Rinuncio al mio nome ma non alla scrittura

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Una veduta interna della Libreria Rizzoli a New York, 21 luglio 2015. A un anno dalla chiusura del bookstore sulla 57/a strada, Rizzoli riapre nel quartier Nomad della Grande Mela: un'area in pieno rilancio con la quale il 'tempio' dei libri punta a coniugare dinamicità e storia, con un tocco di italianità. Ospitata nel St. James Building, edificio progettato nel 1896 dall'architetto Bruce Price, la libreria Rizzoli ricrea proprio l'esperienza architettonica classica integrata con la sua nuova posizione al centro di Manhattan, su Broadway e la 26/a strada.
ANSA/ SERENA DI RONZA

Firmano romanzi rosa con pseudonimi, traducono e fanno i ghostwriter: “Perché, nonostante tutto, vogliamo scrivere”

Straniero è bello. Dunque, via libera a Theresa Melville, ad Alan D. Altieri e a David Baldacci Ford. Che poi nella vita reale si chiamino Maria Teresa Casella, Sergio Altieri o Davide Baldacci poco importa. Quel che conta è che gli autori stranieri piacciono di più ai lettori. Evviva gli pseudonimi, quindi, se poi servono a far vendere di più meglio ancora. E così è, a quanto pare. Almeno per tutti quegli scrittori italiani che pubblicano soprattutto romanzi da edicola. “Bisogna pur campare…” ammette qualcuno, e allora se il nome straniero serve ad attirare una fetta di pubblico più ampia perché farsi tanti problemi? L’importante è scrivere, scrivere, scrivere.
Questo in realtà è solo uno dei tanti ‘trucchetti’ ai quali ricorrono i nostri scrittori – e parliamo di autori professionisti, di gente cioè che di mestiere fa lo scrittore – pur di incrementare il numero di romanzi e quindi le possibilità di poter guadagnare. D’altra parte i tempi sono molto duri e come per i lavoratori dello spettacolo – dei quali abbiamo parlato su queste pagine qualche giorno fa – anche per chi nella vita ha deciso di scrivere non è semplice arrivare alla fine del mese.
Lo sa bene Maria Teresa Casella, 55 anni, scrittrice di professione da parecchi anni ormai. “Ho iniziato a scrivere come giornalista di sport femminili, nel frattempo buttavo giù i miei primi soggetti. Per otto anni ho lavorato come ufficio stampa della Yves Saint Laurent Italia. Ma non sono mai riuscita a laurearmi e questo è il mio unico grande rimpianto. Poi ho deciso di provare a fare della mia passione un lavoro. Quindi, nel 2002, ho lasciato il mio impiego e ho iniziato a pubblicare sotto pseudonimo i primi romanzi erotici e rosa con diverse case editrici tra cui Curcio editore, prima di approdare alla collana Classic di Mondadori”. Teresa ha all’attivo 26 romanzi e due racconti tutti firmati con il suo pseudonimo: Theresa Melville.
Ma perché non usare il proprio nome? “Negli anni Novanta, quando iniziai, quasi tutte le autrici delle collane da edicola usavano pseudonimi. Il mio editor era convinto che il nome straniero attirasse di più. E così sono andata avanti con lo pseudonimo. Ad un certo punto ho provato anche a chiedere se potevo firmare i miei romanzi con il mio vero nome, ma non mi è stato permesso, e in fondo era giusto così. Ormai mi conoscevano come Theresa Melville”.
Storie d’amore
Il suo esordio risale al 1996 quando uscì il romance storico Anima prigioniera per Mondadori, collana Doppia Vita. A partire da quel momento e per vent’anni Teresa ha scritto sempre e solo storie d’amore per la stessa casa editrice. “Ho pubblicato circa 3-4 romanzi all’anno, quindi ho scritto con una certa continuità per un tempo molto lungo – racconta – e questo mi ha permesso di avere un’entrata economica abbastanza costante, che poteva essere di circa un milione di lire al mese. Era l’unica strada per fare questo mestiere guadagnando qualcosa”. Teresa è andata avanti così fino al 2013, quando ha deciso di pubblicare solo romanzi noir, stavolta firmati con il suo vero nome: Maria Teresa Casella. Ma qualcosa è cambiato: “La libertà di scrivere ciò che ami si paga ad un prezzo altissimo – dice – Questo significa che, in termini economici, non puoi più contare sulle entrate continuative di un tempo. Ma è una scelta, che forse, alla mia età, era giusto fare. Altrimenti non l’avrei più fatto. Avevo iniziato ad accostarmi al noir già negli anni 2002-2003. Le storie d’amore cominciavano a starmi strette, anche perché i romance dovevano rispondere a regole molto rigide: storie d’amore ambientate all’estero sempre a lieto fine ecc… canoni molto rigidi da rispettare. Poi ad un certo punto ho pubblicato uno dei miei racconti noir in un antologia scritta da donne (Eros & Thanatos, un Supergiallo Mondadori), e nel 2013 è nato Amore obliquo (Edizioni Emma Books Mistery), il mio primo romanzo noir poi ripubblicato e che tra un mese autopubblicherò. Avendo perso lo pseudonimo, ovviamente per me è stato come aver pubblicato da esordiente, nonostante i miei 25 anni di scrittura alle spalle. Sì, qualche altro libro lo avevo firmato con il mio nome, ma si trattava soprattutto di libri su commissione, come i quattro romanzi editi da Mondadori aderenti alla soap Vivere”. La grande differenza tra scrivere romanzi da edicola firmati con pseudonimi e scrivere noir? “Sta tutta nel rapporto con il pubblico – risponde -. Quando scrivevo i romance ero costantemente sotto la lente di ingrandimento… le lettrici scrivono, criticano, e parlo di donne che hanno tra i 18 e gli ottanta anni. Ma adesso sto pubblicando con Fanucci e scrivo ciò che ho sempre amato, vediamo come va…”.
Tradurre dall’inglese
Nonostante i romanzi da edicola abbiano permesso a Teresa di sopravvivere, ci sono tante altre attività che spesso gli scrittori portano avanti per rimpinguare le loro tasche, dalle traduzioni all’attività di ghostwriter. “Quella del ghostwriter è stata una bellissima esperienza che ho fatto soprattutto per soldi: di solito sono le grandi case editrici che ti pagano per trasformare in libro una chiacchierata con l’autore, che ovviamente non sa scrivere o non ha il tempo per farlo. Di solito si tratta di romanzi autobiografici di persone che hanno un certo tipo di rapporto con il politico o con il personaggio del cinema. Naturalmente in questo caso la favola dell’ispirazione non esiste. Mi siedo alla scrivania con una disciplina ferrea. In genere per questo tipo di lavoro pagavano da 5 a 15 mila euro. Ricordo in particolare un autore che mi chiamava a tutte le ore, anche di notte, per raccontarmi magari un dettaglio che gli era venuto in mente… Per me era comunque anche un modo per mantenermi allenata nella scrittura”.
Il discorso non è molto diverso per le traduzioni, alle quali gli autori si affidano sempre di più per motivi economici. “Traduco dall’inglese circa 3-4 romanzi all’anno – racconta Roberta Ciuffi, scrittrice romana – Nonostante i miei trenta romanzi non sono mai riuscita a mantenermi esclusivamente con la scrittura. Il mio primo romanzo da edicola per Mondadori l’ho scritto nel 1997, un romance storico. In quegli anni però lavoravo anche in un negozio, poi dal 2009 ho provato a fare solo la scrittrice. All’inizio è andata molto bene, scrivevo racconti per tante riviste. Ora sono diventate le traduzioni il mio introito principale. Certo, di romanzi ne scrivo comunque uno ogni mese e mezzo circa, quindi diciamo 7-8 all’anno. Le lettrici italiane sono cresciute con i romanzi inglesi, per questo a loro dà fastidio leggere nomi italiani. E firmare con il proprio nome è faticoso anche per questo. Per me quello che conta più di ogni altra cosa è scrivere, ma è chiaro che se un libro esce in libreria le possibilità che venga notato sono più ampie. Oggi sembra ci sia un boom della letteratura al femminile ma non so quanto durerà”.
Non solo thriller 
Da una considerazione però bisogna partire, e ci tiene a sottolinearlo Sergio Altieri: “Chi sceglie la parola scritta non lo fa per soldi”. Alan D. Altieri – questo è il suo pseudonimo – ha esordito nel 1981 con La città oscura, primo thriller metropolitano italiano, edito da Corbaccio. “I miei libri erano ambientati all’estero perché si riteneva che gli italiani non fossero all’altezza di scrivere un buon thriller. Ho scritto oltre 20 romanzi e molti racconti. Con pseudonimo, sì, ma non mi è mai pesato. L’importante per me è scrivere”. Scrittore, traduttore e sceneggiatore, Altieri ha anche collaborato con il produttore Dino De Laurentiis e ha lavorato con diverse mansioni ai film Atto di forza, Conan il distruttore, L’anno del dragone e Velluto blu. Nel 1992 il suo romanzo L’uomo esterno è diventato una miniserie TV intitolata Due vite, un destino, trasmessa da Mediaset. Nel 1995 ha scritto la sceneggiatura del film Silent Trigger e nel 1997 ha collaborato alla realizzazione della mini serie TV in due puntate La Uno bianca, ha vinto anche il Premio Scerbanenco con il romanzo Kondor, e nel 2005 ha pubblicato il primo volume della trilogia a sfondo storico Magdeburg. Insomma, di esperienza alla spalle ne ha tanta.
Dal marzo 2006 a giugno 2011 è stato anche direttore editoriale delle collane da edicola di Mondadori: I Gialli, Urania, I Classici del Giallo, Segretissimo, Segretissimo SAS, Romanzi. “Quando ho iniziato a pubblicare con pseudonimo non eravamo in molti a farlo, quella era un’altra epoca. Per coerenza e continuità ho continuato a firmare come Alan D. Altieri e a pubblicare con lo stesso editore, Corbaccio. Per molti anni ho vissuto all’estero, poi sono rientrato per motivi personali. Le traduzioni dall’inglese ora per me sono necessarie, l’epoca d’oro dei libri è finita nel 2010. Nella parola scritta – ribadisce – non ci sono soldi. A parte pochissimi autori, di solito chi scrive deve associare un altro lavoro alla scrittura. Nel mio caso la traduzione”.
Antologie
Altieri traduce Andy McNab, David Robbins, Stuart Woods; ha tradotto anche i primi due volumi del Preludio a Dune scritti da Brian Herbert e Kevin J. Anderson, le Cronache del ghiaccio e del fuoco, la saga fantasy di George R. R. Martin; e per i Meridiani Mondadori ha tradotto i racconti di Raymond Chandler e i romanzi di Dashiell Hammett. Ha curato e tradotto per Feltrinelli anche un’antologia di racconti di H.P. Lovecraft. “Traduco 3-4 libri all’anno, bisogna essere precisi nella consegna per poi poter passare al lavoro successivo. Di solito la traduzione di un libro mi porta via 6-8 settimane e mi permette di guadagnare quanto basta per vivere. Chi sceglie di scrivere, ribadisco, la fa per passione e dunque deve essere preparato ad essere precario per definizione”. Fra pochissimi giorni uno dei suoi racconti sarà nell’antologia Noi siamo Legione, a cura di Fabio Novel, che sarà in edicola per la collana Segretissimo Mondadori, un bel condensato di pseudonimi: Stephen Gunn, Kevin Hocks, Rey Molina, Jack Morisco, Errico Passaro, Jo Lancaster Reno, Claudia Salvatori, Secondo Signoroni, Francois Torrent. Scommettiamo che tra di loro si cela anche qualche vecchia conoscenza. Ma lo lasciamo scoprire a voi.

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