R.E.M. 23 anni di Automatic for the People

Musica
LONDON, UNITED KINGDOM:  Members of the American rock group R.E.M from L Michael Stipe, Mike Mills and Peter Buck poses for media during a photocall in London, 27 April 2001. The group are in London to promote their newly released album and to play at the Freedom day concert at Trafalgar square, 29 April. AFP/Odd ANDERSEN (Photo credit should read Odd Andersen/AFP/Getty Images)

Esce a Ottobre del 1992 uno dei dischi più importanti degli anni 90, che si inserisce nella tradizione dei classici del rock americano

 

Reduci dal successo planetario di Out of Time, con Automatic for the People i R.E.M. evitano un errore molto facile: voler a tutti i costi replicare la più grande hit della loro carriera.

Quella di Losing my Religion, splendida coincidenza tra successo commerciale e spessore artistico, rimarrà una parentesi fortunata quanto irripetibile.

Giocando sull’ironia del titolo, che suggerirebbe la possibilità di una comprensione immediata del loro nuovo lavoro, la band di Athens scrive un album di canzoni intime, cupe e spesso avviluppate su se stesse. Oppure, quando si alza un po’ il ritmo, tira in ballo icone borderline dello spettacolo; come il travagliato attore Montgomery Clift in Monty Got a Raw Deal, o l’Andy Kaufman che ha ispirato la canzone, e successivamente il film, Man on the Moon.

Quest’ultimo è uno dei pezzi più riusciti del lotto: un brano che sa di spazi profondi e rarefatti, corredato da un video girato nel deserto californiano.

 

Un arpeggio di chitarra acustica, contrappuntato da brevi frasi di basso, introduce l’ingresso della voce di Micheal Stipe, che incede in tono salmodico attraverso il primo singolo dell’album, Drive. Il brano sembra un’esortazione all’indipendenza di opinione: “Hey kids rock’n’roll, nobody tells you where to go“, ma il testo si rivela oscuro e difficilmente codificabile. Allo stesso tempo una sorta di ciclicità onirica caratterizza la struttura della canzone: un’ atmosfera claustrofobica, che sembra aprirsi con un riff di Peter Buck, ma rimane sospesa in un limbo come lo Stipe del video, a mezz’aria in questo infinito crowd surfing.

 

Everybody Hurts è forse il brano che ha avuto maggiore penetrazione nell’immaginario collettivo. Da una parte la lirica vagamente consolatoria, dall’altra un video d’impatto, che cita la scena iniziale di “” e suggerisce una catarsi collettiva finale, hanno fatto di questa canzone una sorta di inno alla solidarietà; aspetto che si è consolidato nel tempo ma che tende ad appiattire il pezzo su di una retorica priva di profondità.

 

L’idea originaria è del batterista Bill Berry, che cinque anni più tardi lascerà la band in seguito ad un aneurisma.

 

Tessuto dagli arrangiamenti orchestrali di John Paul Jones dei Led Zeppelin e dall’ossatura spiccatamente acustica, Automatic for the People è un disco di ballate dal taglio “esistenziale”. Nonostante il carico di introversione e sofferenza, permane in sottofondo una forte spinta descrittiva e vitale, uno sguardo empatico e partecipante che ci trasporta in una dimensione profondamente umana.

 
Alcune volte tramite spunti criptici (The Sidewinder Sleeps Tonight ), altre volte in maniera più diretta (Ignoreland) i R.E.M. dipingono dei quadri dominati ora dal dolore e dalla morte (Try not to Breath ), ora dalla rievocazione di scene quotidiane e familiari. Un esempio di quest’ultimo mood è l’intima e suggestiva Nightswimming: racconto di una nuotata notturna per pianoforte ed archi.

 

 

 

Opera che si pone in un solco di classicità, Automatic for the People rappresenta una tappa della narrazione che l’America fa di se stessa attraversando, tra gli altri, Bob Dylan, Neil Young (anche se Canadese), Bruce Springsteen; assimilando suggestioni che vengono dai quadri di Hopper, dalla letteratura di Carver, dal cinema di Lynch.

Un filo conduttore ininterrotto, che ci porta per mano attraverso le meraviglie di un paese e della sua essenza: un cuore di tenebra, doloroso ed enigmatico, ma pulsante di vita e rivelatore di una bellezza disarmante.

Ed è la narrazione Americana che ci avvince più di tutte; quella che viene scritta lontano dalla massificazione del suo potere economico e politico.

 

 

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