Renzi, controffensiva mediatica per uscire dall’angolo

Governo
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi al Senato durante le comunicazioni in vista del Consiglio Europeo di giovedì 17 e venerdì 18 dicembre. Roma 16 dicembre 2015. ANSA/ANGELO CARCONI

Fra Europa, banche, scadenze parlamentari i giorni difficili del governo. Domani Direzione Pd

Sotto pressione per diversi giorni, nelle ultime 24 ore Matteo Renzi ha scelto la strada della controffensiva mediatica per uscire da una congiuntura astrale davvero complessa. L’attacco di Juncker, i tracolli dei titoli bancari, le difficoltà parlamentari sulle unioni civili, le perduranti polemiche su Banca Etruria fino alle contestata ipotesi di un incarico ai servizi per l’amico Carrai: il governo non ha davvero trascorso le sue giornate migliori.

Nessuno può dire che questa fase molto difficile sia terminata. Anzi. Ma al presidente del Consiglio serviva reagire, su tutti i fronti. Lo ha fatto alla sua maniera, occupando il centro del ring con interviste (oggi al Sole 24 Ore), in parlamento (l‘intervento al Senato di ieri), la conferenza stampa di oggi a palazzo Chigi. E, in più, inviando segnali politici in primo luogo a Bruxelles.

Il succo del messaggio di Roma a Juncker è chiaro: noi non arretriamo. Collaboriamo pure (la mossa di nominare sottosegretario il “politico” Carlo Calenda è una replica forte alle critiche del presidente della Commissione Ue), ma io – dice Renzi – “non alzo la voce, alzo la mano” per dire quello che non va. E che l’Europa stia facendo cilecca sulla ripresa, sulla gestione del problema dell’immigrazione, sulla sua capacità di coordinare la politica dei governi europei, appare indubitabile. Non manca, fra le rimostranze italiane, anche una seria lamentela per la gestione dei dossier da parte dello staff di Juncker.

E c’è poi la “ciccia”, cioè la questione della famosa flessibilità. Roma ne ha bisogno, soprattutto in vista di un 2017 che non si prospetta anch’esso non facile – stante la lentezza con cui matura una timida ripresa – ed è su questo che Bruxelles (e Berlino) deve mollare. Le risposte di Roma sembrano abbiano funzionato, se è vero com’è vero che da ieri i toni di Juncker si sono molto attenuati.

Inoltre, Renzi annette una grande importanza al vertice nella capitale tedesca del 29 con Angela Merkel: un colloquio che dovrebbe stemperare le polemiche e soprattutto mettere sul tavolo uno scambio vantaggioso per entrambi, nell’incrocio fra economia (la flessibilità, appunto) e immigrazione (gli aiuti alla Turchia per alleggerire l’afflusso dei migranti).

Sul piano interno, il governo – come si dice –  ha “portato a casa” l’ultimo sì del Senato al ddl Boschi (l’importante era avere i numeri, su una modifica costituzionale è normale che ci siano consensi esterni alla maggioranza di governo – anche se da sinistra si polemizza sui sì di Verdini), con il presidente del consiglio che, in aula, ha rimandato tutti al referendum dell’autunno, confermando che sarà decisivo per il prosieguo della sua stessa vita politica. Una vittoria dei No non potrebbe non avere conseguenze sulla vita del governo: un’affermazione in fondo ovvia ma che ribadita in aula ha l’evidente sapore dello spartiacque della fase politica. Una iper-politicizzazione dell’appuntamento, un modo per ottenere una legittimazione politica per l’ultimo scorcio della legislatura.

Non appare troppo impensierito, il governo, sulla legge sulle unioni civili. Intendiamoci: il provvedimento rischia molto. Il Pd ha scelto di restare fermo sul testo Cirinnà senza ulteriori mediazioni. Il Senato deciderà. Alla vigilia, ci dovrebbe essere una convergenza Pd-Sel-M5S (se questi ultimi, anche per le convulsioni post-Quarto, non si mostreranno incerti), ma in ogni caso il governo ha scelto di starne fuori.

Infine, le misure sulla pubblica amministrazione. Vedremo l’impatto concreto che avranno, ma ci sono pochi dubbi che l’opinione pubblica non possa vedere con favore un meccanismo che disincentivi le “furberie” di quegli impiegati disonesti che danneggiano in primo luogo i loro colleghi colpendo le “coperture” dei dirigenti.

Domani la Direzione del Pd affronterà il tema delle amministrative in questo scenario che nelle ultime ore è dunque almeno in parte cambiato. Il tema delle comunali di primavera è ancora un po’ scivoloso da affrontare, in assenza dei candidati alle primarie, seppure qualche elemento di chiarezza sia venuto alla luce, per esempio a Roma, dove Roberto Giachetti è in campo, finora unico candidato alle primarie (stamane Roberto Morassut ha smentito di aver deciso di scendere in campo), e soprattutto a Milano, con le primarie più vicine (il 6-7 febbraio), una competizione che si prevede molto partecipata. Più problemi a Napoli, dove il Pd stenta a trovare un candidato da opporre ad Antonio Bassolino: probabile che esca un nome della società civile, forse Riccardo Monti, presidente dell’Agenzia per la promozione all’estero delle imprese italiane.

 

 

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