Roma, Giachetti in campo. Parte la lunga corsa a ostacoli

Amministrative
Il vicepresidente della Camera e parlamentare del Pd Roberto Giachetti parla sul palco della Leopolda 6. Firenze, 11 dicembre 2015. ANSA/ US PALAZZO CHIGI/ TIBERIO BARCHIELLI +++ NO SALES - EDITORIAL USE ONLY +++

Renzi ha lanciato il vicepresidente della Camera. Si lavora ad una candidatura il più unitaria possibile, ma le incognite sono ancora tante

Matteo Renzi ha deciso: Roberto Giachetti sarà il suo uomo per Roma. L’investitura, più o meno ufficiale, è arrivata in occasione di un’intervista a Repubblica Tv in cui il segretario del Pd ha fatto capire che ormai la scelta è fatta: “Giachetti conosce Roma come pochi, è uno che crede nelle battaglie che porta avanti. E poi è romano e romanista…”. Le pressioni del premier hanno dunque avuto l’effetto sperato e l’attuale vicepresidente della Camera, all’inizio non del tutto convinto dall’idea di impegnarsi in prima persona nella difficile corsa al Campidoglio, ha dato la sua disponibilità.

D’altronde, che Renzi avesse le idee chiare già da qualche settimana, lo si era capito già all’ultima Leopolda quando Giachetti fu accolto sul palco di Firenze con le immagini del Campidoglio sullo sfondo, tanto da far sibilare ai più in sala che fosse “stato candidato a sua insaputa”. Ora invece la consapevolezza c’è tutta. Il deputato è pronto ad annunciare la sua disponibilità, probabilmente a ridosso della prossima direzione del Pd in programma per il 22 gennaio, o appena dopo.

Cinquantacinque anni, romano, papà di due figli, nasce politicamente tra le fila dei Radicali. Ha alle spalle anni di esperienza amministrativa a fianco di Francesco Rutelli, prima come Capo della sua Segreteria, poi come Capo Gabinetto. E’ stato uno dei fondatori della Margherita ed è stato eletto per la prima volta deputato nel 2001. Riconfermato nelle elezioni successive, si è sempre contraddistinto per le sue battaglie politiche in Parlamento: una su tutte quella per la riforma della legge elettorale e l’archiviazione del terribile Porcellum, che lo ha portato ad uno sciopero della fame durato complessivamente 123 giorni. Dal 21 marzo 2013 è vicepresidente della Camera.

Ora si affaccia alla battaglia più difficile. Le insidie, così come le incognite, inutile dirlo, sono tantissime. La situazione politica a Roma è ingarbugliata come non mai. Gli scandali di Mafia Capitale, il fallimento dell’esperienza Marino, il coinvolgimento del Pd romano nell’ondata di processi che stanno facendo saltare un’intera classe dirigente, il commissariamento del partito: sono tutte variabili che rendono il quadro estremamente fluido e soggetto a repentini cambiamenti.

In primo luogo ci sarà da affrontare il nodo primarie. La candidatura di Giachetti, nel progetto di Renzi e dei renziani romani, deve essere il più unitaria possibile. Troppo alto il rischio che la consultazione interna al centrosinistra si trasformi in un caos. Tanto più che le storiche filiere del Pd della Capitale sono state (meritoriamente) indebolite dal lavoro di pulizia interna del commissario Matteo Orfini. La sensazione è che il partito, ancora dilaniato dalle guerre intestine, non abbia la forza di ‘garantire’ la vittoria di una candidatura piuttosto che di un’altra (come d’altronde era già successo nel 2013 con Sassoli) specie se ci dovessero essere deliberate azioni di disturbo da destra o dalle fila del Movimento 5 Stelle.

La prima operazione da fare, ragionano nell’entourage del vicepresidente della Camera, è convincere il ‘corpaccione’ del Pd (che a Roma non è renziano) a convergere sul nome di Giachetti. Il che vuol dire, sostanzialmente, convincere due persone, Nicola Zingaretti e Goffredo Bettini, a non mettere in campo una candidatura alternativa forte come potrebbe essere quella di Roberto Morassut. Un lavoro che sta portando avanti in prima persona il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni con l’aiuto di Orfini, in principio più incline ad un nome pescato dalla società civile piuttosto che a un profilo decisamente più politico come quello di Giachetti.

Ci sono poi altre due incognite pesanti che potrebbero diventare dei fattori. La prima è rappresentata da Ignazio Marino. L’ex sindaco ha il dente avvelenato per come è stata gestita la sua uscita di scena e non ha escluso la possibilità di correre alle primarie con l’obiettivo di far saltare i piani del Pd. E un suo impegno in prima persona non fa dormire sonni tranquilli al Nazareno dato che, proprio per il ragionamento che facevamo prima sulla mancanza di ‘controllo dei voti’, c’è ragionevolmente una potenziale massa di voti (di centrosinistra e non) che potrebbero convergere sul chirurgo o su un candidato da lui appoggiato.

L’altro punto di domanda è capire cosa farà la sinistra. Stefano Fassina ha lanciato alcune settimane fa la sua candidatura, alternativa al Pd, tanto che ha espresso la volontà di non partecipare alle primarie e non ha escluso addirittura la possibilità di appoggiare il candidato grillino in caso di ballottaggio. Una decisione che però crea non pochi grattacapi a tutta l’area a sinistra del Pd. Dentro Sel c’è ormai uno scontro acclarato tra la linea nazionale, caldeggiata dai fuoriusciti dal Pd, e quella locale che invece spinge per l’unità. Il Pd romano è al lavoro per far emergere questa spaccatura, facendo leva sul fatto che il centrosinistra allargato governa sia in Regione Lazio che nei vari municipi della Capitale. E’ possibile che sarà proprio Massimiliano Smeriglio, vice di Zingaretti e uomo forte di Sel a Roma, a rivolgere un appello all’unità in occasione di un evento con tutti gli amministratori romani che si terrà al teatro Brancaccio il prossimo 23 gennaio.

Le primarie si svolgeranno con ogni probabilità domenica 6 marzo. Superato lo scoglio, ci si proietterà verso le elezioni di giugno e comincerà tutta un’altra partita. L’obiettivo minimo è centrare il ballottaggio, dato che qualsiasi vittoria al primo turno è considerata impossibile. Ci sarà da capire chi sarà il candidato del Movimento 5 Stelle, che esce indebolito dalla vicenda Quarto e dalle tante fallimentari esperienze di governo locale, e soprattutto quale sarà il nome su cui proverà a convergere tutto il centrodestra, ancora diviso tra la suggestione Alfio Marchini e il pressing di Giorgia Meloni. Ma quella, come detto, è un’altra partita e da qui a giugno può succedere ancora di tutto.

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