“Roma ha bisogno di buona politica. Ecco le mie idee per il rilancio”

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Roberto Giachetti, durante 'In mezz'ora', programma condotto da Lucia Annunziata su Rai 3, che ha visto il primo confronto tra i candidati alle primarie del centrosinistra per il Campidoglio, 28 febbraio 2016 a Roma. ANSA/ MASSIMO PERCOSSI

Il candidato del centrosinistra a Sindaco di Roma espone il suo progetto: “Subito risposte su sporcizia, sicurezza, scomodità ma per la capitale sarà fondamentale un progetto per la cultura”

Caro Direttore, non c’è nulla di più prezioso dei buoni consigli, soprattutto quando vengono dagli amici. Ieri, su l’Unità, il mio amico (di vecchia data e di vecchie battaglie) Angiolo Bandinelli ha confessato di non essere ancora del tutto convinto di andare a votare per il sottoscritto alle prossime elezioni comunali. Siccome dal primo giorno del mio impegno per la città ho detto, e ribadito più volte, che intendo conquistarmi uno per uno i voti che confido mi portino a lavorare al Campidoglio per i prossimi cinque anni, voglio provare a convincere Angiolo rispondendogli dalle colonne de L’Unità.

Mi permetto di sintetizzare la tesi che Angiolo ha espresso nella sua lettera: è vero, i problemi di Roma più immediatamente avvertiti dai romani sono quelli che impattano direttamente sulle loro vite quotidiane, dalle buche ai bus che non passano; tuttavia per risolvere questi problemi in modo efficace e duraturo è indispensabile guardare lontano, inserire cioè la loro risoluzione in una visione di città legata a idee-guida di ritrovata identità civica e di sostenibile sviluppo economico. Per provare a convincere Angiolo, voglio seguire il suo ragionamento. Credo sia diritto di ogni cittadino romano lamentarsi col livello istituzionale più prossimo, il Comune, per le cose che gli complicano la vita. E credo che sia suo diritto farlo anche quando quelle “cose” non sono di competenza del Comune, quindi del sindaco.

Io penso che se uno dei pochi buoni lasciti della seconda repubblica sia la legge di elezione dei sindaci, ciò è legato al fatto che essa ha reso più diretto e partecipato il rapporto tra sindaco e cittadini. Oggi, insomma, è più facile di ieri per i cittadini capire se il loro sindaco amministra bene o male la città. Un gran beneficio, questo, per la democrazia, che funziona meglio proprio quando riesce a mostrarsi più trasparente nei suoi sistemi di relazione e nei suoi meccanismi di decisione. Roma è sporca. Chiunque a giugno s’insedi in Campidoglio ha il dovere di renderla più pulita e più vivibile. A partire dai bisogni dei cani per strada e dagli orrendi adesivi dei traslocatori attaccati ovunque, per arrivare a un più razionale ed efficiente sistema di raccolta differenziata. Roma è scomoda.

Un bus che non passa all’orario previsto produce un danno economico a chi lo sta aspettando e alla città intera, perché muoversi con comodità e certezza di tempi è la precondizione per mettere in movimento le intelligenze di tutti. E una città in cui ci si muove a fatica è una città poco democratica, perché l’essenza della democrazia è il movimento. Roma, poi, si sente insicura. Soprattutto nella gran parte dei quartieri lontani dal centro, non far sentire protette le famiglie e le imprese della città, è un errore cruciale che, essendo Roma la città più policentrica d’Italia, va a danno della collettività nel suo insieme. In una città policentrica come Roma, il concetto di periferia è relativo: ognuno dei tanti centri nevralgici della città concepisce come periferia tutto il resto. Ogni piazza di Roma è il centro di Roma.

E Roma è ricca come nessun’altra città proprio perché ricca di questi centri. Il mio discorso alla città comincia da queste tre “s”: sporcizia, scomodità, sicurezza. Se non cominciasse da qui, non verrei giustamente preso sul serio. Eppure è proprio cominciando da qui che riesco a guardare lontano. Perché se voglio una città che si senta ovunque più sicura, meno scomoda nei movimenti e meno sporca, è allo scopo di sprigionare l’enorme potenziale che Roma ha dentro di sé. Potenziale che non aspetta altro che una politica più responsabile ed efficiente per emergere e guidare la città finalmente nel secolo nuovo. Una politica che sappia pronunciare le parole chiave della svolta che vogliamo costruire. La prima parola è cultura anche se, a Roma, la parola “cultura” l’hanno pronunciata tutti, anche quelli che l’hanno tradita. Io dico ancora cultura, non tanto perché sia la parola che meglio racconta la Roma di ieri, ma perché voglio che il futuro di Roma sia caratterizzato da questa parola come da nessun’altra. Nell’epoca della civiltà della conoscenza, la Roma produttrice di cultura è la capitale di cui l’Italia e l’Europa hanno bisogno.

Quando ricordo le felici esperienze delle giunte di Rutelli prima e di Veltroni poi, penso ad esempio alla scelta coraggiosa di costruire l’Auditorium, ad oggi la prima istituzione culturale del paese per numero di biglietti venduti. Perché Roma deve essere sempre di più capace di attirare persone da tutto il mondo per il Colosseo, certo, ma anche per opere nuove come l’Auditorium. L’alleato più forte della rinascita culturale della città è la rete delle nostre università. Roma deve imparare a “sfruttare” la presenza della più grande concentrazione di studenti universitari d’Italia. Sfruttare in senso civico e in senso economico. La cittadinanza romana pro tempore degli studenti universitari è un’opportunità reciproca: per chi viene a studiare a Roma, e può vivere gli anni della crescita intellettuale in un ambiente ideale; per Roma e per i romani, perché chi studia qui, vive qui, partecipa e arricchisce la vita culturale e sociale di tutti. La scommessa che dobbiamo vincere nell’era della globalizzazione è far collaborare le persone fra loro.

A tal proposito: quanto dobbiamo ancora attendere perché gli atenei romani facciano davvero rete tra di loro, anche in termini di ricerca, per produrre idee condivise che possano diventare strumenti di governo? A Roma possiamo riuscirci. Io credo che Roma debba velocemente diventare la città universitaria con più corsi in inglese di tutti i centri accademici della penisola, perché dobbiamo attirare le intelligenze dei giovani più in gamba dell’intera area mediterranea. Studiare a Roma è già il sogno di tantissimi in giro per il mondo: dobbiamo abbattere la barriera linguistica per rendere il sogno finalmente realtà. Ho sempre pensato che il vero obiettivo debba essere quello di far ritornare in Italia chi va a studiare all’estero. Ma voglio anche che tanti stranieri scelgano di costruire il loro percorso di studi nelle università romane. Attirare le persone è davvero il segreto del successo della città. Vale per la cultura come per il turismo. Per recuperare risorse da spendere nel welfare, è necessario che sempre più gente passi per la nostra città, viva un’esperienza indimenticabile e, tornato a casa, convinca i suoi amici a venire a Roma e mediti presto di ritornare.

A Roma i turisti restano in media due giorni. A Parigi tre. Dobbiamo aumentare la durata della vacanza media nella nostra città. Ai tradizionali prodotti turistici che il museo a cielo aperto della nostra città offre, dobbiamo aggiungerne altri. Rispetto a Parigi, Londra e Berlino, la carta in più di Roma è il mare. Per me questa è priorità tra le priorità. Dalla marina di Palidoro alla spiaggia di Capocotta, il nostro mare può essere, nei mesi tiepidi e caldi dell’anno, un ottimo motivo per restare una notte di più nei nostri alberghi. E dal momento che prendersi cura del litorale romano è anche una delle principali sfide ambientaliste da vincre, mi sento doppiamente motivato a far diventare il mare l’asso nella manica dell’offerta turistica della città. Insomma, la buona politica si nutre di buone idee.

Roma ha bisogno di buona politica perché ha bisogno di buone idee guida di sviluppo. Continuerò a utilizzare ogni ora di ogni giorno di ogni settimana di questa campagna elettorale per mettere insieme buone idee per la città. Che vuol dire poi mettere insieme uomini e donne. Perché le buone idee non sono nelle enciclopedie, ma nelle teste e nei cuori delle persone.

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