Radiohead e Nirvana conquistati da Dante

Musica
kurt-cobain

Il saggio “Poesia in forma di rock” analizza le citazioni della letteratura italiana nella musica straniera. Con risultati sorprendenti

Soprattutto Dante, e l’Inferno, e poi a seguire Pasolini, Primo Levi e Marinetti a pari merito, e infine Calvino, Sanguineti, Guerra, perfino Umberto Eco e Machiavelli. Sono loro i letterati italiani più amati dal rock, da artisti come i Radiohead, i Nirvana, gli Arcade Fire o i Joy Division. Così amati da essere saccheggiati per costruire canzoni entrate in classifica, cantate in coro negli stadi di mezzo mondo.

Di Pasolini sapevamo già: Patti Smith e Morrissey, l’ex leader degli Smiths, hanno fatto pubblica professione di amorevole fede, citandolo come costante fonte di ispirazione. Tutto il resto, invece, è molto meno noto e raccontato con dovizia di particolari in Poesia in forma di rock (Arcana, pagg. 190, euro 16).

L’autore – Giulio Carlo Pantalei – ha soli 26 anni, ma un approccio da ricercatore in un ambito come quello della critica musicale relegato tra le improvvisazioni social, copia e incolla dai siti stranieri e pressappochismo come stato dell’anima. Con una laurea in Italianistica a Roma Tre, Pantalei (che è anche Youth Ambassador in Italia per One, la Ong di Bono Vox degli U2) ha prima proposto il tema agli atenei nostrani sempre sulla difensiva nel caso di contaminazioni culturali. Dopo una collezione di no, è riuscito a vincere una borsa di ricerca all’Università di Oxford.

E così è nato questo libro che ha una bibliografia degna di una tesi, e una interessantissima chiave di lettura per incastrare musica e letteratura, ovvero cultura “alta” e quella pop. Fino a suggerire intersezioni future partendo dall’assunto del semiologo Jurij Lotman per cui “a un nucleo passivo corrisponde una periferia attiva”. Vale a dire – scrive Pantalei – «è più plausibile che tra cinquant’anni Laborintus di Edoardo Sanguineti sia conosciuto a partire dall’incisione del musicista californiano Mike Patton, piuttosto che per capillare impresa editoriale ».

Si parte da Bob Dylan che oltre a T.S. Eliot, Blake, Rimbaud e la Beat Generation, in un pezzo del 1965 – Desolation Row – immagina un incontro tra Collodi e Goldoni e in Pocketful of Scoundrel (da Tarantula , del 1971) “scomoda” addirittura Galileo Galilei e ancora Collodi, citando apertamente Pinocchio tra Hitler, De Gaulle e Lincoln. Curioso, vero? Annota l’autore: «È plausibile che Dylan abbia conosciuto Pinocchio tramite la pellicola disneyana del 1940 e non per la lettura diretta del romanzo, tuttavia è interessante notare come il cantautore americano impieghi la natura bugiarda della marionetta accostandola a figure storiche reali e controverse».

E sempre relativamente a Dylan (che per favore, sarebbe anche ora di smettere di definire “il menestrello di Duluth” ) un intero capitolo è dedicato al cosiddetto “mistero del poeta italiano del tredicesimo secolo” che appare in una strofa di Tangled Up da Blood On The Tracks del 1975. Più esattamente: «Then she opened up a book of poems and handed it to me/Written by an italian poet from the thirteenth century (E allora lei aprì un libro di poesie e me lo passò. Era scritto da un poeta italiano del tredicesimo secolo). Cavalcanti? Tommaso da Celano o ancora meglio Petrarca o Dante?

L’enigma non è sciolto ma invece è proprio il Sommo Poeta ad incendiare l’immaginario di artisti come Kurt Cobain dei Nirvana e Thom Yorke dei Radiohead. Cobain, in particolare, era affascinato dalla potenza narrativa della Divina Commedia, e soprattutto dall’Inferno. Il biografo della band, Michael Azerrard, ha compiuto delle ricerche presso la biblioteca pubblica di Aberdeen (la città natale di Kurt) dove il biondo e disperato frontman passava molte delle sue ore, «aspettando che la giornata finisse».

Dal registro-prestiti risulta che Cobain consultasse l’Inferno con sorprendente assiduità. E infatti per il debutto con Bleach (1989) fu proprio Cobain a voler disegnare le magliette per il primo tour promozionale: sfondo nero e i gironi danteschi al centro. La stessa quarta di copertina di Nevermind , album simbolo del grunge e di una generazione, è un mix di figure avviluppate, l’una sulle altre. Spiegò Kurt : «È un collage con delle immagini delle bistecche di manzo recuperato dal depliant di un supermercato. Una montagna di manzo che riproduceva l’Inferno. Alla fine ci ho messo i dannati di Dante, i peccatori, tutti sopra».

Ma ancora più inquietante risulta il simbolismo degli alberi neri, scheletrici che Cobain volle come scenografia nel 1993, per portare in giro In Utero. Alberi che sembrano rimandare alla selva del Canto XIII, quella dei suicidi. Come è noto, purtroppo, la breve parabola di Cobain si chiuse il 5 aprile del 1994, a Seattle, con un colpo di fucile. Aveva 27 anni.

Anche nella libreria dei Radiohead, tra i pamphlet di Noam Chomsky e Naomi Klein, figura l’Inferno di Dante. Più esattamente furono il Canto XXIV e il Canto XXXII ad accompagnare l’uscita di Kid A e di Ok Computer sul sito della band. Ma le citazioni delle terzine dantesche – che secondo Pantalei rimbalzano in tutta la discografia del gruppo di Oxford – raggiungono l’apice in Pyramid Song (da Amnesiac , 2001), brano onirico e di profonda suggestione.

Secondo Colin Greenwood, il bassista del gruppo, Yorke avrebbe immaginato il pezzo ispirandosi all’affresco di persone «trasportate attraverso il fiume dell’oltretomba». Una passione, quella per Dante, che Thom ha probabilmente ereditato dalla sua compagna Rachel Owen, pittrice avantg-arde e apprezzata dantista d’oltremanica che completò gli studi all’Accademia di Belle Arti proprio a Firenze. Tutto torna.

Ma, come detto, non è solo l’autore della Divina Commedia a incidere sull’immaginario dei musicisti inglesi o americani. Sting nel 2009 ha inciso un disco intitolato If On a Winter’s Night, sorta di omaggio a Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino, Mike Patton (leader dei Faith No More ma anche di Mr. Bungle e Mondo Cane) nel 1997 ha dato alle stampe un album come Pranzo Oltranzista con chiaro riferimento al Manifesto della cucina futurista di Marinetti. Dai Suede ai Sepultura, passando per Peter Hammill, Joy Division e Kasabian, vi sorprenderete a scoprire quanti riferimenti letterari italiani esistono e resistono nel rock. Segno che i linguaggi culturali, vivaddio si mescolano, e che le “periferie”dell’arte sono vive, attente, migliori e meno marginali di quanto i luoghi comuni suggeriscano.

Vedi anche

Altri articoli