“Revolver ” ha mezzo secolo: è il disco che cambiò il pop

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Il settimo album dei Beatles è considerato uno dei capolavori della band di Liverpool: un mix di suoni, influenze orientali, psichedelia e l’alta tecnologia degli studi di Abbey Road

Ci sono dischi la cui tracklist si sa a memoria, più o meno come la formazione dell’Italia calcistica degli anni 70 o certe squadre del cuore. Ecco, Revolver è uno di quei dischi. Si comincia con Taxman, si continua con Eleanor Rigby e poi a seguire I’m Only Sleeping, Love You To, Here, There and Everywhere, Yellow Submarine, She Said She Said, Good Day Sunshine, And Your Bird Can Sing, For No One, Doctor Robert, I Want to Tell You, Got to Get You into My Life, Tomorrow Never Knows.

Non semplici pezzi, ma capolavori che uniti assieme in una grande alchimia produssero uno dei dischi più amati, apprezzati dei Beatles, a tutt’oggi al terzo posto della classifica di Rolling Stone sulle 500 pietre miliari del rock. Fu pubblicato in Gran Bretagna il 5 agosto del 1966. È passato mezzo secolo e Revolver resta un disco dall’importanza capitale che segna definitivamente una scelta di campo radicale da parte dei Beatles: da quel momento lo studio di registrazione sarebbe diventato uno strumento capace di dare corpo alle idee più avventurose, il centro della loro musica.

Non è un caso che il 29 agosto di quell’anno tennero, a San Francisco, il concerto che segnò il loro addio alle esibizioni dal vivo. Revolver è il settimo album della discografia ufficiale dei Beatles, il titolo è un gioco di parole riferito sia all’arma da fuoco, sia al movimento rotatorio (in originale “revolving”) proprio dell’Lp che gira sul piatto di un giradischi. Il titolo dell’album non fu facile da trovare ma alla fine, su suggerimento di Paul, Revolver mise tutti d’accordo.

L’ elegantissima illustrazione di copertina è opera del bassista e artista tedesco Klaus Voormann, amico storico della band. Come si diceva Revolver è la sintesi dei suoni di un’epoca, un album che intercetta lo Zeitgeist dell’epoca. Influenzati da una parte dalla conoscenza della cultura indiana e dal misticismo orientale e al tempo stesso dall’allargamento della coscienza dell’Lsd, in sintonia con gli esperimenti di Timothy Leary, dall’altra spinti da una riconosciuta rivalità creativa con il Brian Wilson di Pet Sounds, che era uscito a maggio dello stesso anno, i Beatles entrarono in studio con l’obiettivo di spingere oltre ogni limite la ricerca sonora.

Come sempre trovarono il primo alleato in George Martin, il loro storico produttore, sempre geniale nel dare corpo alle idee della band e soprattutto di Lennon, McCartney e George Harrison, ma molti dei contributi arrivarono anche dai tecnici degli studi di Abbey Road. Ken Townsend, l’ingegnere del suono, proprio durante queste registrazioni inventò l’Automatic Double Tracking, la tecnica che, detta in breve, consente di registrare automaticamente una doppia traccia musicale, mentre un altro ingegnere, fedelissimo di Martin, Geoff Emerick, mise a punto rivoluzionarie strategie per registrare gli strumenti (in particolare il basso e la batteria).

E poi loop, strumenti suonati al contrario, l’alterazione della velocità di registrazione, le sovraincisioni, l’utilizzo di strumenti inconsueti come quelli della tradizione indiana ma di un ottetto d’archi come in Eleanor Rigby. Tanta carne al fuoco e un vago delirio di onnipotenza ad aleggiare negli studi di Londra. Molti anni dopo – grazie a una lettera di George – si seppe che i quattro baronetti di Liverpool in quei giorni pensarono perfino di mollare Martin e di lavorare con Jim Stewart agli Stax Studios di Memphis.

Revolver è comunque frutto di uno sforzo collettivo della band: George Harrison contribuisce con tre brani, il polemico Taxman, Love You To (che ha coinvolto musicisti della comunità asiatica della Londra di allora) che segna il suo primo tentativo di compositore di utilizzare la musica classica indiana, I Want To Tell You, una chiara testimonianza di militanza nella cultura lisergica. Da questo punto di vista il capolavoro per molti è Tomorrow Never Knows, una creazione “acida” di John Lennon ispirato dagli scritti di Timothy Leary che apre le porte alla psichedelia e mette insieme influenze orientali con i nastro magnetici di Stockhausen. La colonna sonora di un paio di generazioni questo disco in bianco e nero, che arriva da lontano ma non ha mai smesso di guardare al presente, immaginando il futuro.

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