Renzi prepara un’assemblea per tornare a parlare al paese

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Italian Prime Minister Matteo Renzi giving a final press conference at the end of Eurozone leader summit on the Greek crisis, at the European Council headquarters in Brussels, Belgium, 13 July 2015. Eurozone leaders have unanimously agreed to a new bailout programme for Greece, EU President Donald Tusk says.  ANSA/OLIVIER HOSLET

Le riforme saranno ancora al centro dell’intervento del leader del Pd: la sfida contro il populismo si vince su quel campo

Matteo Renzi arriva all’assemblea nazionale del Pd che si riunisce domani a Milano senza essere particolarmente preoccupato. Sa bene che la luna di miele del suo governo è terminata da un pezzo, e non poteva essere altrimenti. Ma il calo fisiologico rispetto al 40,8% delle europee dello scorso anno sembra essersi arrestato: lo dicono i sondaggi pubblicati dai maggiori istituti di ricerca e anche quelli riservati sulla sua scrivania. Il clima di sfiducia, accentuato dalle difficoltà nei rapporti con la minoranza interna, sta cedendo progressivamente il passo nel paese a una seppur lenta riapertura di credito nei confronti del governo.

Fanno certamente la loro parte i dati economici che fanno intravedere sempre più nettamente la luce in fondo al tunnel della crisi: oggi Bankitalia, tra gli altri dati positivi, sottolinea come sia finalmente tornata a crescere la domanda interna. E se le famiglie riprendono ad acquistare vuol dire che ci sono una maggiore disponibilità finanziaria e più fiducia nel futuro.

Tutto questo non cancella i problemi che il Pd sta vivendo in questa fase, legati soprattutto ad alcuni casi locali: le amministrazioni di Milano e Roma, la regione Sicilia. Ma il premier su questo mantiene ferma la propria linea: a occuparsene devono essere i dirigenti dei territori direttamente interessanti, inutile reclamare un intervento diretto dal Nazareno. I dirigenti dem seguono da vicino le difficoltà che si stanno vivendo da quelle parti, ma non sarà Renzi o chi per lui a imporre dimissioni o nominare assessori.

L’attenzione del leader del Pd rimane concentrata soprattutto sull’azione riformatrice del governo, ben sapendo che è quella la scommessa da vincere per confermare la “vocazione maggioritaria” del partito e fermare le forze populiste, M5S e Lega in testa. Su questo Renzi sa di dover tornare a parlare con più forza al paese (per questo ha chiesto ai suoi più attenzione sul tema della comunicazione) e su questo, quindi, concentrerà il proprio intervento di domani all’assemblea dem dall’auditorium dell’Expo (che Unità.tv seguirà in diretta streaming, sui social network e con servizi specifici). Le riforme realizzate (il Jobs Act che sta mostrando i propri frutti, la Buona Scuola che pian piano vede sfumare le polemiche), quelle che vedranno la luce prima della pausa estiva (la pubblica amministrazione, la Rai) e quelle che dovranno vedere una sintesi a settembre.

Su tutte, ovviamente, c’è quella costituzionale. Non è bastato il fermo intervento di Giorgio Napolitano in commissione per convincere la minoranza dem a retrocedere dalle proprie intenzioni: le modifiche proposte da Gotor, Chiti e gli altri rimangono sul tavolo e Renzi potrebbe già domani provare a venire incontro a queste richieste, con un’apertura sull’elettività del senato, che non modifichi comunque l’impanto del ddl Boschi.

Il puzzle delle componenti dem, d’altra parte, appare ormai sempre più chiaro e vede sempre più ridimensionarsi l’ala dura ostile al segretario. Per questo, Renzi non ha interesse ad alzare ulteriormente i toni, mentre dall’altra parte è pronto a coinvolgere maggiormente le minoranze dialoganti: il primo passo sarà l’assegnazione di alcune presidenze di commissione nel “rimpastino” che sarà definito dall’assemblea del gruppo alla camera martedì prossimo.

Un nuovo atto di ricucitura potrebbe realizzarsi sulle modifiche allo Statuto, che ridisegneranno l’organizzazione del partito. Già domani si inizierà con il votare alcuni emendamenti (su cui è stato trovato un accordo) necessari ad adeguare le norme interne a quelle richieste per iscrivere il Pd al registro delle forze politiche che possono accedere al finanziamento pubblico. Ma la partita vera si aprirà più avanti, a partire dall’ormai atteso “tagliando” alle primarie.

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