Renzi non vuole lasciare a Grillo la carta del cambiamento

Pd
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Venerdì alla Direzione il leader chiederà di spingere molto di più sull’innovazione per non lasciarlo al M5S

 

Dopo mesi di demonizzazione, con tutti i mezzi, oggi Matteo Renzi deve riconoscere che non solo il Pd non ha piegato il M5S (anzi, nella confrontation diretta il Pd ci rimette sempre) ma che il terreno sul quale Grillo ha giocato e vinto è esattamente lo stesso su cui Renzi giocò e vinse due anni fa: il terreno del change, direbbero gli americani.

È un’ammissione che il premier-segretario ha fatto apertamente, davanti ai giornalisti dopo l’incontro con lo chef Massimo Bottura, incontro che ha suscitato qualche ironia ma che nelle intenzioni serviva a stemperare un po’ il clima. E dunque, quello di domenica “è un voto di cambiamento, non di protesta”. Le stesse parole, guarda caso, usate da un Beppe Grillo ormai proiettato su una dimensione di governo nazionale, dopo i trionfi di Roma e Torino.

Ci sono tre possibili livelli di lettura della sostanziale legittimazione politica che Renzi ha fornito al successo grillino.

Il primo è tutto istituzionale: la preoccupazione del premier è quella di sgombrare sul nascere possibili polemiche su un ruolo “di parte” di palazzo Chigi, ora che dovrà trattare con Raggi e Appendino.

Il secondo, più difficile da decifrare, può consistere in un primo tentativo di spezzare la strana alleanza M5S-destra, essendo il primo attestato comunque su un terreno diverso da quello della seconda. Dividere quel fronte che domenica ha funzionato può essere decisivo in chiave  referendum di ottobre.

Il terzo livello riguarda il Pd. Pare dire Renzi ai suoi: attenti, perché l’inadeguatezza del partito rischia di consegnare a Grillo “la nostra” bandiera, quella dell’innovazione, del cambiamento, delle riforme.

Il segretario andrà venerdì alla Direzione del Pd con una forte indicazione a spingere molto di più sul tasto del rinnovamento e del change. Sa bene che nel partito la sinistra si agita (con qualche differenza fra i bersaniani di Speranza più all’attacco, e Cuperlo più cauto: riunione distinte delle due anime) e che nella stessa maggioranza serpeggia un’inquietudine vecchia e nuova allo stesso tempo. Le dà voce Matteo Richetti che all’Huffington post dice: “Noi siamo apparsi come il partito del potere, non del cambiamento”.

Dovrà dare qualche risposta nuova e convincente, il segretario-premier, e forse per la prima volta evitando di fare spallucce alle critiche. E magari mettere mano a qualche soluzione politica e organizzativa, probabilmente partendo da un rimpasto della segreteria.

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