Rocco Schiavone e i cattivi tenenti che spopolano in tv

Televisione
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Marco Giallini è l’eroe della serie del vicequestore, il personaggio creato da Antonio Manzini

A qualcuno, anzi a molti, piace cattivo. Chi? Il poliziotto televisivo, cinematografico e i suoi modelli letterari di provenienza. Che sia tenente o ispettore, come da tradizione americana, ma anche vice questore e si chiami Rocco Schiavone.

Il successo della serie Rai tratta dai romanzi di Antonio Manzini non fa che ripeterne i trionfi ai botteghini delle librerie. E l’interpretazione di Marco Giallini ci mette il carico da undici.

Lui che nella vita reale ha subito lo stesso lutto del funzionario di polizia cui dà il volto, il corpo e anche l’anima. Nel 2011 moriva Loredana, la moglie con la quale condivideva un quarto di secolo di amore. Adesso, nei panni di Schiavone, dialoga con Marina, che non c’è più e gli torna dentro sotto forma di sentimento che all’esterno prende la forma di un fantasma a volte tenero e sempre vivace, mai ectoplasmatico. Al punto che gli spettatori della fiction, diversamente dai lettori, avranno avuto qualche esitazione nel capirne la natura ultramondana e non concreta quale appare.

È la vedovanza a incattivire Schiavone? No. Semmai quella smussa i suoi angoli più acuti. Il problema sta nel mondo che gli tocca affrontare. Dove, per esempio, il figlio di un sottosegretario ha il vizietto di violentare e malmenare ragazzine. E Schiavone non può limitarsi ad arrestarlo. Si erge anche a giudice e gli commina una pena corporale dolorosissima, che lo segna di biasimo nell’amministrazione della Polizia di Stato e vale un trasferimento forzato.

Dalla solare Roma alla gelida Aosta, per ritrovare di nuovo l’imperfezione delle cose. Cui non può rispondere che con l’acredine, la cattiveria, la durezza. Cercando rifugio soltanto nel piccolo e momentaneo paradiso artificiale di una canna mattutina. Quella che ha indignato Giovanardi e Gasparri, tanto da suscitare un caso politico con relativa interrogazione parlamentare.

Se non fosse che l’erba fumata da Schiavone è la variante contemporanea dell’alcool tracannato dai suoi predecessori del giallo d’azione americano. Tutti usciti dalla cosiddetta scuola dei duri, che faceva capo alla rivista Black Mask, diretta dal capitano Joseph T. Shaw, con la sua celebre direttivi agli autori: «Quando avete dei dubbi su un personaggio, fatelo sparare». Dall’hard boiled uscirono Dashiell Hammett, Raymond Chandler, Brett Halliday, Ross Macdonald e Mike Spillane. Grandi cantori della violenza metropolitana nella civiltà industriale avanzata, in cui per sopravvivere, anche dal lato della legge, bisogna essere cattivi.

Questa filosofia, proiettata nel futuro, dava origine al Giudice Dredd, portato sullo schermo da Sylvester Stallone, poliziotto, investigatore e anche boia dei criminali che cattura. In termini più realistici, lo sbirro senza remore per eccellenza è Harry la Carogna, Dirty Harry, meglio conosciuto con il grado e il cognome, l’ispettore Callaghan.

Dai suoi esordi, nei primi anni Settanta, il miglior segugio di San Francisco deve vedersela con il politicamente corretto dei superiori e dei politici, non certo preoccupati di rispettare le regole quanto di salvare la faccia e il deretano dinanzi all’opinione pubblica. Eppure Callaghan è indispensabile a risolvere i casi più complicati e far rispettare la legge e l’ordine. Perché si tratta di questo. Il poliziotto cattivo non ha simpatie fasciste, vuole adempiere nella maniera più rigorosa al compito cui si è votato: to serve and to protect, servire e proteggere.

C’era un manifesto nei commissariati italiani, anni fa. Vi si raffigurava un agente in divisa della Polizia di Stato, che allora si chiamava Pubblica Sicurezza, dall’espressione cordiale e rassicurante, rivolto al pubblico, con una scritta: “La polizia è al servizio del cittadino”. Il patto sociale e l’habeas corpus si nutrivano anche di questo. La delega della sicurezza alle forze dell’ordine.

Poi toccò alla letteratura e alla finzione televisiva e cinematografica entrare nel merito della quotidianità vissuta dai poliziotti. Uno di loro, Joseph Wambaugh, decise di raccontare alla gente comune l’esperienza autentica dell’uniforme blu, e ne venne fuori I nuovi centurioni , romanzo-verità trasposto in un film da Richard Fleischer. Fu lo squarciare il velo sul rischio, sull’amarezza, sul disincanto della vita da poliziotto. Prima di Wambaugh ci aveva provato Ed McBain, pseudonimo dell’italo -americano Salvatore Albert Lombino, a narrare le giornate di un immaginario distretto, l’Ottantasettesimo, in cui agenti, ispettori e ufficiali non hanno mai occasioni di diventare troppo simpatici.

Sulle reti televisive italiane del terzo millennio, l’attraente asprezza di Rocco Schiavone rimanda a quella del giovane Montalbano. Michele Riondino non ha la bonaria e sorniona empatia del suo omologo maturo, Luca Zingaretti. Deve ancora maturarla, quindi si lascia andare alla misantropia. Fa lo scostante con tutti e proprio per questo piace. Sembra del tutto tramontata la stagione del maresciallo di Mario Soldati, amabile e ben disposto dinanzi a un buon calice di barbera.

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