Referendum trivelle, è giusto l’invito del Pd a non votare?

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Singolare protesta di Greenpeace in tutta Italia contro la ricerca e l'estrazione di idrocarburi nei mari che circondano la penisola. Partono oggi da 23 città i pullman turistici della "Renzi PetrolTour" con destinazione, appunto, i mari del Belpaese, "petrolizzati" dal governo. Con il premier - spiega l'associazione in una nota - uomo solo al volante, "che invita gli italiani a salire a bordo per andare ad ammirare le nostre coste punteggiate di trivelle, ascoltare le esplosioni degli air gun, fotografare le piattaforme di estrazione al tramonto, farsi ammaliare dal luccichio delle chiazze di greggio a pelo d'acqua".
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Le polemiche sulla scelta dell’astensione. Parlano Ceccanti, Richetti, Russo, Stumpo, De Maria, Braga

Sarà uno dei temi caldi della Direzione nazionale del Pd, che si riunirà lunedì prossimo. Il referendum sulle trivelle, sul quale ieri sono esplose le polemiche tra i vertici del partito e la minoranza dopo la decisione di schierarsi per l’astensione, sta agitando le acque in casa dem e non solo. Ma, al di là della scelta di merito a favore o contro il quesito, pone un tema che riguarda lo stesso strumento referendario e – ampliando il ragionamento – la partecipazione democratica: può un grande partito, come il Pd, invitare gli elettori a non recarsi alle urne? Cosa comporta questo, in una fase in cui l’astensionismo tocca già di per sé vette preoccupanti e il populismo attacca i principi della politica rappresentativa? Ma, d’altra parte, il referendum mantiene ancora il suo valore o non è piuttosto sempre più soggetto a strumentalizzazioni politiche e ideologiche, che allontanano l’interesse e la partecipazione degli elettori?

“Il partito deve dare indicazioni sul voto, deve prendere una posizione, poi c’è comunque libertà di coscienza, dato che sono i cittadini che votano e decidono cosa votare – commenta Stefano Ceccanti -. Nella storia ci sono stati vari gruppi e realtà che hanno, volta per volta, indicato l’astensione”.

f7010a21-a4b0-4f5f-b1e8-18a0471675cbCome accadde nel 2003, quando Margherita e Ds si schierarono per l’astensione al referendum sull’articolo 18. Anche in quel caso la sinistra Ds decise di prendere una posizione diversa dalla maggioranza, dichiarandosi favorevole al Sì.

Secondo il costituzionalista ed ex senatore, “se non vogliamo che l’astensione sia facilitata c’è una strada, che è quella della riforma costituzionale che riduce il quorum. La riforma prevede che, quando si raccolgano più di 800 mila firme, il quorum si riduca alla metà più uno dei votanti alle precedenti elezioni politiche, spingendo così tutti a fare campagna per il sì o per il no”.

“La posizione decisa dal Pd sarebbe anche la mia – spiega Matteo Richetti – ma mi sarebbe piaciuto che ci fosse stato un dibattito, che ha tutto il diritto di esistere”. Senza arrivare a fare “un referendum sul referendum ogni volta”, per il deputato modenese è “assolutamente legittimo” chiedersi “chi ha preso questa decisione”, al di là della decisione formale che potrà essere assunta dalla Direzione di lunedì, ma che a questo punto “potrà cambiare poco”. Detto questo, “la delegittimazione del referendum come strumento non viene certo dal fatto che il Pd dia indicazione di non andare a votare, quanto piuttosto dal fatto che venga utilizzato per questioni ormai superate e residuali, diminuendo così l’interesse degli elettori”.

Nessuno scandalo anche per Francesco Russo, che avverte piuttosto il “rischio di polemiche che creino confusione su un quesito, che è già poco sentito dai cittadini”. Quella del Pd, più che delegittimante, è una posizione “un po’ furbetta, che consente così di ‘annettersi’ anche coloro che non andranno a votare per disinteresse o altri motivi”.

“Ma un grande partito di sinistra, democratico non può mai favorire l’astensione – attacca Nico Stumpo – anche quando può sembrare utile. Prima o poi rischi sempre che questa posizione ti si ritorca contro”. Il deputato della minoranza guarda infatti al referendum costituzionale di ottobre, quando è vero che non ci sarà alcun quorum da raggiungere, ma “se andranno a votare in pochi, si aprirà comunque un problema politico enorme”. Stumpo critica anche la stessa decisione dell’Agcom di concedere spazi televisivi a chi si esprime a favore dell’astensione: “È un atto politico arbitrario”.

Nel merito, poi, ribadisce la posizione della sua componente a favore del Sì (“Credo che non siano pochi i nostri elettori che la condividono”) e per questo avrebbe preferito una presa di posizione differente da parte dei vertici: “Renzi avrebbe benissimo potuto dire che il quesito referendario non è politicamente condivisibile e dare un’indicazione di massima per il No, ma poi lasciare libertà di coscienza”.

Secondo Andrea De Maria è importante, sul tema, ascoltare le riflessioni di Romano Prodi che in un’intervista ad Affaritaliani ha dichiarato che “se dovessi votare voterei certamente per mantenere gli investimenti fatti, su questo non ho alcun dubbio anche perché è un suicidio nazionale quello che stiamo facendo. Quindi se voto al referendum voto no”, ha detto l’ex premier.

“La giusta attenzione all’ambiente – afferma De Maria – può convivere con una produzione nazionale, come fanno tutti i Paesi, che attragga anche investimenti esteri. Sul metodo è giusto che la posizione del Pd la decidano gli organismi dirigenti. Quindi è importante discuterne lunedì in Direzione, nel merito, nel rispetto di posizioni diverse che ci sono nel Pd e cercando il massimo di unità”.

Secondo Chiara Braga “questo referendum è nella sostanza inutile, perché non risolve il problema di una transizione energetica, di cui il nostro Paese comunque si deve occupare avendo preso degli impegni in Europa al 2030 e a Parigi con l’accordo sul clima. Stiamo semplicemente parlando di una proroga di 21 concessioni in essere che già esistono. Inoltre, il lavoro che si è fatto sia nello Sblocca Italia sia sulla Legge di stabilità – continua Braga – ha migliorato molto le tutele e le salvaguardie ambientali per questo tipo di impianti”.

Quella portata avanti dal Pd nelle sedi parlamentari è “una battaglia sul merito, non ideologica su ‘trivelle sì’, ‘trivelle no’ o ‘rinnovabili o no’ – dichiara Braga -. Non stiamo parlando di questo nel referendum e io inviterei tutti, anche nel nostro partito, a stare effettivamente nella questione di merito, perché questo ci aiuta anche a capire che posizione avere in vista del referendum del 17 aprile”.

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