Riflettori sul 2016, anno di elezioni in Europa

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In Germania si vota in cinque Laender che coinvolgeranno 21 milioni di tedeschi. In Gran Bretagna si terrà il referendum sull’uscita dalla Ue

Tutti guardano con interesse al 2017, anno delle elezioni presidenziali in Francia e delle elezioni legislative in Germania, come fondamentale. Ma già nel 2016 ci saranno appuntamenti elettorali significativi e il quadro politico europeo potrebbe registrare alcuni sviluppi. In primo luogo occorrerà vedere che cosa accadrà in Spagna, se si troverà una maggioranza in grado di governare e quale, e in Portogallo, se la coalizione plurale di sinistra terrà. Senza trascurare la Grecia, dove il termometro politico registra sempre temperature alte. In Germania nel frattempo ci saranno elezioni in cinque Laender (in tutto riguardano circa ventuno milioni di abitanti).

A marzo si voterà in Renania Palatinato (4 milioni) Baden Wurtenmberg (10 milioni) Sassonia Anhalt (2). A settembre in Mecklemburg (1.6) e a Berlino (3.5). Per la Cancelliera Merkel sarebbe un colpo importante riconquistare il Baden, Land tradizionalmente conservatore ma governato ora da un Verde in coalizione con la SPD, e la Renania, ora a guida SPD, o anche solo uno dei due; se aggiungesse Berlino, da tempo controllata dai socialdemocratici, sarebbe un trionfo. C’è incertezza. Allo stato la SPD sembra in grado di mantenere le sue posizioni, più che altro per la debolezza dei candidati democristiani. Saranno dei test importanti per la leadership del presidente della SPD Sigmar Gabriel, uscita indebolita dal recente congresso. Se li passa può guardare con speranza alla candidatura alla Cancelleria nel 2017. Condizione indispensabile ma forse non sufficiente vista la straordinaria popolarità del Ministro degli Esteri Steinmeier, che nei sondaggi sopravanza il ministro Schauble e persino il Presidente della Repubblica Gauck, oltre che Merkel e lo stesso Gabriel.

Le elezioni si giocheranno sul tema dei profughi, che ha messo a durissima prova le autorità locali e regionali, al di là delle maggioranza politiche. I candidati democristiani potrebbero pagare un prezzo per la politica di apertura ai profughi della Merkel, anche se proveranno a smarcarsi. La dimensione del prezzo pagato potrà darci degli elementi sullo stato della leadership della Merkel e delle condizioni per un eventuale futuro ricambio alla guida della CDU. Ma potrebbero esserci anche dinamiche diverse, e a pagare il prezzo potrebbero essere i Socialdemocratici, messi alle strette tra l’altro da tanti loro amministratori locali. Le elezioni regionali saranno interessanti anche per altri motivi, in prospettiva delle legislative del 2017. Si riaffacceranno i Liberali o continueranno ad essere sotto la soglia di sopravvivenza? Un qualche loro segnale di rianimazione potrebbe dare alla Merkel una arma in più, una ipotesi in più di coalizione di governo, per il 2017. Non pochi democristiani sognano i good old times dove la FDP regolarmente battuta alle elezioni regionali tornava buona come alleato di centrodestra a quelle federali. Non è più così.

Pare più possibile invece che le elezioni regionali confermeranno la forza del partito euroscettico AFD, nonostante le divisioni e lo stato confusionale del suo gruppo dirigente. Nel sistema istituzionale tedesco il livello dei Laender conta moltissimo. Un consolidamento a questo livello del partito euroscettico sarebbe un dato importante. Se nelle regioni dell’est dove si vota (SachsenAnhalt e Mecklenburg oltre che Berlino) la Linke si conferma ai livelli attuali, cresceranno nella SPD le argomentazioni a favore di un suo coinvolgimento in una maggioranza di governo a livello federale. Sono argomentazioni che non vengono facilmente espresse, ma ci sono. Saranno elezioni cruciali anche per i Verdi. Sia perché sono per la prima volta alla guida di un grande Land, oltretutto nel sud industriale, sia perché hanno uno spazio importante a livello nazionale, quello dei delusi dalla grande coalizione.

Avranno un impatto solo indiretto sulle vicende politiche europee le elezioni in due sistemi semipresidenziali, ove il Presidente della Repubblica pur non avendo ruolo esecutivo viene eletto direttamente: l’Austria (ove i socialdemocratici stentano a far decollare un candidato che ha il difficile compito di succedere a Heinz Fischer, personalità di grande popolarità e storia) e il Portogallo (dove il centrodestra per ora è favorito, bisognerà vedere se ci sarà un effetto di ricomposizione tra i candidati della sinistra, che però sembra improbabile).

Potrebbero avere un impatto più diretto invece le legislative in Slovacchia e Irlanda (a primavera) e Lituania e Romania (dopo l’estate). Sono contesti molto diversi, ma certo non facili per le forze di centrosinistra. I partiti che fanno riferimento al PSE governano in Slovacchia e Lituania e hanno discrete possibilità di essere confermati, ma in un quadro molto volatile.

La Slovacchia di Fico contrasta ottusamente l’approccio UE sui migranti, ha colto nella resistenza al piano di redistribuzione e di sviluppo di una politica europea una opportunità di caratterizzazione politica. Vedremo se questa linea dura pagherà alle elezioni. La Lituania di Butkevicius secondo alcuni sarebbe in linea di scontro con Bruxelles per deficit eccessivo, procedura dalla quale era uscita nel 2013.

Saranno certamente più rilevanti altre scadenze, che non riguardano elezioni legislative. A aprile si terrà nei Paesi Bassi un referendum di iniziativa popolare consultivo e non vincolante ma politicamente significativo, sul trattato di associazione tra UE e Ucraina. Come tutti gli esercizi referendari di questo tipo è facile prevedere che sarà fatto sfoggio di argomentazioni generali sulla democrazia diretta e sulle lacune dell’Unione europea colpevole di ogni male o quasi. Altrettanto facile prevedere che poco sarà discusso nel merito (compreso il punto di quanto senso abbia lo strumento referendario in questo caso). Avrà luogo proprio durante la presidenza di turno olandese del Consiglio dell’UE e potrebbe segnarla.

A maggio, secondo tradizione, si terranno le elezioni locali nel Regno Unito che – a parte alcune località simbolo, Londra su tutte – saranno una occasione importante per la leadership di Corbyn nel Labour e sulla scena nazionale, anche se i British tendono a distinguere nettamente nelle valutazioni politiche il livello nazionale da quello locale. I laburisti sono maggioritari a livello urbano, e affronteranno dunque una prova significativa. Saranno anche una occasione per capire quali temi determineranno le scelte degli elettori nel governo della città, se e quanto conterà il tema sicurezza, quello del lavoro, dei migranti, dell’ambiente. Oltre al controllo di moltissimi consigli comunali, sarà in ballo l’elezione diretta dei primi cittadini di Londra, Bristol e Liverpool. Molto importante può essere il voto per i parlamenti di Scozia e Galles, due antiche roccaforti laburiste, nel caso scozzese conquistate dai nazionalisti. La domanda è se il nuovo corso laburista recupererà elettorato tradizionale in queste realtà.

Resta poi da vedere quando si terrà il referendum più importante, quello sulla Brexit. I recenti sviluppi al Consiglio europeo hanno mostrato che restano non poche difficoltà nel negoziato tra gli Stati membri e Londra. Dopo il vertice che si terrà a febbraio capiremo meglio. Ma se c’è un fantasma che si aggira per l’Europa e per la sua politica, è quello. Sarà la Brexit ha dettare l’agenda o sarà una idea di rilancio?

In questo contesto si inseriranno le scadenze a livello europeo, sia quelle relative alla procedura del Semestre europeo, cioè di sorveglianza dei bilanci nazionali, sia quelle relative a diverse politiche europee e alla preparazione della revisione del quadro finanziario pluriannuale della UE. Un anno da seguire, come sempre, con pazienza e partecipazione.

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