Renzi avverte alleati e Pd: l’unico futuro è fare le riforme

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In vista un cambio «significativo» della segreteria. Commissariamenti sul territorio. In Direzione la richiesta di marciare uniti verso il referendum

Difende l’azione di governo, il percorso delle riforme, a partire dal jobs act e dice che l’Italia può avere il futuro in mano, a patto che non si fermi. Se la minoranza del suo partito lo mette sul banco degli imputati per l’esito delle elezioni amministrative e Pier Luigi Bersani gli chiede «un bagno di umiltà», il premier Matteo Renzi, non sta sulla difensiva, va all’attacco. «Il mondo che verrà nei prossimi venti anni è un mondo fatto su misura per l’Italia. A condizione che l’Italia completi il suo percorso di riforme», dice nel corso di un colloquio con Alec Ross, già consulente di Hillary Clinton e Barack Obama, al Teatro Piccolo Eliseo a Roma.

La riforma del Senato non risponde a una visione, risponde alla necessità di rendere più efficienti le istituzioni, spiega mentre nello stesso momento da Gianni Cuperlo all’ex segretario arriva una bocciatura a tutto tondo alle sue politiche. Contrattacca, sulla riforma del lavoro, tanto per iniziare: «Non ho un obiettivo numerico sulla disoccupazione in Italia ma ricordo che nei primi due anni di governo ci sono stati più quattrocentomila posti di lavoro, quindi il Jobs act con tutti i suoi limiti funziona. E chi non ha l’onestà intellettuale di riconoscerlo, è un problema suo, non mio.

Ma questo non basta a compensare la paura di tanti del domani». Il punto è che il Pd si trova al suo ennesimo giro di boa: dopo queste elezioni che sono state una batosta, il dibattito interno è infuocato. Renzi userà quel lanciafiamme annunciato alla vigilia del voto o proverà a ricucire al suo interno? «Metterà mano al partito, saranno commissariate Napoli città e il Veneto», dice uno dei suoi più fidati collaboratori. Ma rimetterà mano anche alla segreteria, «in maniera significativa» perché «dovrà essere più indipendente rispetto al segretario nell’operatività». Tra i nomi che circolano ci sono quelli di Nicola Zingaretti, uno degli amministratori che Renzi apprezza di più per il lavoro che sta facendo,il sindaco di Bari,Antonio De Caro e Vasco Errani, che ieri il premier ha sentito al telefono dopo l’assoluzione da tutte le vicende che lo vedevano coinvolto e per le quali si è dimesso dal suo incarico.

Nessuna discussione sul doppio incarico, «che è il Dna del nostro partito», come ha ribadito ai suoi, ma in queste ore sta valutando la figura del vicesegretario unico. In pole position, nel caso fosse questa l’opzione, c’è Lorenzo Guerini, al quale Renzi affida le pratiche più delicate e con il qualeormai si capiscono al volo.

Guerini, che ha un buon rapporto con la minoranza, inoltre esce come uno dei pochi vincitori da questa tornata elettorale: nella sua regione, in Lombardia, il partito è andato benissimo, a cominciare da Milano. L’altro nome è quello del ministro Maurizio Martina, convinto sostenitore della candidatura di Giuseppe Sala a Milano fin dalle primarie, che però sta facendo un ottimo lavoro al Ministero e Renzi non vorrebbe rinunciarci.

Tra l’altro, «Martina – osservano fonti informate – non è ben visto dalla minoranza del Pd, da cui proviene, da quando è entrato in maggioranza. Il suo ingresso in segreteria, quindi, non verrebbe visto come un’apertura alla sinistra». C’è anche chi scommette che il vero cambiamento ci sarà solo in segreteria, «perché già ora, di fatto, Debora Serracchiani e Lorenzo Guerini hanno ruoli diversi». Ma siamo alle voci perché come al solito Renzi decide in solitaria e annuncia le decisioni a cose fatte.

Comunque tutto sarà deciso dopo la Direzione perché ancora ieri di colloqui diretti con gli eventuali papabili non ce ne sono stati. Quello che c’è di sicuro è che adesso più che mai il segretario è convinto che sia necessario portare avanti il lavoro intrapreso quando ha vinto le primarie: scardinare il sistema di capibastone e lotte intestine sul territorio, dare una sferzata ai territori e investire su una classe dirigente in grado di connettersi con chi oggi fatica a sentirsi rappresentato da un centrodestra spappolato e da un M5s che lascia ancora molte ombre.

Se è vero che ai ballottaggi l’elettorato di destra, e in parte del Pd, si è spostato verso i pentastellati, è pur vero che la metà degli elettori è rimasta a casa. Dunque, da lì, anche, si deve ripartire. In Direzione venerdì non nasconderà la sconfitta ma ribadirà che «il risultato è complesso e frastagliato», come ha ripetuto l’altro giorno. La costante sembra però una: laddove c’è stato il cambiamento si è vinto. E oggi il problema che ha il partito democratico è questo: tornare ad essere visto come il motore del rinnovamento, «che molti elettori oggi hanno identificato nel M5s».

A chi, come Cuperlo e Speranza gli rimproverano di aver dimenticato la questione sociale, Renzi risponderà che «la questione sociale si affronta con le misure volte a far crescere l’Italia, a creare posti di lavoro, asili nido, cultura». Quando sente Bersani accusarlo di aver trasformato il Pd in un partito in cui è rimasto ben poco di sinistra, commenta che è da quando c’è lui al governo che si sono fatte le legge sui diritti, «quelle su cui si discuteva da anni», dalle unioni al divorzio breve. Ma non andrà allo scontro frontale venerdì: ribadirà la necessità di lavorare tutti insieme per il referendum di ottobre, «perché dobbiamo chiudere il ventennio di discussioni sulle riforme. Dobbiamo rendere le istituzioni efficienti, tagliare i costi della politica, superare il Bicameralismo perfetto e abolire gli enti inutili». Respinge al mittente anche le accuse di personalizzazione: «Io ho chiesto la fiducia in Parlamento per un percorso riformatore, dire che se perdo me ne vado non è personalizzare: è essere seri», ribadisce in ogni sede.

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