Roma, le primarie “tiepide” del Pd

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Lights out on the facade at Campidoglio Place, seat of the municipality of Rome, in the occasion of the initiative called 'M'illumino di meno', born in Italy as a campaign of awareness on energy consumption, Rome, 19 February 2016. ANSA / FABIO CAMPANA

A tredici giorni dal voto, la competizione tra i sei candidati non è ancora entrata nel vivo. “Il problema non sono i nomi”

Viste dall’America dell’infuocato match tra Hillary Clinton e Bernie Sanders che girano il Paese per chiedere voti e sostegno alla loro visione, al loro programma, che si attaccano e litigano per strappare la leadership alla Casa Bianca, le primarie del Pd romano sembrano un film al rallentatore. Non è entrata nel vivo la gara che deciderà il candidato che dovrà tentare di riprendersi il Campidoglio dopo la scelta dei dem di autoaffondarsi il sindaco incoronato dai gazebo nel 2013 e cacciato per un pugno di scontrini. I sei in corsa è come se fossero ancora ai blocchi di partenza mentre alla conta dei voti mancano appena tredici giorni. Due settimane scarse, pochine per accendere una scintilla capace di convincere il popolo delle primarie a rimettersi in fila, prendere una scheda e decidere su chi puntare per battere la destra romana frantumata, rissosa, in cerca di un volto presentabile e l’esercito pentastellato in calo nei sondaggi e talmente preoccupato di arrivare primo da evocare il grande complotto della vittoria possibile.

I nomi per le primarie sono sei. Il vice presidente della Camera, il renziano Roberto Giachetti, l’ex assessore della giunta Veltroni, Roberto Morassut, l’ex senatore Stefano Pedica, Domenico Rossi di Centro democratico, Gianfranco Mascia portavoce dei Verdi e Chiara Ferraro, la ragazza che vuole dare voce alla battaglia per i diritti dei disabili. La possibilità di farcela c’è, i sondaggi incoraggiano: il Pd primo, magari al ballottaggio con i grillini. «Dopo una lunga rincorsa e una grande fatica – ha detto il commissario del Pd romano, Matteo Orfini – abbiamo superato il M5S. Il Pd oggi è completamente diverso rispetto a 14 mesi fa, è un partito di cui siamo orgogliosi, che si presenta alle elezioni non dico da favorito, ma quasi». Al circolo dei Giubbonari, i comitati per ora sono due, uno filo Giachetti, l’altro per Morassut. Ma nemmeno nello storico circolo della capitale la corsa è partita. «I candidati sono due cavalli di razza – dice Giulia Urso – non sono i nomi il problema ma è vero la campagna elettorale ancora non c’è, bisogna accendere gli animi. Il clima è tiepido, spero che si riscaldi. Ma dipende anche da noi, lo dico sempre: serve una rete».

Anche i giovani dem non hanno storto il naso davanti a una partita giocata senza big in campo a confrontarsi sul futuro della città che scotta per i suoi grandi malanni. «I profili sono buoni – dice Guido Staffieri, appena eletto segretario dei giovani dem della capitale – e l’aspetto positivo è che non urlano». I ragazzi dem in campo ci saranno per chiedere che la capitale metta al bando diseguagliaze sociali e metta in primo piano sviluppo e cultura ma non nascondono una preoccupazione che serpeggia anche nel partito. La partecipazione alta ai gazebo ad oggi non è scontata. Non sarà che a spegnere l’entusiamo è proprio lui, il grande assente, il programma? Giachetti l’ha detto chiaro l’altro giorno al convegno organizzato dal suo sindaco Francesco Rutelli che ufficialmente non l’ha incoronato. Il programma lui, non ce l’ha ancora, e nemmeno il Pd. Una gaffe, hanno scritto il giorno dopo i giornali.

Ma lui ieri ha rivendicato il metodo nuovo: «Dovete abituarvi ad una politica diversa. Bisogna ascolare la gente per fare un programma, altrimenti si fanno chiacchiere. Altri evidentemente sono abituati a fornire soluzioni preconfenzionate, magari scaricate da Internet. Io continuerò ad ascoltare le persone e il mio programma sarà frutto di questo ascolto». Matteo Orfini, il commissario spedito da Renzi a Roma a ricostruire il partito in macerie dopo i giorni neri di Mafia capitale, su un punto è d’accordo. Il programma si scrive dopo. «Le primarie servono a questo: i candidati hanno diversità programmatiche e le primarie sono un concorso di idee, non di bellezza. Dopo le primarie, in base a chi ha vinto, tutti insieme si scrive il programma del centrosinista». Roberto Morassut è critico, non lo nasconde. «Ho deciso di candidarmi a queste primarie affinché ci fosse un confronto di idee che da tempo mancava al centrosinistra. Speravo e spero ancora in primarie vere. Ma devo constatare che il confronto diretto tra i candidati appare impossibile e non certo per mia volontà. Attendo la disponibilità degli altri a discutere insieme e pubblicamente delle ricette migliori per Roma». M a c’è u n’a lt ra assenza che rischia di pesare sulle primarie romane, quella di Ignazio Marino e dell’alleanza con Sel. Il marziano ha puntato il dito contro le primarie tradite, quelle che lo avevano portato in Campidoglio, ha detto che non parteciperà e ha fatto sapere che resta in campo, pensando ai cittadini. Per Sel si è candidato Stefano Fassina, per lui la fase del centro sinistra è irreversibilmente chiusa. Il sindaco di Milano Giuliano Pisapia l’ha detto che il centro sinistra vince solo se unito. Ma nella capitale, dove il Pd governava, la strada per l’alleanza è in salita.

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