Vi scrivo da Mosul, la città irachena spaccata in due

Reportage
A local Iraqi woman walks through her village outside of Mosul, Iraq, Jan. 4, 2008. (U.S. Army photo by Spc. Kieran Cuddihy) (Released)

Reportage dalla città irachena. Sciiti, peshmerga, yazidi, turcmeni. Turchia, Russia, Iran. E la coalizione Internazionale. La battaglia contro l’Isis è già un ingorgo di manovre che prepara le guerre di domani

(In questi giorni Adriano Sofri si trova nelle zone di combattimento in Siria e scrive per l’Unità straordinari reportage. Questo è uscito sabato scorso, in arrivo altri articoli).

Affidarsi ai vari portavoce è impossibile: non che tengano le bocche cucite, al contrario, annunciano ciascuno una data, da domani mattina a gennaio prossimo. Ci si regola su quello che si vede, convogli lunghissimi di blindati trasportati su grossi camion diretti al fronte di nord est attraverso il territorio curdo: sono dell’esercito iracheno, benché alcuni alzino la bandiera con il volto dell’imam Hussein, il protomartire sciita. Ci si regola su quello che si sente, un andirivieni di grossi aerei militari e di elicotteri sulle nostre teste.

Quanti scarponi sul terreno

I capi dell’esercito iracheno proclamano di essere pronti – “in 65 mila” – e di aspettare solo l’ordine da Baghdad. I peshmerga di Erbil sono pronti per definizione, e stanno zitti. I peshmerga di Suleimania e di Kirkuk avvertono che prima bisogna prendere l’ultima roccaforte irriducibile di Hawijia, già qaedista poi dell’Isis, per sgombrare l’intera riva orientale del Tigri. Hashd al Shaabi, i famigerati sciiti «paramilitari» ammoniscono che loro ci saranno – «in 24 mila» -e che non c’è bisogno di altri, tanto meno dei turchi. I curdi del Pkk e di Siria non lo dicono ma ci saranno; rivendicano una nuova divisione della provincia di Ninive in cui un territorio sia loro riservato. Gli americani dicono che non vogliono il Pkk né i paramilitari sciiti.

I turchi di Erdogan rigettano sprezzantemente gli ultimatum di Baghdad, loro sono già a Bashiqa, a un tiro di schioppo, diciamo così, da Mosul, e avanzeranno: e dietro di loro fa ormai capolino la Russia che i giri di valzer diplomatici hanno avvicinato all’unico fronte dal quale erano ancora tagliati fuori. Erdogan, che Dio lo aiuti, ha detto ieri di avere un piano B e anche uno C… Gli iraniani non hanno bisogno di dire niente, per loro parlano i governanti di Baghdad e strepitano le milizie Shaabi. Poi ci sono i battaglioni di yazidi, di assiri cristiani, di shabak e turcmeni sciiti…

I sauditi si riuniscono con gli emirati per ammonire l’Iran a stare alla larga. A terra, sia pure con la beneducata avvertenza di svolgere solo compiti di istruzione e logistica, ci sono anche i militari della coalizione, americani, francesi, italiani, britannici eccetera. Le truppe in terra, gli scarponi sul suolo famosi, sono diventati fin troppi.

La città minata a ogni passo

La direste una farsa se non fosse l’epilogo provvisorio di una tragedia. A renderla farsesca è stato il lunghissimo rinvio. Tuttavia l’alternativa non c’è, salvo lasciare per sempre Mosul al Califfato. Così da un giorno all’altro il nome di Mosul diventerà famigliare e terribile come quelli di Sarajevo e di Aleppo. Più di quelli. La riconquista è annunciata da più di due anni: dal 10 giugno 2014 in cui la capitale dell’Iraq sunnita cadde ingloriosamente nelle mani di al Baghdadi che vi si proclamò califfo. Non so se esistano precedenti di una battaglia simile. Qui si tratta di liberare da un’occupazione spietata una città che ha ancora un milione e 300mila abitanti. Molti di loro aprirono le porte all’Isis, che già da anni con altri nomi vi agiva come un governo ombra, in odio alla prepotenza del governo sciita; i più si sono ricreduti, ma temono la ferocia dei miliziani sciiti e le vendette delle minoranze cacciate.

La grande città è minata a ogni passo con quei congegni esplosivi improvvisati che sono l’arma più micidiale contro gli eserciti regolari e tecnologici. In una città così popolosa, e con le vie di fuga sbarrate ai civili, i bombardamenti e i tiri di artiglieria sono un repentaglio tremendo se non si voglia emulare la terra bruciata di Groznj e di Aleppo. Si può contare su una resistenza interna? Da molti mesi si dice di gruppi che agiscono di notte, uccidono uomini del Califfo, scrivono sui muri la M di al-Mukawama, resistenza. Sono 3mila, 5mila, si dice – esagerando. Venerdì il Califfato ha «giustiziato» 58 cospiratori, affogati e poi bruciati in una fossa comune: fra loro uno che era stato al fianco di al Baghdadi. Si è parlato di un tentato golpe – esagerando. Sta di fatto che i notabili dell’Isis hanno svenduto tutto quello che c’era da vendere nella città, facendola a pezzi, come per una liquidazione.

I tetti di Mosul la favolosa

Ci sono nomi gloriosi di città che abbiamo imparato a pronunciare solo per le cronache del terrore, Mosul, Dacca. Eppure: «Mussola (mussolina): tessuto leggerissimo a trama rada, simile alla garza. Il nome deriva dalla città di Mosul, dove gli europei la conobbero, ma era originaria di Dacca in Bangladesh». Mosul, sapete, ha un minareto pendente, «come la torre di Pisa»… Non ho mai visitato Mosul, e forse per questo il suo nome suona così favoloso alle mie orecchie. Stavo per scrivere che non l’ho mai vista, ma non è vero: l’ho vista dall’orlo della frontiera mobile che separa il territorio dell’Isis da quello curdo, ma era un altro modo di immaginarla. Prima di quel fatale giugno 2014 era un altro il nome che Mosul favolosamente evocava per lo straniero: Ninive. Ma questa gran storia la racconterò un’altra volta. L’antica Ninive, da cui oggi è chiamata la provincia, era rimasta di qua del Tigri, e Mosul era cresciuta sull’altra sponda. Più tardi la città nuova espandendosi l’avrebbe ingoiata, divenendo la seconda dell’Iraq – due milioni.

Di notte, la gente di Mosul sale furtivamente sui tetti, dove i telefoni forse prendono, e parla coi suoi parenti e amici sfollati. Quando avvistano un’auto dell’Isis spengono e scendono precipitosamente. Uno pensa alla vita a Mosul: il niqab obbligatorio, le ragazze «sposate» per forza ai combattenti, due figli su tre arruolati per forza e cambiati di nome, le teste mozzate, i roghi umani, gli «effeminati» buttati giù dalle terrazze. Il mio amico Ahmad vendeva frutta secca e dolciumi. Gli buttarono i pistacchi in mezzo alla strada. «Ma è un dono di Dio», azzardò. «Ha la forma dell’organo femminile», dichiararono quei teologi. In strada anche i lokum appesi: la forma del membro maschile. In strada i sottaceti, si avvicinano all’alcool. E i cetrioli freschi, naturalmente.

La battaglia di oggi le guerre di domani

Mosul è stretta da terra oltre che dal dominio esclusivo dei cieli da parte della coalizione. (Che cosa sarebbe se l’Isis e i suoi concorrenti islamisti disponessero di un’aviazione, come ne dispone Assad coi barili bomba e Putin coi bombardamenti a tappeto? Giorni fa un drone esplosivo ha ucciso qui due peshmerga e ferito gravemente due militari francesi, prima prova riuscita di droni da guerriglia). L’esercito iracheno, dai e dai, ha espugnato i centri della provincia di Anbar, Ramadi e soprattutto Falluja. È il protagonista designato alla riconquista di Mosul. Gli si muovono addosso le truppe «paramilitari» sciite – nome irrisorio, perché sono altrettanto militari e pagate dal governo, ma al comando di privati a loro volta al comando dell’Iran – che pretendono la propria parte, la più esosa, del bottino, e sono in guerra non con l’Isis ma coi sunniti in genere. Minacciano di vendicare a Mosul l’imam Hussein, morto a Kerbala 1336 anni fa…

I peshmerga sono ingaggiati per la battaglia, e gli americani se ne sono assunta la spesa: loro non avanzano rivendicazioni su Mosul, a differenza che sulla curda Kirkuk . La grande battaglia di tutti contro l’Isis per Mosul è già oggi un ingorgo di manovre che preparano le guerre di domani. Gli ultimi giorni sono stati riempiti dalle minacce reciproche fra Erdogan e al Abadi, il vacillante premier di Baghdad. Ieri a Baghdad il solito attentato suicida a un funerale sciita ne ha ammazzati almeno 31 e feriti 63.

La partita militare e quella del dopo

Fermando per un momento il film dell’avanzata su Mosul possiamo vedere tre linee di impegno sovrapposte. La prima è quella militare. La seconda quella dell’emergenza umanitaria: le vite da soccorrere e curare. La terza quella della ricostruzione quando la città sia stata espugnata: che ha a sua volta un aspetto di sicurezza, uno politico – chi la governerà e come – e uno urbanistico. È infatti una grande città storica che andrà a sua volta curata e guarita delle ferite subite finora, e di quelle che la battaglia ultima le infliggerà ancora. Quale preparazione abbiano raggiunto i piani militari non è dato sapere. I comandanti americani vogliono dare un’impressione di gran sicurezza e parlano dei miliziani dell’Isis a Mosul come morti che camminano. Nel secondo confronto con Trump, Hillary ha messo in rilievo il proprio personale impegno e ha fatto intendere che la liberazione di Raqqa verrà dopo quella di Mosul – oltre a ribadire la fiducia nell’apporto curdo. Resta che una battaglia che si deve prevedere lunga e durissima, se fosse scatenata oggi, invaderebbe in pieno la campagna presidenziale americana. «Ora che Trump è crollato nei sondaggi – dice il mio amico Kamo – gli americani non hanno più fretta di avanzare su Mosul».

Mancano anche le tende

Sulla preparazione all’emergenza umanitaria si sa di più, che è molto indietro. Dopodomani arriverà in Kurdistan Filippo Grandi che è a capo dell’Unhcr, l’agenzia per i rifugiati. In questi giorni si è svolta una missione dell’ambasciatore italiano in Iraq, Carnelos, che ha visitato la diga di Mosul e tutte le principali città del Krg, compresa Kirkuk, e ha ascoltato le preoccupazioni per l’afflusso possibile di sfollati da Mosul – 250mila ne aspettano solo a Dohuk, che già ne trabocca.

I fondi per i rifugiati sono prosciugati e si rischia che i fuggiaschi di Mosul vadano sotto i ponti o affollino gli scheletri dei palazzi in costruzione. C’è bisogno di tutto, a partire dalle tende. In Kurdistan ci sono ancora 30 gradi di giorno, ma l’autunno avanza e le notti in montagna sono fredde. Si può immaginare che cosa significhi far fronte a un esodo di un milione di persone, che si suppone improvviso. Per giunta, il controllo degli sfollati, in particolare degli uomini, sarà lungo e scrupoloso per la paura che vi si infiltrino miliziani dell’Isis. Si può aggiungere che il coordinamento fra le innumerevoli agenzie – dell’Onu, delle Ong, dei governi e delle amministrazioni curde e irachene – pone problemi meno esplosivi ma non meno complicati di quelli fra gli eserciti rivali nella controffensiva su Mosul.

Che cosa farà l’Isis? Che cosa farà la gente?

Mosul è spaccata in due dal Tigri, e la riva sinistra è quella della antica Ninive e della parte più nuova della città. Da questa parte arriveranno le forze della coalizione. Sulla riva destra sorge il centro storico di Mosul, nel quale l’Isis è arroccata. Sei ponti principali uniscono le due rive ed è ovvio supporre che vengano fatti saltare al momento dell’avanzata. La popolazione sceglierà di fuggire o di rintanarsi nelle case e pregare il suo Dio? E che possibilità avrà di fuggire? Certo l’Isis vorrà valersene per farsene scudo o per imputare ai suoi nemici la carneficina. Si teme anche che l’allarme sugli scudi umani faccia da schermo a operazioni indiscriminate della coalizione o di sue fazioni: una Aleppo trasferita a Mosul. C’è infine la domanda sulle vere intenzioni dell’Isis – intendo il nerbo dei suoi miliziani, forse 5mila, non i suoi aggiunti, bambini-soldato compresi: vorrà battersi alla morte, o sceglierà di svignarsela?

Si vocifera di un corridoio che la coalizione lasci loro per riparare in Siria, e di spostamenti già avvenuti verso Raqqa di miliziani e famiglie. Mosul era la città del fior fiore della leadership politica e militare del vecchio Baath sunnita e di Saddam. Magari qualcuno di quei marpioni, accantonati dagli americani e montati in sella con il califfato sta meditando di tornare a tagliarsi la barba.

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