Salviamo i figli da una vita criminale

Mafia
Il corteo degli Studenti durante la manifestazione Gerbera Gialla a Reggio Calabria promossa dal coordinamento antimafia Riferimenti nel trentennale dell'omicidio dell'imprenditore salernitano Gennaro Musella ucciso, nella citta' calabrese, da un'autobomba, 03 maggio 2013. ANSA/ FRANCO CUFARI

Il presidente Roberto Di Bella spiega perché il tribunale di Reggio Calabria sottrae minori alle famiglie della ‘ndrangheta

Se immaginate un uomo aggressivo, irruento: una toga d’assalto, insomma, cambiate idea. Tuttavia, Roberto Di Bella, presidente del Tribunale dei minori di Reggio Calabria, uomo timido, dall’aspetto mite e schivo, ha lanciato alla ‘ndrangheta la sfida più rischiosa. Qui non parliamo di anni di galera (non sei un buon mafioso se non l’hai messa nel conto e il carcere accresce il peso criminale); non parliamo neppure di soldi (quelli sì sono importanti, ma per quanti beni ti possano sequestrare te ne resteranno sempre tanti). Stiamo parlando dei figli, cui trasmettere l’eredità: il bastone del comando criminale ai maschi, la custodia del segreto e dell’obbligo della vendetta alle femmine. Parliamo di minori che succhiano la cultura mafiosa con il latte materno, ragazzi che sputano in terra al passaggio di una volante dei carabinieri, che si fanno tatuare sulla pianta del piede la figura del carabiniere, in modo da poterla calpestare costantemente.

Se nasci in famiglie così, in Calabria, non sfuggi al tuo destino. Dunque, pensare che non debba essere così e agire affinchè non sia così, pur se lo si fa semplicemente applicando la legge, diventa anche un gesto che sprigiona una enorme potenza simbolica. «Sono arrivato nel 1993 e ho sempre lavorato qui, salvo una parentesi in provincia di Messina –racconta Di Bella – Ebbene, quando sono tornato, nel 2011, mi sono ritrovato i figli o i fratelli minori di quelli che giudicavo dieci anni prima. Questa situazione era per me insopportabile, non solo per la sofferenza di questi ragazzi. In essa io vedevo la sconfitta della giustizia e dello stato che sembra non poter cambiare un destino ineluttabile». I provvedimenti fanno discutere, c’è chi parla di deportazione, chiedo dunque a Di Bella di spiegarmi come funziona il meccanismo, basta essere mafiosi per vedersi sottrarre i figli? «Assolutamente no – risponde il presidente del Tribunale dei Minori – noi interveniamo solo in quei casi nei quali sia accertata una minaccia concreta all’integrità psicofisica del minore. Come riconosciamo tale minaccia? Faccio degli esempi concreti: sussiste una minaccia quando vi è un vero e proprio indottrinamento del minore, come accade sistematicamente; quando i ragazzi sono coinvolti nelle attività illecite della famiglia, abbiamo avuto i casi di minori che hanno commesso reati in concorso con i genitori; oppure i casi di ragazzi che commettono un certo tipo di reati, quali la resistenza al pubblico ufficiale, l’incendio di automezzi delle forze dell’ordine, che sono sintomatici di una progressione dell’attività criminosa.

Noi dobbiamo intervenire sia quando da parte della famiglia vi è una sorta di addestramento mafioso, sia quando non vi è nessun tentativo di contenere l’escalation criminale dei minori. Noi non facciamo nessuna pulizia etnica: interveniamo soltanto nel caso ci sia un pregiudizio sulla crescita del minore. Non basta la mafiosità del contesto, occorre che emerga concretamente la natura criminogena dei comportamenti. Ci sono casi nei quali dalle intercettazioni ambientali emerge un vero e proprio indottrinamento del ragazzo. Abbiamo ascoltato il padre dire al figlio: “Tu sei figlio mio, per cui a 14 anni entrerai nella ‘ndrina già con un certo grado”. Abbiamo i casi di ragazzini di 11 anni portati a sparare, o ai quali capita di assistere a traffici di droga, messi al corrente dai genitori delle dinamiche e delle gerarchie mafiose. Ho ascoltato ragazzini di 11 anni raccontare l’appartenenza mafiosa del padre e il ruolo occupato nelle gerarchie mafiose e spiegare come abbia già chiaro chi sia il mafioso: quello che spara, che ammazza, che traffica in droga. Tutto ciò vuol dire che il minore è sottoposto a un comportamento molto maltrattante, sia dal punto di vista psicologico che fisico. Questi ragazzi sono plagiati».

Maltrattamenti e abusi

C’è chi vi accusa addirittura di violare i diritti umani di questi ragazzi e dei loro genitori. «Ma stiamo scherzando? – si accalora Di Bella – Qui siamo di fronte a pratiche maltrattanti e abusanti. Se noi interveniamo per salvaguardare il minore dinnanzi a genitori tossicodipendenti o alcolisti che picchiano i figli o li espongono a rischi, nessuno obietta nulla. In questi casi, invece, scoppia la polemica. Perché questa differenza?». A portare al centro dell’attenzione la questione fu il caso di Maria Concetta Cacciola, nel 2012. La donna decide di abbandonare la famiglia mafiosa di provenienza e collabora con la giustizia. Viene messa sotto protezione, ma i figli rimangono con i nonni che li usano per ricattare la donna che rientra in paese e si suicida. Il Tribunale dei minori fu investito della vicenda solo dopo il suicidio e decise di togliere ai nonni materni la custodia dei bambini. Proprio per evitare nuovi casi simili è stato stilato un protocollo d’intesa.

«Nel momento in cui comincia una collaborazione – spiega il magistrato – o nel corso di indagini penali sono coinvoltiminori la procura distrettuale antimafia ci coinvolge. Noi abbiamo stilato un protocollo d’intesa ma tutto ciò dovrebbe cristallizzarsi in norme. Nei casi estremi, cioè quando vi è una concreta situazione di pregiudizio per l’integrità psico-fisica del minore, li allontaniamo provvisoriamente dal nucleo familiare e dal territorio e li inseriamo in strutture comunitarie e soprattutto in famiglie, per consentire a questi ragazzi di respirare un’aria diversa, di verificare che esistono altre modalità di relazione, che possono andare a scuola senza essere rispettati per il cognome che portano ma per quello che realmente sono e meritano, che possono crescere liberi dal peso di quel cognome. Lontano dai territori, anche il lavoro degli assistenti, degli insegnanti è libero dal condizionamento mafioso. Il controllo del territorio è così capillare da condizionare, attraverso la paura, anche le relazioni tra le persone. Per questo siamo spesso costretti a mandare i ragazzi fuori perché ci accorgiamo che qui i percorsi educativi non sono sempre attuati. Ovviamente anche qui ci sono operatori bravissimi, ma la pressione ambientale è fortissima. Qualcuno ci critica dicendo che allontanando questi ragazzi dal territorio ammettiamo che la Calabria non è in grado di riscattarsi, ma io ribatto: come mai non ci arrivano quasi mai segnalazioni dalle scuole o su ragazzi che magari poi sono arrestati per reati gravi: possibile che lungo il percorso scolastico non si siano mai manifestati disagi, sintomi di questi comportamenti? I ragazzi sperimentano così che esistono altri modo di vivere, anche grazie alla collaborazione di associazioni come Libera e Addio Pizzo».

«I provvedimenti – prosegue Di Bella – sono o di decadenza dalla patria potestà o di limitazione di essa, ma sempre provvisori e in ogni caso ciò non vuol dire che il ragazzo non può incontrare i genitori. Non ci sono deportazioni, nè confische di figli. Non solo si tratta di provvedimenti temporanei, ma noi cerchiamo la collaborazione dei genitori che mostrino segni di resipiscenza. Non chiediamo nessun pentimento, ma che si comportino bene con i loro figli. E questo per fortuna sta accadendo, soprattutto da parte di alcune madri che, superata la prima fase naturale di opposizione ai provvedimenti, quando capiscono che la finalità non è punitiva ma educativa, perché il nostro obiettivo e sottrarre questi ragazzi a un destino di sofferenza e di morte, o hanno iniziato percorsi di collaborazione con la giustizia oppure ci chiedono in segreto di allontanare i loro figli. Perché le donne sanno in cuor loro quale sarà il destino dei loro figli, ma in quel contesto non possono fare nulla e allora si rivolgono segretamente a noi»

L’arresto conferisce prestigio

Di recente una madre ha chiesto in segreto di intervenire sul figlio perché il ragazzo aspetta di essere arrestato e non vede l’ora di finire in carcere perché ciò accrescerebbe il suo prestigio criminale. Dico a Di Bella che si tratta del rovesciamento di un clichè tipico perché la madre, nella cultura ‘ndranghetista, ma direi meglio nella cultura ancestrale calabrese, è la custode della vendetta. «Il perno di tutto – racconta il magistrato – è la sofferenza che la ‘ndrangheta provoca non solo all’esterno, ma anche all’interno. Man mano che andiamo avanti questa sofferenza la tocchiamo con mano, sia nei ragazzi, ma anche in tantissime madri che sono stanche dei lutti, delle carcerazioni loro e dei loro figli. Quello che sta accadendo è che noi per queste madri e questi ragazzi rappresentiamo l’ultima spiaggia nel mare dell’illegalità che provoca morte e sofferenza. Qui siamo dinnanzi a un totale rovesciamento dei valori. E pensiamo che tutto questo possa essere essere affrontato solo da un tribunale dei minori composto da quattro giudici? È evidente che c’è un problema culturale immenso. Per esempio a un ragazzo di 17 anni hanno chiesto: ma che tu che musica ascolti? E lui ha risposto: solo tarantelle calabresi. Chi vive certi contesti, magari in piccoli paesi della provincia di Reggio, non conosce proprio il mondo esterno, vive sotto una cappa di oppressione culturale.

Noi vorremmo ampliare gli orizzonti di questi ragazzi: spesso l’alternativa non la scegli perché neppure sai che c’è. L’obiettivo dei nostri provvedimenti è fare intravedere ai ragazzi la possibilità di un mondo che funzioni in modo diverso. Dove i rapporti tra uomo e donna siano paritari; dove non è necessario uccidere una persona per risolvere un contrasto; dove si vive molto meglio senza la paura di essere uccisi e arrestati. Cerchiamo di far capire loro che il carcere non è una medaglia da appuntarsi sul petto, ma un cimitero vivente. I report psicologici su questi ragazzi sono impressionanti: hanno spesso incubi notturni popolati da scenari apocalittici, da reduci di guerra. Sognano tutti scene di guerra dove rischiano di essere uccisi oppure situazioni in cui devono salvare loro o un loro familiare dai killer. È terribile, la ‘ndrangheta devasta anche psicologicamente questi ragazzi. Non sono liberi di esprimere le loro emozioni per non tradirsi e non tradire». «Proprio perché esiste questa trasmissione culturale e generazionale – spiega Di Bella – l’indispensabile repressione penale e patrimoniale non è riuscita finora a estirpare il male.

Senza un intervento che sia anche culturale, il fenomeno è destinato a perpetuarsi. Del resto, se da quasi un secolo sono le stesse famiglie a dominare il territorio vuol dire che esiste proprio un’eredità che viene trasmessa. Addirittura, l’appartenenza alla ndrangheta non è percepita come disvalore, è un habitus psicologico perché è intrinseca all’educazione e alla tradizione familiare. Ci sono ragazzi che aspettano di essere arrestati per potere vantare questa esperienza tra i coetanei, per guadagnarsi il rispetto in determinati contesti e aggiungere una tacca fondamentale al loro percorso criminale. Sono giovani che arrivano alla fase adolescenziale immersi nel contesto di appartenenza (piccoli paesi o quartieri ad alta densità criminale), dove respirano, giorno dopo giorno, gli elementi di una cultura mafiosa diffusa, che cresce e si sviluppa attraverso i legami affettivi e relazionali, in primis con le figure familiari. Si tratta di una cultura che esercita un grosso potere attrattivo sugli adolescenti in quanto li immette, senza la fatica e il sacrificio dello studio o del rispetto delle regole, in un sistema di disponibilità economica e di potere, in un mondo capace di controllare il territorio e di usare la violenza per gestire i propri interessi. Ma dietro l’orgoglio dell’appartenenza in realtà si cela una ben più triste e inconsapevole verità il forte dogmatismo e la rigidità della struttura soffocano le esigenze di libertà ed espressività del giovane in crescita. Nei casi concreti in cui noi interveniamo, infatti cerchiamo di interrompere questa trasmissione, realizzando una vera e propria ‘controinfiltrazione culturale’ proprio perché a quest’età i ragazzi possono ancora recepire altri valori». La percentuale di successi non è bassa: «Abbiamo emanato 20 provvedimenti per una trentina di minori – elenca Di Bella – I risultati sono tutti, pur se parzialmente, positivi. Qualcuno di quelli che abbiamo allontanato, in procinto di raggiungere la maggiore età ci ha chiesto non tornare in Calabria, di essere aiutato a rifarsi una vita fuori. Alcune madri, scontata la pena detentiva in regime di 416 bis ci chiedono un aiuto per poter raggiungere il figlio che vuole restare al nord. In casi come questi, tuttavia noi non abbiamo strumenti per intervenire. Possiamo solo rivolgerci alle associazioni di volontariato. Servono strumenti nuovi per incentivare a proseguire in un percorso di riscatto sia i ragazzi che hanno dimostrato la volontà di volerlo fare, ma anche i genitori che vogliono realmente affrancarsi. Bisogna fare ancora molto sul versante dell’assistenza psicologica e dell’inclusione sociale. Non basta spostare questi nuclei familiari, dare loro una nuova identità e assistenza economica, occorre costruire una rete di relazioni che aiuti soprattutto i minori». Per dare continuità a questi interventi è nato il progetto “Liberi di Scegliere” presentato al Ministero degli Interni e della Giustizia dal Tribunale dei minori di Reggio, con il sostegno della Procura Antimafia e delle associazioni del volontariato e sostenuto da una petizione on-line, prevede la creazione di “equipe educative antimafia” che accompagnino i ragazzi allontanati dalle famiglie di ‘ndrangheta e i collaboratori di giustizia e i loro figli non soltanto nel percorso educativo, ma anche dopo. Speriamo che diventi presto realtà. Intanto, dobbiamo annotare che, dinnanzi a personalità molto meno esposte di Di Bella che ostentano scorte superblindate, questo magistrato che ha osato sfidare la ‘ndrangheta in ciò che le sta più caro, non ha una vera scorta ma una blanda «protezione».

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