“Questa terra è la sola casa rimasta in piedi. Lasciateci restare a Norcia”

Terremoto
Residents rest in a reception center for evacuees staged in the industrial shed of the company Millecolori Ltd in Caldarola (Macerata), central Italy, where they will spend this night after a 6.5 earthquake destroyed part of the town, Sunday, Oct. 30, 2016. ANSA/ Cristiano Chiodi

Il reportage: tra gli abitanti del gioiello umbro. La rabbia, le accuse al sindaco, le macerie. E in lontananza si staglia il monte Vettore: pare che tutto sia nato da lì

Scrivo da un pezzo d’Italia che non c’è più, spazzato via in pochi secondi da terribili e ripetute scosse di terremoto. Sto, per onestà, parafando l’attacco di un famoso reportage che Gian Paolo Pansa scrisse, per la Stampa, la notte del 9 ottobre del 1963, dopo che una frana era piombata su sulla diga di Vajont. Ma è lo stesso sentimento che resta negli occhi, e nella pelle, a chi si azzarda ad attraversare quella stupenda fetta di Appennino che ha ora interi borghi rasi al suolo.

Sentimento che si rafforza quando, arrivando a Norcia, intravedi la città oltre i terribili squarci nelle robuste mura medievali e poi, in un piccolo parcheggio divenuto un punto di accoglienza, dove riecheggiano in continuazione le mille voci di persone. Si odono lamenti e suggerimenti, bisogni e proteste.

Un coro di voci con rabbia

Un coro fatto di tante voci diverse che hanno, in comune, la forza e la rabbia di dire e di urlare: questa è la nostra terra e in questa terra vogliamo restare. Magari contro la ragionevolezza, e anche il buon senso, ma con un attaccamento alle proprie case, alle proprie chiese e monumenti che se oggi può provocare discussioni (e le provoca), che se può innescare contestazioni verso il sindaco o chiunque rappresenti un’autorità (e le innesca), può rappresentare il lievito per fecondare la rinascita di questi borghi e il rifiorire di questi preziosi beni d’Italia.

Le discussioni, così, si susseguono, e i gruppi si spostano dal parcheggio al campo sportivo e un incontro tira l’altro, seguendo un’agenda che è dettata dai bisogni che sono tutti urgenti, tutti da prendere in veloce considerazione. Nell’occhio del ciclone ci finisce il sindaco, Nicola Alemanno, che guida una giunta di centro destra. Ci sono gruppi di sfollati che non vogliono andarsene dal paese, costi quel che costi, e invocano l’ins tallazione di tende o di roulotte.

Difficile spiegare a gente che vive sulla propria pelle questi immensi disagi perché questa non sia la scelta più giusta. Forse le loro parole non saranno inutili, forse una qualche soluzione sarà trovata. Ne hanno diritto. In alto, sul colle sta il silenzioso centro, racchiuso in quella che ormai tutti si sono abituati a chiamare “zona rossa” dove giacciono i resti delle stupende basiliche; in basso il frastuono dell’urgenza e un rumore accentuato che serve, forse, a scongiurare il contagio della paura.

C’è il signore che si aggira ancora in pigiama e che è in cerca delle indispensabili medicine; c’è la signora in cerca di pannolini da cambiare alla piccola figlia di sei mesi che ha passato con lei e il marito tutta la notte in macchina; ci sono gli allevatori che discutono animatamente con l’assessore regionale: hanno bisogno di fienili e stalle, ma subito- subito, prima che la stagione cambi e arrivi il freddo pungente dell’inverno.

Qualche allevatore, molto arrabbiato, ce l’ha con chi tra gli amministratori non ha pensato all’agricoltura, tutelando solo il turismo. Assistenti rumene, inviate dall’ambasciata, aiutano i molti immigrati di quel paese, alle prese come tutti gli altri con immensi disagi.

In fondo al piazzale, davanti alla postazione dei Vigili del fuoco, file di cittadini chiedono permessi per entrare nella “zona rossa”, di poter fare un salto nella propria casa: la regola è però rigida, ci sono moduli da riempire e l’attesa può essere anche molto lunga perché tutti devono essere accompagnati dai tutori dentro il cerchio del dolore. In un altro punto, in un altro banchetto, delle assistenti prendono le prenotazioni di coloro che tra i circa tremila sfollati si dichiarano disposti a lasciare Norcia, in direzione del Lago Trasimeno o di altre località: «Ma sono pochi – dicono le giovani donne- a ora siamo appena a quattrocento ».

La facciata è carta velina

Il sole riscalda la piazza, gruppi di giornalisti sono accompagnati dai vigili del fuoco in centro, rispettando rigorosamente le norme di sicurezza. Porta romana, crolli di lampioni e di piante, a terra piccole parti di intonaco. Quasi rassicurante. Poi giri l’angolo, in fondo al corso e appare la sagoma della trecentesca facciata della Basilica di San Benedetto. Leggera, gracile come un foglio di carta velina, come un foglio di un prezioso manoscritto, si staglia nell’azzurro del cielo.

È rimasta solo lei in piedi: tutt’intorno macerie e macerie. Pietre preziose che vengono da secoli e storie lontano nel tempo ma che si sono arrese alla furia delle scosse, delle prime scosse d’agosto e a quella terribile di questi ultimi giorni. Diego Zorli, direttore regionale della Protezione civile dell’Umbria, tra una riunione e l’altra mi racconta, qualche minuto prima della visita, come la stupenda abbazia fosse già stata colpita dalle scosse d’ago – sto e ne avessero patito le conseguenze, in particolare il portico laterale e altre parti interne ed esterne, tanto da averla ritenuta inagibile. La leggenda che la vuole costruita proprio sulla casa natale del Santo si arrende alla triste cronaca.

Le rovine di Santa Maria Argentea

Le ferite ora si vedono tutte, una accanto all’altra. A pochi metri dalla basilica dedicata al santo patrono d’Europa un’altra chiesa dedicata a Santa Maria Argentea è quasi tutta crollata e sotto le macerie sono rimasti un organo settecentesco mentre, con prontezza, gli operatori delle soprintendenze stanno valutando i danni al crocefisso ligneo di Giovanni Tedesco. E ancora, a quattro passi di distanza, sono ammucchiate le macerie della chiesa di San Francesco, un magnifica opera trecentesca trasformata in auditorium.

Mestamente si torna al dolore degli uomini, alle urgenze della sopravvivenza ma un pungente risentimento spinge a maledire la matrigna natura e a ripensare al corso pieno di vita e ai profumi che uscivano dalle porte aperte delle cento botteghe, ai frati che entravano e uscivano dalla cattedrale, ai concerti estivi dentro San Francesco. Lassù, in lontananza, tra le faggete ora tutte tinte di rosso, tra gli aspri dorsi delle alte montagne, si staglia il Monte Vettore. Dicono che tutto sia partito da lì, che lì covava la faglia ha seminato distruzione e morte. Eppure, in questa giornata del tardo autunno, non appare dolente. Così è l’Appennino, terra di bellezze sconfinate e di piaghe profonde. Una terra che deve continuare ad esistere.

 

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