Caso Regeni. “Ecco chi ha ucciso Giulio”, lettera anonima accusa i vertici egiziani

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In una foto tratta il 26 marzo 2016 dal sito del quotidiano egiziano Youm7, alcuni dei documenti di Giulio Regeni rinvenuti, assieme ad alcuni oggetti,  in un appartamento a nord del Cairo. ANSA/ WEB   +++ATTENZIONE LA FOTO NON PUO? ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L?AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA+++

Un anonimo scrive a Repubblica da qualche giorno da un account mail Yahoo, alternando, nei testi, l’inglese, qualche parola di italiano, e la sua lingua, l’arabo

Sequestrato dalla polizia criminale, torturato dapprima dalla Sicurezza nazionale, poi dai servizi segreti militari, il tutto con il consenso delle massime autorità del paese. Sarebbe stata questa la fine di Giulio Regeni, il ricercatore italiano rapito e ucciso in Egitto, a quanto sostiene una fonte anonima, che si dichiara membro della polizia segreta egiziana, citata dalla Repubblica.

Il racconto, secondo il quotidiano, è ritenuto credibile, visto che espone particolari sulle torture che solo chi è a conoscenza dei fatti poteva sapere. Una vicenda che “porta dritta al cuore degli apparati di sicurezza egiziani, civili e militari, della polizia di Giza, del Ministero dell’Interno, della Presidenza”.

“L’Anonimo – racconta il quotidiano – scrive a Repubblica da qualche giorno da un account mail Yahoo, alternando, nei testi, l’inglese, qualche parola di italiano, e la sua lingua, l’arabo” .

“L’ordine di sequestrare Giulio Regeni – scrive l’Anonimo – è stato impartito dal generale Khaled Shalabi, capo della Polizia criminale e del Dipartimento investigativo di Giza”, il distretto in cui Giulio scompare il 25 gennaio. Nella caserma di Giza, Giulio “viene privato del cellulare e dei documenti e, di fronte al rifiuto di rispondere ad alcuna domanda in assenza di un traduttore e di un rappresentante dell’Ambasciata italiana”, viene pestato una prima volta. Quindi, tra il 26 e il 27 gennaio, “per ordine del Ministero dell’Interno Magdy Abdel Ghaffar”, viene trasferito “in una sede della Sicurezza Nazionale a Nasr City”. Ma Giulio continua a non voler parlare senza l’assistenza della nostra ambasciata.

“E così cominciano 48 ore di torture progressive”. Viene “picchiato al volto”, quindi “bastonato sotto la pianta dei piedi”, “appeso a una porta” e “sottoposto a scariche elettriche in parti delicate”, “privato di acqua, cibo, sonno”, “lasciato nudo in piedi in una stanza dal pavimento coperto di acqua, che viene elettrificata ogni trenta minuti per alcuni secondi”.

Il quotidiano raccoglie poi la ricostruzione di un passaggio importante: “Tre giorni di torture non vincono la resistenza di Giulio. Ed è allora – ricostruisce l’Anonimo – che il ministro dell’Interno decide di investire della questione “il consigliere del Presidente, il generale Ahmad Jamal ad-Din, che, informato Al Sisi, dispone l’ordine di trasferimento dello studente in una sede dei Servizi segreti militari, anche questa a Nasr city, perché venga interrogato da loro”.  Un trasferimento che segna la sorte di Giulio. “Perché i Servizi militari vogliono dimostrare al Presidente che sono più forti e duri della Sicurezza Nazionale “. Giulio “viene colpito con una sorta di baionetta” e “gli viene lasciato intendere che sarebbe stato sottoposto a waterboarding, che avrebbero usato cani addestrati” e non gli avrebbero risparmiato “violenze sessuali, senza pietà, coscienza, clemenza”. “Una sorta di baionetta”.

Dopo la sua morte, sempre secondo quello che sostiene l’anonimo, “Giulio viene messo in una cella frigorifera dell’ospedale militare di Kobri al Qubba, sotto stretta sorveglianza e in attesa che si decida che farne”. Corpo che poi verrà lasciato “lasciato lungo la strada Cairo-Alessandria”.

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