Riforma costituzionale, la trattativa non riparte. Si aspettano le parole di Renzi

Riforme
Il presidente del Senato, Pietro Grasso, con la senatrice del Pd, Anna Finocchiaro, durante l'esame del ddl Rai nell'aula del Senato, Roma, 21 luglio 2015.     ANSA/ETTORE FERRARI

Questa sera l’assemblea del gruppo dem al Senato con il premier. Minoranza del Pd e governo ancora divisi sull’articolo 2. Finocchiaro: “Voteremo quando ci sarà l’accordo”

La trattativa sembrava ormai volgere verso una conclusione positiva. Era evidente che l’incontro tra Lorenzo Guerini e Pier Luigi Bersani nelle salette riservate della Festa de l’Unità non potesse essere risolutivo, però il clima attorno alla riforma costituzionale era migliorato. Negli ultimi giorni, invece, si è assistito a un inasprimento dei toni che qualcuno tra i dem fatica anche a comprendere. Ne è un chiaro segno lo scontro verbale a distanza tra Matteo Renzi e lo stesso Bersani. E lo confermano anche i contatti avuti nelle ultime ore tra i senatori della minoranza del Pd, che tengono il punto: “Andiamo avanti, manteniamo i nostri emendamenti. E non c’è nessuna trattativa in corso”. E a Renzi che proponeva una forma “light” di elettività, replica ironico Miguel Gotor: “Non è mica un formaggino” (video)

L’ufficio di presidenza della commissione Affari costituzionali ha fissato intanto per martedì prossimo l’avvio dell’esame dei 513mila emendamenti presentati al testo della riforma (500mila solo dalla Lega, con Roberto Calderoli gran mattatore), mentre domani e dopodomani si svolgeranno le audizioni dei presidenti di regione. La presidente Anna Finocchiaro appare comunque orientata a non ammettere gli emendamenti all’articolo 2 della riforma, quello chiave su cui si concentra la polemica: “Per quanto riguarda le parti identiche, approvate in doppia conforme da Camera e Senato – ha spiegato – non si può tornare indietro, sia per prescrizione regolamentare sia perché si rischia di disperdere la possibilità di raggiungere il traguardo”. E ha aggiunto che, con ogni probabilità, “si inizierà a votare quando ci sarà un accordo politico”.

Qual è il punto del contendere? Non più la possibilità in sé di prevedere una forma di elezione dei senatori, così come chiesto dalla minoranza. Su questo punto, infatti, il governo resta intransigente sull’impossibilità di introdurre una forma di elezione diretta e sembra invece disponibile a fare un passo avanti sull’introduzione di un listino collegato all’elezione dei consiglieri regionali (la forma “light”, appunto). A confermarlo è stato lo stesso sottosegretario Luciano Pizzetti: “Sul fatto che i cittadini partecipino alla selezione dei consiglieri-senatori c’è il nulla osta del governo”. Una proposta che – secondo i rumors di palazzo Madama – potrebbe essere accolta da almeno alcuni dei 25 senatori dissidenti, mentre i più intransigenti, come il bersaniano Miguel Gotor, hanno già provveduto a respingerla.

Il fronte più duro resta infatti fermo sulla necessità di introdurre l’elezione dei senatori nell’articolo 2 della riforma. “Senza modificarlo non è possibile un’intesa: non per pregiudiziali ma per serietà e rispetto della Costituzione”, ha ribadito Vannino Chiti. Se si procedesse per questa via, l’articolo già approvato una volta da Camera e Senato dovrebbe ricominciare da capo il proprio iter, con la necessità di ricereve altri due Sì a Montecitorio e uno a palazzo Madama. Se il testo rimanesse immutato, invece, basterebbe l’ultima approvazione dei deputati per renderlo definitivo.

È qui che entra in scena Pietro Grasso. Nella precedente lettura alla Camera proprio in questo articolo è stata introdotta una leggera variazione (“la durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali nei quali sono stati eletti” è diventato “dai quali sono stati eletti”), che lega più saldamente il destino dei senatori al loro mandato da amministratori. Si tratta di una correzione sostanziale del testo, che comporta la riammissione di tutti gli emendamenti legati a questo articolo, oppure di un semplice passaggio formale? Il presidente del Senato deve sciogliere questo nodo, anche se preferirebbe che i gruppi parlamentari (ma soprattutto il Pd al proprio interno) trovassero un’intesa politica per superare l’intralcio. Anche in assenza di un accordo, la decisione di Finocchiaro nella direzione della non ammissione creerebbe un precedente del quale Grasso non potrebbe non tener conto, anche se non è tenuto a uniformarsi automaticamente al percorso deciso in commissione.

La via più semplice, quella che il governo preferirebbe intraprendere, comporta invece l’introduzione di una forma di eleggibilità dei prossimi senatori in un altro articolo del ddl Boschi, uno di quelli che sono già stati modificati dalla Camera e quindi hanno ancora davanti un iter più lungo. In tal caso, inoltre, anziché costituzionalizzare l’elezione dei senatori, si rimanderebbe a una legge ordinaria la modalità di scelta dei prossimi inquilini di palazzo Madama, lasciando spazio all’autonomia delle singole regioni.

Cosa succederà stasera? Probabilmente ben poco. Al termine della seduta pomeridiana dell’assemblea del Senato (quindi si presume intorno alle 20), Matteo Renzi interverrà alla riunione del gruppo dem. Difficile dire se sarà un incontro risolutivo, ma tra i corridoi di palazzo Madama i senatori del Pd sono più propensi a credere che il premier si limiterà a fare qualche apertura sull’elezione indiretta dei senatori (così come abbiamo descritto) insistendo invece sulla necessità di accelerare per portare a casa la riforma entro la prima metà di ottobre. “Abbiamo detto che discuteremo fino all’ultimo – ha ribadito stamattina il vicesegretario dem, Lorenzo Guerini – con il principio inderogabile che non si può tornare al punto di partenza. Qualsiasi intervento che si possa immaginare, si prosegue e non si torna al punto zero”.

Eppure proprio dall’intervento di Renzi di questa sera la minoranza si aspetta un segnale per riallacciare i fili di una trattativa, che in questo momento è ancora ferma.

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