Italicum, Renzi lancia segnali. Letta parte all’attacco

Riforme
Il presidente del consiglio Matteo Renzi al termine della conferenza stampa nella sede del Partito Democratico sui risultati delle elezioni amministrative comunali, Roma, 06 giugno 2016. ANSA/ANGELO CARCONI

Le mosse del premier per tastare il terreno senza esporsi troppo. I numeri per superare il premio di lista ci sarebbero, ma restano da valutare gli effetti nella sfida con il M5S

L’Italicum è tornato a riaccendere il dibattito politico per due motivi: uno reale, l’altro illusorio. Quest’ultimo è la discussione fissata per settembre alla Camera di una mozione presentata da Si. La decisione presa ieri dalla conferenza dei capigruppo a Montecitorio ha riacceso gli animi degli oppositori alla riforma elettorale, che tra l’altro entrerà in vigore a partire da domani. Una vittoria delle minoranze? Un segnale di apertura del governo? Niente di tutto questo, in realtà. Perché la mozione di Sinistra italiana parla esplicitamente di tratti di incostituzionalità della legge, di anticipare il pronunciamento della Consulta (previsto per il 4 ottobre), di conseguenti interventi radicali sul testo. Elementi che la maggioranza che ha votato l’Italicum non potrà che respingere, a meno di ammettere che si è voluto approvare scientemente una legge incostituzionale. Per questo, il destino della mozione appare già segnato: la bocciatura.

 

 

Il vero elemento di novità è rappresentato invece dalla posizione di Matteo Renzi. Il premier non ha ancora riaperto i ponti con gli oppositori dell’Italicum, interni ed esterni al suo partito. Ha però lasciato trapelare indirettamente segnali di disponibilità a superare il premio di lista (e solo quello), che finora erano stati negati con convinzione. Lo schema ormai è noto: nessuna dichiarazione ufficiale (anzi, ferme smentite sue e dei suoi fedelissimi), ma un efficace lavoro di spin rivolto ad aprire un dibattito e a tastare il polso dei possibili interlocutori. I quali, nel caso specifico, non sono tanto i compagni della minoranza interna, quanto piuttosto gli alleati di governo centristi e Forza Italia. Solo indirettamente, i Cinquestelle.

La sinistra Pd, o almeno l’area post-bersaniana, sembra avvitarsi in una posizione di intransigenza che difficilmente potrà portare a qualche risultato. Proprio mentre si riscontrano le prime timide aperture, infatti, da queste parti alzano sempre più la posta, proponendo non semplici modifiche al testo, ma un impianto totalmente diverso (collegi a doppio turno o un sostanziale ritorno al Mattarellum). Una strada che porterebbe al paradosso di dover buttare nel cestino una legge mai concretamente applicata e sulla quale nessuno (o quasi) in parlamento sembra disposto ad avventurarsi.

A distinguersi nella minoranza da questa posizione sono sia Gianni Cuperlo che Enrico Letta. L’ex premier, in un’intervista che sarà pubblicata domani su L’Espresso, torna ad attaccare a testa bassa il suo successore, parlando della necessità di “leader che uniscano, non leader che semplificano e dividono”. In questo discorso rientra anche la legge elettorale: “Voler introdurre un sistema simil-presidenziale come quello che esce dall’Italicum – ragiona Letta – è un errore profondo, una spinta artificiale che provocherà gli stessi danni di cui soffrono oggi altri Paesi europei. I sistemi presidenziali ti danno la forza, ma non ti obbligano a includere. E invece questo è il tempo di unire. Di fare coalizioni“.

Ma il premier guarda con attenzione perfino maggiore alle reazioni che provengono dal centro e da destra. Angelino Alfano fatica a tenere compatto il proprio gruppo e una modifica che consentirebbe a Ncd (o a tutta Area popolare) di allearsi con il Pd alle prossime elezioni, mantenendo il proprio simbolo, potrebbe consentire di portare a termine la legislatura senza perdere pezzi consistenti del partito. Forza Italia, dal canto suo, ha tutto l’interesse a riportare in vita una coalizione di centrodestra (con Lega e FdI, ma con l’ambizione di guardare anche al centro) che potrebbe a quel punto giocarsi pienamente le proprie chance per accedere al ballottaggio a scapito del M5S.

Cinquestelle che, dal canto loro, appaiono i più ambigui. Per Luigi Di Maio, “le priorità per l’Italia” sono altre e così evita di affrontare l’argomento.

 

 

Danino Toninelli, che nel Movimento è in prima fila su questi temi, spiega esplicitamente di ritenere che l’Italicum “non possa essere modificato. Noi vogliamo una nuova legge elettorale e chiediamo al Pd di valutare la nostra proposta”. Insomma, butta la palla in tribuna, per evitare di dover rinunciare proprio a quegli aspetti della legge (il ballottaggio, il premio di maggioranza alla lista) che potrebbero risultare a loro più favorevoli.

La posizione pilatesca del M5S può essere un’arma a doppio taglio per Renzi. Da una parte, infatti, la possibilità di riaprire il cantiere delle alleanze metterebbe in difficoltà gli isolazionisti grillini nelle urne. Dall’altra però, un nuovo asse Pd-FI rievocherebbe scenari da patto del Nazareno, che potrebbero portare nuova acqua al mulino a cinquestelle. Su questo il premier rifletterà nelle prossime settimane (o, meglio, mesi) prima di prendere una decisione definitiva sull’Italicum, che comunque difficilmente arriverà prima del referendum costituzionale di ottobre e, quindi, della sentenza della Consulta, sulla quale – alla luce dei precedenti – si nutrono discrete speranze per il rigetto del ricorso. Se così sarà, il leader dem potrà riaprire – se lo vorrà – la discussione sulla legge elettorale da una posizione di forza.

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