Modello Merkel o modello Orban, per intenderci? A giudicare dai passi intrapresi dai vertici leghisti a livello internazionale sembra decisamente preferito il secondo. C’è un particolare da non dimenticare però: l’Italia non è l’Ungheria.

Forza Italia o non Forza Italia? Un tema centrale per capire quale sarà l’evoluzione della Lega è quello del rapporto con gli alleati di centrodestra. Il sogno di Salvini è quello di riproporre il modello lepenista del Front National francese. Un grande partito populista, identitario, nazionale, allargato solo a Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni e ai movimenti stile Casa Pound giusto un po’ ripuliti, con cui presentarsi alle elezioni. Contro questo sogno, però, cozzano i sondaggi. La sola Lega (+Fdi) non va da nessuna parte, né a livello locale né, tanto meno, a livello nazionale. Con Forza Italia, però, i rapporti di forza (e quindi le dinamiche di scelta della leadership) sono ancora tutti da definire. Berlusconi è sempre più insofferente e inoltre c’è il tutto il tema Nuovo Centrodestra da affrontare. E, come se non bastasse, in Lega c’è chi non ha preso bene il riavvicinamento dell’ex Cav al Ppe, come Roberto Calderoli che ha sbottato su facebook: “Meglio soli che male accompagnati”.

Come verrà sciolto il nodo Milano? Salvini alza le spalle, dice che c’è ancora tutto il tempo per decidere, ma è chiaro che molto del futuro politico della Lega dipenderà dal risultato delle elezioni amministrative a Milano. Qui la scelta del candidato è ancora in alto mare e la contrapposizione tra il Carroccio e Forza Italia è abbastanza netta. Da settimane si rincorrono voci su una possibile candidatura unitaria del centrodestra di Maurizio Lupi. Ben visto sia da Berlusconi che da Maroni, però, l’attuale capogruppo dell’Ncd alla Camera è inviso al leader della Lega che ha giurato in varie occasioni che “non farà mai alleanze con chi sta al governo con Renzi”. Chi sarà allora il candidato che proporrà Salvini? Riuscirà a imporre un suo nome o dovrà scendere a patti? Al momento il rebus Milano sembra tutt’altro che in via di risoluzione.

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