Rivoluzione ultimo atto: Danton contro Robespierre

Teatro
danton

Il dramma di Buchner messo in scena da Mario Martone, con gli ottimi Battiston e Pierobon

 

Trenta attori in scena e un teatro Carignano animato fin nei palchi e in platea. L’imponente allestimento de La morte di Danton diretto da Mario Martone, a Torino fino a domenica 28 e poi allo Strehler di Milano dal 1° al 13 marzo, è giocato sul rapporto  molto cinematografico tra campi lunghi e primi piani, ribadito dalla successione in profondità di cinque sipari che si aprono e chiudono ricreando ambienti e prospettive, sorta di  quinte della scena e della storia, piccola e grande, degli ultimi afflati di Rivoluzione francese.

Scritto in trenta giorni da Buchner poco più  che ventenne, questo dramma in quattro atti dalla grandiosa architettura, è la circostanziata articolazione di una domanda che interpella anche noi e il nostro tempo: la giustizia e l’uguaglianza possono essere perseguite con il sangue e il terrore?

Domanda che in Buchner si sostanzia nello scontro tra Danton e Robespierre, partendo dai differenti esiti della condivisa ispirazione rivoluzionaria.

Da una parte Danton e i suoi sodali, mossi da sopraggiunti scrupoli di tolleranza non più che da sfiducia e rassegnazione, sensibili e distratti dai piaceri del corpo, dall’altra Robespierre e la causa giacobina propugnata con incorruttibile furia e a qualsiasi costo.

Nei ruoli, portatori di una fisicità precisa ed eloquente, Giuseppe Battiston e Paolo Pierobon: pletorico il primo, giusto nel restituire una temperatura controllata, che permette di cogliere l’ira che invece lo assale durante il processo; efferato ma rigoroso il secondo, eccellente nel condurre l’arringa contro l’avversario, mentre le grida (registrate e fuori campo) della folla mostrano l’imperitura soggezione del popolo bue di fronte al miglior affabulatore, pronto a migrare in un battibaleno da una parte all’altra.

Sono le lunghe tirate i momenti più avvincenti dello spettacolo, in cui si segnala anche il Saint-Just di Fausto Cabra che caldeggia inflessibile la rivoluzione “fino alla morte”, il Desmoulins di Denis Fasolo, dalla parte di Danton, e il Thomas Paine di Paolo Graziosi, il filosofo e rivoluzionario inglese incarcerato durante il regime del Terrore e liberato dopo la caduta di Robespierre. Buchner gli affida la dissertazione sull’esistenza di Dio di matrice spinoziana, che Graziosi cavalca con precisione magistrale, chiudendo con un quod erat demonstrandum, da copione, che arriva dritto e insindacabile.

Martone fa una scelta filologica evitando di sottolineare attraverso scene e costumi attualizzazioni che le parole di Buchner rendono più che esplicite, ed evoca l’atmosfera dei rivoltosi anche con suoni e rumori di ghigliottina (Hubert Westkemper) e con le canzoni. Il secondo atto termina con il popolo che canta in coro Marchons marchons della Marsigliese.

Vedi anche

Altri articoli