Taglio ai costi della politica. Ecco cosa prevede la riforma

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Meno senatori, via Province e Cnel. Una sforbiciata da 500 milioni

La riduzione dei costi della politica è uno degli argomenti centrali della riforma costituzionale, ma sull’entità dei risparmi che deriveranno, nel caso la riforma venga confermata con il Sì, fa perno il fronte del No contestando la stima fatta dal governo. Da Palazzo Chigi, come hanno più volte sostenuto il presidente del Consiglio, Matteo Renzi e la ministra delle Riforme, Maria Elena Boschi, l’approvazione delle riforme porterebbe a quasi 500 milioni di euro. Cifra alla quale gli oppositori tolgono uno zero netto. Ma il calcolo deriva dalla riduzione a 100 degli attuali 315 senatori, con l’immissione di un “te t to” allo stipendio dei consiglieri regionali, con la definitiva abolizione delle Province e del Cnel e con il superamento del Titolo V che porterà con sé anche il superamento dei contenziosi fra Stato e Regioni che in questi anni sono finiti alla Corte Costituzionale.

La riduzione del Senato Vediamo nel dettaglio su quali voci agisce la consistente “sforbiciata” che entrerà in azione se sarà confermata la riforma costituzionale. Tanto per cominciare sono previsti 215 senatori in meno rispetto ad oggi, con relative spese di segreteria e uffici. Una volta che la riforma sarà a regime, i risparmi che si otterranno con il nuovo Senato sono stato calcolati per circa 175 milioni di euro, dei quali 80 milioni l’anno sono stati previsti dalla riduzione di circa il 30% delle indennità parlamentari dei senatori, essendo appunto solo 100. Tra l’altro chi siede a Palazzo Madama, come consigliere regionale o come sindaco, non percepirà alcuna indennità come senatore. Altri 90-95 milioni di euro all’an – no vengono messi nel conto dei risparmi dalla riduzione dell’attività delle commissioni e dei rimborsi per i gruppi di Palazzo Madama. In modo progressivo, poi, avverrà la diminuzione del personale e quella dei funzionari, dovuta alla unificazione delle funzioni tra Camera e Senato.

Cura dimagrante per le Regioni La cifra più consistente, fra i 300 e i 320 milioni di euro, si risparmia da un insieme di azioni generate dal cambiamento istituzionale: prima di tutto dalla definitiva abolizione delle Province, (senza la quale, se vincesse il No, potrebbero sempre essere reintrodotti dei funzionari, è il timore dei sostenitori del Sì); circa 60 milioni in meno verranno ripresi dalle spese delle Regioni: tagliati gli stipendi dei consiglieri regionali, che non potranno superare l’indennità prevista per i sindaci di un Comune capoluogo. Scenderanno anche i rimborsi. Sforbiciati pure i fondi per i gruppi regionali, spesso usati per tutt’altro, come hanno tristemente dimostrato le vicende di “Batman”nel Lazio, o le spese pazze per vini e Nutella in Lombardia e altri casi. 20 milioni rientrano in cassa grazie all’abolizione del Cnel, il Consiglio nazionale Economia e lavoro, sulla quale sono tutti d’accordo.

Basta conflitti del Titolo V Un’altra grande parte degli oltre 300 milioni risparmiati si calcola dalla revisione del Titolo V (i cui effetti si godrebbero però nel tempo), per il concludersi dei tanti contenziosi fra Stato e Regioni che si sono aperti per i conflitti di attribuzione delle materie competenti o “concorrenti ”. Secondo il governo, inoltre, il ritorno nelle mani dello Stato di alcune decisioni, come quelle sulle infrastrutture o sul turismo, porteranno vantaggi ai cittadini (come lavoro, trasporti più fluidi o incremento turistico), superando così l’impasse che si genera dalla frammentazione, o moltiplicazione, dei passaggi decisionali che, spesso, coinvolgono più di una Regione e se una si oppone tutto si blocca tutto.

L’onda lunga
Va detto comunque che tutto l’effetto complessivo della riforma costituzionale si potrà godere nel tempo, più che nell’immediato. Non solo per l’assorbimento del personale del Senato, del Cnel, delle Province (questo sta già avvenendo), ma anche per l’insieme dei cambiamenti istituzionali, soprattutto per quel che riguarda la modifica del Titolo V.

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