Renzi: non si usi referendum per far cadere il governo

Referendum
Alcuni membri del comitato del si al referendum consegnano le firme in Cassazione a Roma, 14 luglio 2016. ANSA/GIORGIO ONORATI

Stasera da Firenze l’avvio della campagna per il Sì. In diretta su ww.unita.tv

L’appuntamento è alle 21 a Firenze, da qui Renzi darà ufficialmente il via alla campagna referendaria.

Città e data non casuali visto che il 29 settembre di 8 anni iniziò la sua ascesa candidandosi a sindaco di Firenze. Con il segretario Pd sul palco ci sarà anche il neodirettore de l’Unità Sergio Staino.

Qualche assaggio però Renzi l’ha già dato ieri precisando che il referendum non è sul futuro del governo (risposta a Carlo De Benedetti che profetizza col No vincente la fine dell’esecutivo) ma su quello dell’Italia e spiegando che i No di Berlusconi e D’Alema alla riforma costituzionale sono figli della loro voglia di tornare in prima fila sulla scena della politica italiana. «Berlusconi punta a fare un’operazione del tutto legittima che è quella di tornare in campo assieme a D’Alema e a tanti altri che utilizzano il referendum per questo e per fare una bella Bicamerale».

Sceglie chi attaccare e con quali argomenti il premier Matteo Renzi parlando di buon mattino ai microfoni di Rtl 102.5. A sinistra il bersaglio è Massimo D’Alema, a destra Silvio Berlusconi, i simboli di una Bicamerale fallita, ma anche di una fase della politica che buona parte degli italiani vede come fumo negli occhi.

La replica dell’ex premier non si fa attendere, «vedo che Renzi insiste nel ripetere questa sciocchezza… anche da questo è evidente che Renzi ritiene gli italiani degli sprovveduti», in questa guerra a distanza senza esclusione di colpi.

Non che con la sinistra dem bersaniana o cuperliana siano rose e fiori, ma su quel fronte il Renzi segretario prova a tentare fino all’ultimo di creare ponti per metterla in condizione di dire Sì al referendum o quanto meno rendere difficile argomentare il No. Per questo pensa a una direzione del partito ad hoc nel corso della quale chiamerà tutti a macinare chilometri e piazze per il referendum chiarendo anche cosa intende fare rispetto alle modifiche dell’attuale Italicum.

A Carlo De Benedetti che in un’intervista al Corriere dice «se vincesse il No, Renzi dovrebbe dimettersi il giorno dopo. Anche se non credo che lascerà la politica. E per fortuna, perché ha dimostrato di avere energia e qualità», Renzi risponde che con un fermo no grazie . «Non si utilizzi il referendum in nome del desiderio di buttar giù il governo – replica infatti -. Si manda a casa per sempre la riforma. Quella è un’occasione perduta. È più bello se si potesse votare nel merito e poi scegliere un front runner del centrodestra e dei 5 stelle, che, con Di Maio, credo non se la passino benissimo».

Abbandonata la personalizzazione della battaglia referendaria la linea di Palazzo Chigi resta sempre la stessa: il governo cade se il Parlamento lo sfiducia. Ma non si nasconde le insidie che ci sono da qui al 4 dicembre. Per questo ha deciso di giocarsi la partita fino in fondo: 200 appuntamenti fissati, una media di tre al giorno, contraddittori veri, come quello di domani sera negli studi di Enrico Mentana con Gustavo Zagrebelsky, interviste, talk show.

Oggi alle 13 interverrà alla «Giornata nazionale dell’extravergine italiano» della Coldiretti al Mandela Forum di Firenze, alle 18 ad un’iniziativa pubblica presso il Centro Congressi Capitini di Perugia e alle 21 di nuovo a Firenze al teatro Obihall, dove sarà presente anche il direttore de l’Unità Sergio Staino, per il taglio ufficiale della campagna elettorale.

Sarà l’occasione per caricare militanti e comitati per il Sì, per ribadire che le ragioni del Sì e il merito della riforma devono essere l’unico tema su cui concentrarsi durante la campagna elettorale non cadendo nella trappola di chi punta a spostare l’a t te n z i o n e su altro. Il fronte del No è granitico nell’obiettivo di usare il referendum per mandare a casa il governo e dare un colpo durissimo alla leadership.

Ieri si sono incontrati Berlusconi, Meloni e Salvini per coordinare la loro campagna. Lo scopo lo dicono a chiare lettere in un comunicato: «Non per nostra scelta, ma per decisione del Presidente del Consiglio, il referendum sarà anche un giudizio sul governo Renzi. Tale giudizio non può che essere gravemente negativo». A coordinare i Comitati per il No, Berlusconi, che prova con il referendum a rimettere insieme i pezzi del centrodestra, ha chiamato – tra i malumori dei senatori azzurri – Renato Schifani.

Fuori dai confini, invece, è l’Europa a guardare al referendum come prova di affidabilità dell’Italia e a Bruxelles l’ipotesi di una vittoria del No provoca allarme forse più di Brexit. Ecco perché «la partita è qui e ora», per Renzi.

La sua strategia è chiara: uscire dalla polemica dei salotti politici e parlare agli italiani, per il referendum come per la manovra. Anche se è inevitabile che qualunque misura presa o annunciata da qui al 4 dicembre sarà oggetto di accuse di propaganda da parte dell’opposizione. «Noi andiamo avanti, non lasciamoci intimidire dagli attacchi», è quello che dice ai suoi davanti al fuoco incrociato partito non appena è stata annunciata la 14esima per le pensioni fino a mille euro. «Andassero a dirlo a chi prende fino a mille euro al mese che Renzi sta facendo propaganda».

Una decisione a cui si è arrivati attraverso la concertazione con i sindacati con i quali Renzi cerca di riallacciare il filo, soprattutto con la Cgil con cui la distanza è spesso stata siderale. È un Renzi che in campagna referendaria rispolvera i temi forti dell’esordio sulla scena nazionale ma sa che adesso per vincere bisogna costruire ponti. Non soltanto sullo Stretto.

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