Italia al voto per il referendum sulle trivelle: tutto quello che c’è da sapere

Ambiente
Nella foto distribuita dall'ufficio stampa il 31 luglio 2014 la Rainbow Warrior, nave simbolo di Greenpeace, entrata in azione nel mar Adriatico presso la piattaforma petrolifera Rospo Mare B, di proprietà Edison ed Eni.
ANSA/UFFICIO STAMPA GREEN PEACE
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Milioni di italiani sono chiamati a decidere sulle trivellazioni: chi sono i promotori, cosa chiede il quesito, cosa succede se vince il Sì o se vince il No. La nostra guida al referendum

Seggi aperti dalle 7 alle 23 di oggi, domenica 17 aprile. Gli italiani sano chiamati alle urne per il referendum sulle trivelle. La questione ha sollevato non poche polemiche. Cerchiamo, a beneficio degli elettori, di fare un po’ di chiarezza.

In primo luogo ricordiamo che, trattandosi di un referendum abrogativo, la consultazione avrà validità solo se l’affluenza raggiungerà il quorum del 50% più 1 degli aventi diritto.

Chi sono i promotori del referendum?

Nel settembre 2015 “Possibile”, il movimento fondato da Giuseppe Civati, aveva promosso otto referendum, ma non era riuscito a raccogliere le 500mila firme necessarie per richiedere un referendum popolare. Poche settimane dopo dieci consigli regionali (Abruzzo, Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna,Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise) hanno promosso sei quesiti referendari sulla ricerca e l’estrazione degli idrocarburi in Italia. E’ la prima volta nella storia repubblicana che un’iniziativa referendaria viene promossa dalle regioni.

A dicembre del 2o15 il governo ha proposto delle modifiche alla legge di stabilità sugli stessi temi affrontati dai quesiti referendari, per questo la Cassazione ha riesaminato i quesiti e l’8 gennaio ne ha dichiarato ammissibile solo uno, perché gli altri sette sarebbero stati recepiti dalla legge di stabilità.

A questo punto sei regioni (Basilicata, Sardegna, Veneto, Liguria, Puglia e Campania) hanno deciso di presentare un conflitto di attribuzione alla Corte costituzionale riguardo a due referendum, tra quelli dichiarati decaduti dalla cassazione. I consigli regionali contestano al governo di aver legiferato su una materia che è di competenza delle regioni. Il 9 marzo la Consulta ha dichiarato inammissibili i ricorsi perché serviva il voto di almeno 5 Consigli regionali mentre ad esprimersi è stata soltanto l’Assemblea legislativa del Veneto. Una decisione che quindi fa rimanere in vigore soltanto un quesito referendario che verrà votato dagli italiani.

Cosa chiede il quesito referendario?

Nel quesito referendario si chiede se si vuole abrogare la parte di una legge che permette, a chi ha ottenuto le concessioni per estrarre gas o petrolio da piattaforme entro 12 miglia dalla costa, di continuare ad estrarre fino alla fine della concessione ed eventualmente, fino all’esaurimento del giacimento. La legge attuale, infatti prevede che le aziende con concessioni possano chiedere una proroga al termine della concessione fino all’esaurimento del giacimento. Che cosa vuol dire in concreto? Il tema in discussione riguarda, quindi, se permettere o no, che proseguano le estrazioni sugli impianti che esistono già. Non vengono considerate invece le attività petrolifere sulla terraferma, né quelle in mare che si trovano a una distanza superiore alle 12 miglia dalla costa.

Che cosa succede se vince il Sì al referendum?

Se vincerà il Sì, verrà abrogato l’articolo 6 comma 17 del codice dell’ambiente, dove si prevede che le trivellazioni continuino fino a quando il giacimento lo consente. La vittoria del sì bloccherà tutte le concessioni per estrarre il petrolio entro le 12 miglia dalla costa italiana, quando scadranno i contratti.

Che cosa succede se vince il No al referendum?

Se vincerà il No, resterà in vigore la legge attuale. Quando le concessioni arriveranno a scadenza le compagnie petrolifere che svolgono le trivellazione in mare, potranno chiedere un prolungamento dell’attività delle piattaforme già attive.

Le ragioni del Sì e del No

Per i promotori del sì all’abrogazione della legge attuale, bloccare le concessioni allontanerebbe il rischio di incidenti che porterebbero danni irreversibili all’ambiente circostante e sensibilizzerebbe la politica a discutere sull’uso di energie alternative.  I promotori del no, invece, sostengono che abolire la legge potrebbe avere ripercussioni sul mercato con conseguente fuga di investimenti, possibile chiusura di imprese e perdita di posti di lavori. In più la presenza di trivelle, per loro, limita l’inquinamento evitando il transito nei porti di petroliere.

Quali sono i giacimenti coinvolti?

Sono 21 le trivelle coinvolte, fra queste il giacimento Guendalina (Eni) nell’Adriatico, il giacimento Gospo (Edison) nell’Adriatico e il giacimento Vega (Edison) davanti a Ragusa, in Sicilia. Non saranno interessate invece dal referendum tutte le 106 piattaforme petrolifere presenti nel mare italiano per estrarre petrolio o metano.

 

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