Rock vero e appassionato, l’iguana non cambia pelle

Musica
epa04939535 US singer and songwriter Iggy Pop performs at Faan Fest music festival in Oviedo, Spain, 19 September 2015.  EPA/Alberto Morante

Un grande disco quello di Iggy Pop in compagnia di Josh Homme dei Queens Of The Stone Age

«Volevo essere libero. Per essere libero avevo bisogno di dimenticare. Per dimenticare avevo bisogno di musica». E musica è stata perché dopo le sbornie per i francesi, le reinvezioni non sempre riuscite tra jazz e canzoni d’arte, la reunion con gli Stooges poi decimati dal tempo che scivola grandioso, dopo l’hard rock e una carriera sempre in bilico tra mito e flop, Iggy Pop nel 2016 ha finalmente (ri)trovato il filo del discorso e l’ha dipanato. Un filo su cui ha steso molti degli abiti indossati in questi 68 anni vissuti pericolosamente e quella foto in bianco e nero dove abbraccia sia David Bowie che Lou Reed. Iggy Pop, l’Iguana, è il vero “Revenant”, più che un sopravvissuto tra due assenze così ingombranti, epiche e fondamentali. È il resiliente che fa i conti con la propria finitezza dopo aver sfidato la morte in ogni modo, aver perso soci, compagni e amici, aver pianto la parabola di un’epoca.

Così ha iniziato a scrivere lettere lunghissime a Josh Homme, polistrumentista che dopo i Kyuss ha fondato i Queens of Stone Age. «Gli ho inviato tre saggi sulla mia vita sessuale, alcune poesie sulle sedie (ne possiedo una bella collezione) e degli appunti sui miei primi due album da solo, The Idiot e Lust For Life, prodotti da Bowie ha spiegato Iggy al Guardian – Josh è andato su di giri, abbiamo acceso i motori e fatto un gran bel casino nel deserto». Homme ha voluto realizzare questo album bello e appassionato, proprio tra i cactus del Mojave, ha chiesto aiuto al chitarrista Dean Fertita e al batterista Matt Helders degli Arctic Monkeys. Si sono chiusi in un cottage ed è venuto fuori Post Pop Depression, la prima opera veramente riuscita dell’Iguana dal 1993, anno di American Caesar. Un disco tondo, molto suonato, cucito sulla voce di catrame di Pop. Un lavoro ambientato in un tempo dilatato, in un non luogo per resilienti come il deserto del Mojave, appunto, dove tutto è estremo, anche il respiro.

Sono nove pezzi, e ognuno a suo modo potrebbe essere un singolo. C’è molto blues, che è poi la vera anima dell’Iguana, canzoni sferraglianti. Ci sono citazioni disco, linee melodiche molto ben costruite da Homme, vedi Break Into Your Heart che apre le danze tra fiori di cactus e albe incandescenti o Gardenia, ballatona dai timbri alla Bowie che potrebbe entrare ora in classifica o, ancora meglio, nei cuori dei sempiterni malinconici. C’è American Valhalla con una intro giocata su controtempi e bizzarre cineserie mentre, via via, un vibrafono si prende la scena, c’è Sunday con un finale d’archi, sinfonico e Vulture sensuale e latineggiante. C’è tantissimo rock, e quindi anche tutta la retorica di una grammatica deprivata dalla propria epicità, ma che talvolta cambia pelle e sotto l’involucro ritrova l’anima, il baricentro, il senso.

E forse il senso di questo disco è Paraguay, il brano che chiude, ode a una terra promessa e maledetta, inverosimile colonna sonora di un episodio di Twin Peaks ambientato nel centro dell’America Latina, canzone struggente. Potrebbe essere l’ultimo capitolo dell’epopea dell’Iguana che intanto, a dispetto degli annunci definitivi, continua ad andarsene in giro sui palchi di mezzo mondo, a petto nudo, roteando le braccia che sono la pergamena di un ex tossico, mostrando mutande rosse e scuotendo i capelli assurdi, color platino. Accanto c’è Josh, gigante alto due metri, che gli tiene la mano come un figlio, un padre, un analista gentile e che ha trovato il modo di distillare tutte le smanie di Pop in un progetto compiuto, sedie comprese. Perché al centro della sarabanda, divino e improbabile,resta Iggy che ha trovato la cura per battere la depressione e perfino sé stesso sotto la luce accecante del deserto, l’uomo-icona che ha dimenticato chi era e ha lasciato che il vento caldo gli scompigliasse i pensieri. Per immaginare il domani c’è tempo, mister.

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