“S is for Stanley”, la magia dei rapporto fra Kubrick e il suo amato collaboratore italiano

Cinema
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Abbiamo visto il documentario di Alex Infascelli premiato quest’anno con il David di Donatello; la fa da padrone lo speciale rapporto tra due uomini solo apparentemente distanti

Schermata 06-2457541 alle 14.04.38Che ci fosse una storia sbalorditiva, sconosciuta ai più ma custodita minuziosamente nella memoria di uno dei suoi protagonisti, l’abbiamo saputo quattro anni fa. È raccontata in un libro, Stanley Kubrick and me (scritto da Emilio D’Alessandro con Filippo Ulivieri, edito da Il Saggiatore), che ripercorre i 30 anni in cui Emilio D’Alessandro, originario di Cassino nel Frusinate, ha ricoperto un ruolo centrale nella vita e nella carriera del grande regista.

Aspirante pilota di formula uno, trasferitosi a Londra appena maggiorenne, Emilio comincia una promettente carriera automobilistica e parallelamente fa da autista per una compagnia privata di taxi. Gli capita spesso di accompagnare attori e registi nei vicini studi della Associated British Pictures, finché una sera, nel dicembre del 1970 sotto una Londra coperta di neve, gli viene chiesto se è disponibile a una consegna dall’altra parte della città. Si tratta dell’episodio che cambierà la sua vita; qualche giorno dopo quella difficile commissione, che lo vede trasportare, non senza imbarazzo, l’enorme fallo di porcellana impiegato nel film Arancia Meccanica, D’Alessandro è convocato dal regista impressionato per la sua efficienza. I due si presentano e Stanley Kubrick, che ha conservato dei ritagli di giornale in cui si raccontano le gesta del pilota italiano, chiede a D’Alessandro di fargli da autista personale. In breve tempo il ragazzo ciociaro, appena trentenne, diventa il vero e proprio uomo di fiducia di Kubrick, uno dei pochi individui a godere della stima e della fiducia incondizionata del regista. E questa collaborazione sarebbe durata fino alla morte del grande film-maker.

David di Donatello 2016 come miglior documentario, S is for Stanley segna il ritorno nelle sale cinematografiche di Alex Infascelli, che ha impiegato tre anni per comporre minuziosamente il mosaico del rapporto tra Kubrick e il suo collaboratore italiano. L’opera si regge sulla testimonianza diretta di D’Alessandro, che ripercorre con commovente candore, in un inglese dall’inflessione italiana la sua storia.

Kubrick interviene nella narrazione attraverso una moltitudine di foglietti e bigliettini, il grosso dei quali battuti a macchina, recanti indicazioni minuziose sui lavori che avrebbe dovuto svolgere Emilio. Le mansioni più disparate: dalla cura degli animali domestici, alla supervisione dei lavori di casa; dalla consegna di bobine e pellicole, al prendersi cura degli attori scortandoli per la città. La fitta corrispondenza, “univoca”, tra il regista e il suo aiutante rivela molti aspetti della leggendaria maniacalità del genio americano, che ricerca il suo collaboratore in qualsiasi momento, arrivando a installare nell’abitazione dell’italiano una linea telefonica esclusiva per le sue chiamate.

Il rapporto che si instaura tra i due sembra avere a che fare con una specie di affinità elettiva: D’Alessandro, che non si rende conto della portata monumentale delle opere del suo datore di lavoro (dichiarando di non aver avuto tempo di guardare i suoi film fino agli anni novanta) si approccia a Kubrick come un’estensione della sua capacità di incidere sulla realtà. D’alto canto, il regista stesso arriverà a considerare il suo collaboratore come una sorta di prolungamento del proprio Io, dell’homo faber che alberga in lui: componente essenziale del suo genio cinematografico.

E tra episodi divertenti (“quando Stanley mi chiese cosa pensassi di Jack Nicholson gli risposi – È ok, ma perché non hai usato Charles Bronson?”) e momenti tragici (il figlio di Emilio D’Alessandro subisce un grave incidente che gli costa l’amputazione di una gamba) il documentario di Infascelli riesce a mantenere integro il senso e lo svolgimento di questa storia. Una vicenda che nel dispiegarsi rivela, senza bisogno di alcun intervento esterno, tutta la sua naturale quanto straordinaria e assolutamente occasionale magia.

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Emilio D’Alessandro (avanti al centro), dietro di lui Kubrick con amici e famigliari

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