Raccontare il terrorismo, un bel problema per i new media

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epa05029767 Trucks of numerouis media outlets park on town square in Molenbeek, a municipality of Brussels, Belgium, 17 November 2015. Molenbeek in the west of Brussels has long been seen as a terrorist hub. After the 13 November Paris attacks, police raids are being stepped up in this densely populated municipality dominated by immigrants. More than 130 people were killed and hundreds injured in the terror attacks which targeted the Bataclan concert hall, the Stade de France national sports stadium, and several restaurants and bars in the French capital on 13 November. Authorities believe that three coordinated teams of terrorists armed with rifles and explosive vests carried out the attacks, which the Islamic State (IS) extremist group has claimed responsibility for.  EPA/STEPHANIE LECOCQ

Le difficoltà del nuovo giornalismo, l’uso del web da parte dell’Isis. Parlano Bentivegna, Sofri, Esposito

Sono lontani i tempi in cui per propagandare le proprie idee ci si affidava ai manifesti o ai comizi in piazza. La comunicazione, anche della violenza, ora passa per il web. Lo hanno capito molto bene i terroristi dell’Isis che hanno fatto di internet il loro terreno privilegiato non solo per diffondere messaggi ma anche per reclutare adepti o condividere informazioni. Il sociologo canadese McLuhan avvertiva “Il terrorismo è un modo di comunicare. Senza comunicazione non vi sarebbe il terrorismo”. Una frase che forse oggi appare superata dall’evidenza: non è più una scelta possibile non utilizzare tutti i canali a disposizione per comunicare e veicolare informazioni.

Come si devono porre i giornalisti davanti a questa escalation di violenza che ha colpito l’Europa?

Ne abbiamo discusso con Sara Bentivegna, docente di Teorie delle Comunicazione e Digital Media all’Università di Roma “La Sapienza” e due direttori di testate online, Luca Sofri de ilPost.it e Marco Esposito di Giornalettismo.com, che in questi giorni hanno seguito con attenzione i fatti di Parigi.

“È evidente che non si può fermare il flusso di informazioni che circolano liberamente in rete – dice Sara Bentivegna – ma c’è bisogno di un controllo della qualità delle notizie e un’interpretazione delle stesse, compito che dovrebbero ricoprire i media tradizionali”. È infatti evidente che uno dei problemi dell’informazione ai tempi dei social network è il rapido propagarsi di notizie false, le cosiddette bufale. Secondo il direttore del Post il fenomeno è ascrivibile a due meccanismi di base. “Uno è che il ciclo delle notizie continue fa si che bisogna riempire ogni vuoto. Questo necessariamente abbassa gli standard di accuratezza”. Che in Italia, afferma Sofri, “sono più bassi che altrove”.

“L’altro tema – presegue – è quello che riguarda la promozione di sé attraverso la costruzione di un avversario. L’esempio della strage in Kenya (di cui il Post ha parlato di recente visto il gran numero di persone che sui social erano tornate a condividere le foto di una strage risalente ad aprile come se, invece, fosse recente, ndr.) non era solo un’allucinazione collettiva, ma era anche un desiderio di accusare qualcuno”. Nello specifico: il sistema dell’informazione, reo di usare l’errato principio dei due pesi e delle due misure.

Il direttore di Giornalettismo aggiunge anche una terza dinamica, che si sviluppa su due fronti. “Da una parte i cittadini hanno perso fiducia nell’informazione ufficiale – ci racconta Esposito – dall’altra parte i social media alimentano questo passaggio” perché fanno “saltare un passaggio”, cioè quel primo filtro di selezione che dovrebbe essere a carico delle redazioni.
Se con le bufale dobbiamo quindi fare i conti, i social media hanno anche mostrato di avere dei potenti anticorpi. Come ci dice Bentivegna, “Twitter si è dimostrato come un forno autopulente”, durante gli aggiornamenti su Parigi “c’è stata un’immediata reazione di fact checking dal basso” che ha ripulito il web dalle notizie inesatte o false.

L’altro tema che sta impegnando il dibattito sul rapporto dei media con il terrorismo riguarda la diversa attenzione che i fatti di Parigi hanno riscosso, da parte di pubblico e media, rispetto ad altre stragi compiute altrove. Un atteggiamento che Sofri riconosce come “legittimo” e che in qualche modo rispecchia sia le regole del giornalismo nell’organizzare la gerarchia delle notizie e la tendenza di ognuno di noi ad identificarsi con contesti e storie più simili al proprio vissuto. Una certezza che comunque non risparmia al giornalismo il dovere di rendere storie ed eventi drammatici più vicini e comprensibili anche al lettore che prova meno empatia con i morti di Beirut o con quelli del campus in Kenya.

È evidente che quello che è successo a Parigi ha avuto un forte impatto “visivo ed emotivo” da cui non si può prescindere, dice il direttore di Giornalettismo. E quando chiediamo se è il caso di raccontare la tragedia anche attraverso il racconto serrato e drammatico di video e immagini, il giudizio è unanime. “Ci sono sempre delle buone ragioni per decidere di pubblicare o meno un’immagine”, sostiene Sofri, ma se non si cede al bisogno del click facile e si pone come limite il buon senso allora è giusto pubblicare, perché “tutte le immagini aggiungono” e non tolgono alla cronaca completa di un fatto.

L’esempio è proprio quello del teatro Bataclan, dice Esposito, “Mostrare la donna incinta appesa al balcone e che poi viene salvata ha un senso. Mostrare i parigini che gettano le lenzuola per coprire i corpi delle vittime in strada ha un senso. Pubblicare i morti all’interno del teatro, no”.

Il web non è solo informazione, può diventare anche uno strumento di lotta. Ce lo ha dimostrato l’iniziativa lanciata da Anonymous che in un video messaggio ha minacciato l’Isis di un attacco nel cyberspazio. “È un’iniziativa interessante” ci ha detto Sara Bentivegna “perché anche se non sconfiggerà il terrorismo di sicuro gli creerà dei problemi seri dal punto di vista delle infrastrutture comunicative. E ancora più interessante è che a farlo sia un movimento opaco perché mette in moto un’operazione di trasparenza”.

Ieri, su Unita.tv, Rudy Francesco Calvo e Cristiano Bucchi hanno provato ad indagare il mondo del movimentismo pacifista, rimasto insolitamente in silenzio, nonostante i bombardamenti che hanno immediatamente fatto seguito agli attentati. Per Marco Esposito la motivazione è da ricercare nella natura del caso specifico. “La furia dell’Isis è un fatto del tutto nuovo per noi. In questo momento la paura la fa da padrona. Tuttavia – avverte – è questione di tempo”, se la crisi scatenata richiedesse un impegno più vincolante per l’Italia allora, probabilmente, “ci sarà anche il risveglio dei movimenti”.

Sulla singolarità degli eventi che l’Europa sta vivendo verte anche il ragionamento di Sofri. Qui non si parla di andare a combattere una guerra lontana, come avvenne per le manifestazioni per la pace organizzate per la guerra in Iraq, qui “l’attacco lo abbiamo subìto noi”. È chiaro che la reazione dell’opinione pubblica, secondo il direttore del Post, non può essere la stessa di fronte un tema tanto complesso come la minaccia del terrorismo. Il discorso, ovviamente, è destinato a proseguire.

 

 

 

 

 

(Foto Ansa di Stephanie Lecocq -Numerosi media fuori da un parco nella città di Molenbeek, quartiere di Bruxelles)

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