Renzi snobba Saviano e tira fuori l’orgoglio

Leopolda 2015
The Italian prime Minister Matteo Renzi during his final speech at the "Leopolda convention" in Florence, 13 December 2015. ANSA/ MAURIZIO DEGL'INNOCENTI

I rapporti complicati tra il premier e lo scrittore incidono anche sullo scontro di questi giorni. E al popolo della Leopolda lancia la mission del referendum come punto di svolta per cambiare il Paese

INVIATO A FIRENZE – Ha tirato fuori l’orgoglio, Matteo Renzi. Ha deciso di rispondere a tono agli attacchi che hanno travolto il suo governo e che inevitabilmente hanno segnato questa edizione della Leopolda. Niente di eccezionale, è quello che avrebbe fatto qualsiasi leader politico al suo posto. Ma l’ha fatto in un modo (il richiamo all’inchiesta che coinvolge il padre, il riferimento alle finalità politiche delle proteste contro il governo, la rivendicazione del decreto) che ha inevitabilmente dimostrato quanto questa storia lo abbia colpito, anche personalmente. La decisione di tener fuori Maria Elena Boschi, salita sul palco ieri sera solo per ricevere l’abbraccio dei leopoldini senza rispondere direttamente alle polemiche, è stata studiata a tavolino ed è molto nello stile renziano, che lo porta ad assumersi la responsabilità in prima persona per le scelte proprie o della propria squadra. Boschi ci ha inevitabilmente perso un po’ sul piano dello spessore politico, ma quello che conta è la squadra. E la squadra dimostra di tenere botta.

Soprattutto, Renzi vuole mantenere ben distinte le proteste dei risparmiatori, verso i quali c’è la disponibilità a intervenire entro i limiti consentiti dall’Ue (una loro delegazione oggi ha parlato in privato con Padoan proprio alla Leopolda), dagli attacchi più politici delle opposizioni e di personalità come Roberto Saviano. Il premier è convinto che dietro le parole dello scrittore ci sia soprattutto la difficoltà di rapporti personali che non sono mai stati ottimi tra i due.

Da punto di riferimento della sinistra, Saviano si è sentito infatti in qualche modo ‘rottamato’ dal nuovo corso renziano, che trova altrove i propri riferimenti nel mondo della legalità e dell’antimafia: magistrati come Raffaele Cantone e Nicola Gratteri, prefetti come Franco Gabrielli e Francesco Paolo Tronca (ora commissario straordinario nella Capitale), fino a Giuseppe Sala e – new entry di questa Leopolda – Giovanni Corona, il primo ormai lanciato verso la corsa a sindaco di Milano, il secondo che potrebbe scendere in campo a Napoli. E a loro si aggiunge anche Annarita Leonardi, la giovanissima in corsa a Platì. Il nome di Saviano, insomma, non è più nelle partite che contano e questo può aver pesato.

Per il resto, Renzi ha indicato al ‘suo’ popolo la prossima missione da compiere, che non passa tanto per le amministrative di primavera, quanto piuttosto per il referendum autunnale. Le “mille Leopolde” da promuovere da qui all’ottobre 2016 danno il segno di quanto il premier scommetta su quel passaggio, ritenendolo cruciale per il proprio futuro politico e per il futuro di cambiamento che vuole imporre al Paese, a partire proprio dalla Leopolda. Fatto quello, cambiata la Costituzione, si potrà pensare al resto, passando anche per un appuntamento elettorale che resta – almeno formalmente – ancora fissato per il 2018.

Senza ambiguità per quanto riguarda il progetto politico. Perché non solo “non abbiamo in mente il Partito della Nazione, ma il Partito della Ragione contro il nichilismo”, ma addirittura “la bandiera del Pd la portiamo tatuata nel cuore”. Tra popolo della Leopolda e popolo dem non c’è più né contrapposizione, né distinzione. E lanciare un nuovo think tank, come mobilitare i leopoldini oltre che il partito per il referendum non pone più – almeno dal suo punto di vista – problemi di compatibilità con l’impegno di segretario del Pd. Anche se la minoranza non è certo della stessa opinione.

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