Renzi lancia la battaglia d’autunno: ecco gli avversari già nel mirino

Governo

Il premier archivia la vittoria di ieri e già anticipa il quadro politico e i temi per il referendum costituzionale

Renzi non aveva alcuna intenzione, né interesse a trasformare il voto di ieri in un referendum su di sé e il suo governo, anziché semplicemente sulle concessioni per le piattaforme off shore. D’altra parte, la sua intenzione iniziale era di tenere un profilo basso anche per le amministrative di giugno, che sono andate anch’esse invece – più prevedibilmente – caricandosi di significato politico.

Chi ha voluto politicizzare il quesito ha fornito il gancio per lanciare con largo anticipo la lunga campagna elettorale che lo porterà all’appuntamento con il referendum costituzionale di ottobre. Già le parole pronunciate ieri sera a urne appena chiuse hanno dato un anticipo di quali saranno i temi e, soprattutto, gli avversari già individuati dal premier, in quella che proverà a dipingere come una battaglia tra l’Italia che guarda avanti e quella che si lascia bloccare da “battaglie ideologiche e politiche”.

La prevista “esibizione di politici di vecchio stile che dichiarano di aver vinto anche quando perdono” è già iniziata in queste ore.

 

 

 

 

Altri, come il M5S, hanno preferito mantenere un profilo più basso: spariti su questo tema dai social, si sono limitati a un post sul blog di Grillo, nel quale lo staff del comico ‘la butta in politica’, provando a parlare d’altro.

Renzi nel suo intervento ha provato a minimizzare. Ha precisato che “gli sconfitti non sono i cittadini che sono andati a votare”, bensì “pochissimi consiglieri regionali e qualche presidente di regione”, con chiaro riferimento a Emiliano. Ha spiegato che il referendum è stato strumentalizzato per “esigenze di conta interna da parte di qualcuno”.

Il fatto che le regioni siano il primo punto d’attacco del premier non è solo perché proprio nove di loro hanno promosso il quesito bocciato ieri. Ma perché proprio da lì potrà venire una buona parte dell’opposizione al referendum di ottobre, che torna a modificare il Titolo V della Costituzione, riportando allo Stato una serie di competenze decentralizzate nel 2001. Non a caso, ieri sera Renzi si è soffermato proprio su alcune questioni (la realizzazione dei depuratori, l’utilizzo dei fondi europei, il turismo, la sanità, i trasporti, lo spreco di fondi pubblici) sulle quali il governo – attraverso la riforma Boschi, ma anche con altri provvedimenti – sta progressivamente intervenendo per accentrare i poteri o sostituirsi alle regioni inadempienti.

Scorrendo la lista dei presidenti di regione, comunque, non saranno molti quelli che si opporranno esplicitamente al referendum di ottobre, sia perché sono rimasti ormai pochi i governatori di centrodestra, sia perché anche quelli della minoranza dem e quelli che ieri sono andati alle urne si sono già in gran parte schierati a favore della riforma e sarà complicato per loro cambiare idea, anche nel caso in cui i loro referenti nazionali dovessero decidere diversamente. Ma il tema di un governo “autoritario” che esautora dalle loro competenze i territori sarà certamente utilizzato – e già in parte lo è – dalla propaganda per il No.

 

 

Renzi bolla questa “classe dirigente” come “totalmente autoreferenziale”. Mentre dall’altra parte “c’è un Paese che chiede concretezza, solidità”. È a questo che si rivolge, ponendosi l’obiettivo di abbattere almeno per il passaggio di ottobre gli steccati partitici. “Tutti gli italiani hanno il diritto di essere portati alle prossime elezioni del 2018 senza le consuete scaramucce dei politici – ha detto ieri – ma di essere messi nelle condizioni di operare una scommessa perché questo Paese vinca le difficoltà”.

È il preludio del Partito della Nazione? “Quando ci saranno le elezioni politiche, ciascuno voterà per chi crede”, specifica Renzi. Il suo porsi al di là e al di sopra delle divisioni, anche quando le alimenta, è finalizzato esclusivamente a creare una separazione netta tra il ‘fare’ e il ‘protestare’, tra una democrazia ‘della concretezza’ e uno sterile populismo. In pratica, tra il suo governo e il M5S. Scontrarsi con la sinistra (interna ed esterna al Pd) o con un centrodestra ancora debole e frammentato non è tra le sue priorità, semplicemente perché non verranno da lì gli avversari più temibili, almeno per quest’anno. Se poi se li ritroverà contro nel 2018 (o 2017, il dubbio rimane), dopo aver inferto un colpo pesante all’antipolitica, per Renzi e per il Pd quello sarà lo scenario migliore, anche senza vagheggiare improbabili agglomerati centristi.

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