Referendum trivelle, i dem sono per l’astensione. Ma la minoranza protesta

Pd
Nella foto distribuita dall'ufficio stampa il 31 luglio 2014 la Rainbow Warrior, nave simbolo di Greenpeace, entrata in azione nel mar Adriatico presso la piattaforma petrolifera Rospo Mare B, di proprietà Edison ed Eni.
ANSA/UFFICIO STAMPA GREEN PEACE
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Guerini e Serracchiani definiscono “inutile” la consultazione. Speranza: “Chi ha preso questa decisione? Io non la condivido”. Dibattito lunedì in Direzione

Il Partito democratico si schiera ufficialmente a favore dell’astensione nel referendum del 17 aprile sulla durata delle concessioni per le trivelle a mare già esistenti. La posizione è stata espressa all’Agcom, alla quale spetta il compito di raccogliere le richieste dei diversi soggetti per poter accedere agli spazi televisivi a sostegno delle diverse posizioni, come si evince dall’elenco pubblicato sul sito dell’Autorità.

Ad anticipare la decisione era stato lo stesso Matteo Renzi, quando intervenendo sabato scorso a Classe dem, aveva spiegato che “il referendum non è sul no a nuove trivelle, che è già acquisito, ma un referendum politico per dire che al termine della durata delle concessioni non si può continuare a tirare su il gas. Battaglia politica delle Regioni assolutamente rispettabile, ma non di buon senso“. E però, è anche vero che alcune delle Regioni proponenti (Basilicata, Sardegna, Puglia e Campania) sono guidate proprio da presidenti del Pd. A evidenziare che la posizione nel partito è tutt’altro che univoca.

A contestare la decisione di schierarsi per l’astensione è arrivata stamattina la presa di posizione di Roberto Speranza, leader di Sinistra riformista, che su Facebook ha scritto: “È una posizione che non condivido affatto e che non credo possa essere compresa da una parte significativa dei nostri elettori. Al netto di una discussione di merito che sarebbe bello fare anche con chi legittimamente può pensarla diversamente, mi chiedo come e dove sarebbe stata assunta questa scelta. La segreteria non si riunisce da mesi. La direzione e l’assemblea non mi risulta abbiano mai discusso di questo referendum. Si può andare avanti così?”. La contrarietà della minoranza è stata ribadita da Miguel Gotor (“Io andrò a votare e voterò Sì”) e da Davide Zoggia (“Molti nostri iscritti e simpatizzanti in diverse Regioni si sono già schierati per il Sì e si rischia di isolarli”).

Del tema, comunque, si parlerà alla Direzione nazionale di lunedì prossimo, spiegano Lorenzo Guerini e Debora Serracchiani, per mettere ai voti la decisione da loro assunta provvisoriamente in tempi rapidi, per poter rispettare le scadenze imposte dall’Agcom. I due vicesegretari, però, mettono in chiaro la posizione dei vertici dem: “Questo referendum è inutile – scrivono in una nota – non tocca il nostro patrimonio culturale e ambientale. Come hanno spiegato i promotori (alcune Regioni) si tratta solo di dare un segnale politico. Perché nel merito il quesito riguarda la durata delle concessioni delle trivelle già in essere. Nient’altro”. Un segnale che “costerà 300 milioni agli italiani“, dato che “la legge prevede che non possa essere accorpato ad altre elezioni. Pensiamo che, nello specifico, i soldi per questo referendum potevano andare ad asili nido, a scuole, alla sicurezza, all’ambiente”.

“Se il referendum passerà – concludono Guerini e Serracchiani – l’Italia dovrà licenziare migliaia di persone e comprare all’estero più gas e più petrolio. Ecco perché la segreteria pensa che questo referendum sia inutile. Non raccontiamo che è un referendum contro le nuove trivellazioni, non raccontiamo che è un referendum che salva il nostro mare (anche perché a quel punto le aziende non smonteranno le trivelle che resteranno per sempre nel mare, anche se non operative). Non c’è nessuna nuova trivella, ma solo tante bugie”.

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